LE LEGIONI ROMANE IN YEMEN E LA VERA IDENTITA' DEI RE MAGI EVANGELICI (prima parte)
di Ignazio Burgio.
Una pagina di storia antica poco conosciuta – il tentativo da parte di Ottaviano Augusto di conquistare la parte meridionale della Penisola Arabica, la cosiddetta “Arabia Felix” - potrebbe forse contribuire a far luce su alcuni episodi legati alla nascita di Gesù, tradizionalmente classificati dagli storici come leggendari. Essi potrebbero invece inserirsi all'interno di un quadro storico di conflitti e congiure ai danni del re dei Giudei Erode da parte dei Farisei e delle popolazioni arabe capeggiate dalla famosa città di Petra. Sullo sfondo, oltre che l'insofferenza del popolo giudaico, anche ingenti interessi commerciali danneggiati dalla politica romana in Oriente.

Lo scambio di merci pregiate tra l'India ed il Mediterraneo nel mondo antico risale certamente ad epoche antecedenti ad Alessandro Magno, ma solo in seguito alle conquiste di quest'ultimo divenne molto più attivo in ambedue i sensi. Dall'Oriente principalmente le sete cinesi e le spezie indiane venivano scambiate con olio, vino, attrezzi agricoli, la porpora, il papiro ed i gioielli di produzione ellenistico-romana. Grande importanza rivestivano gli scambi lungo le strade e i sentieri degli altopiani iranici, controllate dal potente Regno dei Parti. Ma oltre che per la via di terra (molto lenta e rischiosa) le merci transitavano anche via mare attraverso l'Oceano Indiano, sfruttando l'appena scoperta regolarità dei Monsoni che gli antichi chiamavano “venti di Ippalo”. Giunti presso le coste dell'Arabia Meridionale, tuttavia mentre solo un certo numero di vascelli imboccava il Mar Rosso alla volta dei porti di Leuke Kome (sulla sponda araba), Berenice e Myos Hormos (sulla riva egiziana), buona parte delle navi preferiva invece sbarcare il proprio carico in quella che è l'attuale città di Aden, anticamente chiamata
Eudaemon Arabia. Da questa città le preziose merci proseguivano a dorso di cammello lungo tutta la costa occidentale della Penisola Arabica fino all'importante scalo di Petra, capitale del regno degli
Arabi Nabatei, oggi nell'attuale Giordania. I magnifici palazzi scolpiti nella roccia di questa che è ancora oggi una delle località archeologiche più suggestive di tutto il Medio Oriente, testimoniano quanto ricca e potente dovesse essere questa città grazie ai suoi commerci di transito. Da qui poi il traffico commerciale si biforcava in due opposte direzioni: verso gli scali mediterranei di Gaza, Rinocolura e le ricche città egiziane (in primo luogo Alessandria), da un lato; dall'altro versante, verso Damasco e Antiochia, passando anche per Gerusalemme.
Perno di tutto questo ricco traffico tra l'Oceano Indiano e il Mediterraneo era il il territorio dell'Arabia Meridionale con il già citato porto di Eudaemon-Aden, una zona geografica che per clima e ricchezza economica contrastava con gli aridi e poveri deserti del resto della penisola, tanto da meritarsi presso gli antichi l'appellativo di
Arabia Felix. Favoriti dalla strategica posizione geografica i mercanti del
Regno di Saba (questo l'antico nome dell'attuale Yemen) nel corso di tutta l'età ellenistica avevano finito col monopolizzare tutto il traffico navale tra l'India ed il Mar Rosso, e controllando anche quello per via di terra lungo la Penisola Arabica avevano lasciato ben poco spazio ai mercanti di altri paesi, in primo luogo quelli egiziani. Le risorse ricavate poi da questo lucroso commercio di transito avevano inoltre consentito agli abitanti dell'entroterra di edificare imponenti opere idrauliche - come la grande diga sul Wadi Dena, - irreggimentare le acque dei pochi e brevi fiumi e coltivare proficuamente la terra. Ma la principale ricchezza dei Sabei consisteva in qualcos'altro di più prezioso, che si ricavava spontaneamente dalle piante del luogo e che veniva esportato con alti guadagni nei due sensi: le ricercatissime resine dell'incenso e della mirra, utilizzate oltre che nei riti religiosi anche come base per la preparazione di farmaci e unguenti.
Questo stato di cose, immutato per un paio di secoli, cominciò ad essere minacciato allorchè
Ottaviano Augusto nel 30 a. C. dopo avere sconfitto Antonio e Cleopatra incorporò l'Egitto tolemaico fra i territori del Senato e del Popolo Romano. Preoccupandosi, come per ogni altra nuova conquista, di assicurare la pace e la sicurezza alla popolazione da possibili nemici interni ed esterni, fra i diversi provvedimenti certamente dovette anche organizzare nel Mar Rosso servizi navali di pattuglia e di scorta a vantaggio delle navi mercantili egiziane anche contro i pirati che infestavano il tratto meridionale di quel mare (anche se le fonti a noi rimaste attestano la presenza di tali vascelli militari solo a partire da un'epoca successiva). Fatto sta che già nei primi anni dopo la conquista dell'Egitto, il traffico commerciale via mare si intensificò di molto come attestato anche dallo storico e geografo
Strabone vissuto in quel periodo, il quale osservava meravigliato che mentre fino agli anni di Cleopatra nemmeno una ventina di navi egizie osavano inoltrarsi nel Mar Rosso, cinque o sei anni dopo la conquista romana almeno 120 navi alessandrine l'anno partivano dal porto egizio di
Myos Hormos alla volta dell'Eritrea e dell'India. Ciò sicuramente non mancò di provocare un certo disappunto presso i mercanti di Eudaemon-Aden e di tutto il Regno di Saba, e forse anche una tensione diplomatica tra Roma e
Mariaba, la capitale dei Sabei, situata nell'interno del paese (oggi Marib).
E' certo comunque che Ottaviano Augusto giudicava troppo importante rendere liberi (perlomeno per i sudditi egizi) i traffici lungo il Mar Rosso, e questo per due motivi altrettanto importanti: le preziose merci orientali svincolate dal monopolio sabeo avrebbero finito col costare di meno, ed una volta arrivate in Egitto e riesportate nel mondo romano avrebbero fruttato alle dogane una doppia imposta, di importazione e di esportazione. Così come ai tempi di Cartagine e degli Scipioni, anche al nuovo signore dell'Egitto e di tutto l'Impero Romano appariva quindi di fondamentale importanza sbarazzarsi anche militarmente della scomoda, anche se lontana, rivalità commerciale del Regno di Saba.
La spedizione militare fu preparata nell'anno 25 a. C. dal comandante Elio Gallo, il quale peraltro non mancò di compiere sin dall'inizio parecchi errori di valutazione. Convinto che i Sabei disponessero di una potente flotta militare, invece di concentrare il suo esercito nel porto più meridionale dell'Egitto, vale a dire
Berenice, e quindi trasportarlo oltre il Mar Rosso in Arabia, raccolse i suoi uomini nella località di Cleopatris (Arsinoe) nel nord del paese, e diede l'ordine di costruire 80 navi da guerra. Quando si rese conto che il nemico non aveva nessuna nave militare, fece allora costruire 130 navi da trasporto per traghettare le sue truppe a
Leuke Kome sulla costa araba. Il suo esercito era costituito da circa 10.000 uomini, in gran parte legionari ed ausiliari, ma anche da 500 soldati del re Erode, sovrano della Giudea e fedele alleato dei romani, e da altri 1000 fornitigli da
Obodas (o
Obada), sovrano dei già citati Nabatei, anch'essi ufficialmente alleati di Roma. Questi ultimi 1000 soldati erano comandati dal vizir del medesimo re Obodas, un certo
Silleo, incaricato anche di guidare tutto l'esercito di Elio Gallo fino al Regno di Saba. Personaggio ambiguo, questo Silleo era in realtà un avventuriero privo di scrupoli e lo incontreremo nuovamente anche in seguito quando si rivelerà un personaggio-chiave di tutta questa storia.
Imbarcate le truppe e salpati da Cleopatris alla volta di Leuke Kome, Elio Gallo fu costretto a far fronte a non poche difficoltà lungo tutto il corso del viaggio. Gli scogli e i banchi corallini che punteggiano ancora oggi quelle coste fecero naufragare molte navi e un gran numero di soldati annegarono. Il resto delle sue truppe cominciò poi ad ammalarsi di scorbuto e di paralisi alle gambe a causa della mancanza di frutta fresca e di acqua potabile. L'inesperto comandante di quella spedizione dovette rassegnarsi a trascorrere il resto dell'estate ed i mesi invernali a Leuke Kome per dar modo ai suoi uomini di riprendersi.

Nella primavera del 24 a. C. tutto l'esercito si rimise in marcia verso sud. Dopo alcuni giorni giunsero all'estremità meridionale del territorio nabateo, presso un parente del re Obodas, un certo
Areta, che lo storico Flavio Giuseppe chiama anche Enea. Anche costui è un personaggio che torneremo ad incontrare ancora. In quella circostanza comunque diede pieno appoggio alla spedizione di Gallo, rifornendo i suoi uomini di acqua e vettovaglie.
La capitale dei Sabei, Mariaba, distava da Leuke Kome almeno 900 miglia, e tale distanza venne coperta dai Romani nel corso di parecchi mesi di marcia, sotto il cocente sole d'Arabia, in un territorio arido e inospitale dove era necessario fare innumerevoli deviazioni per trovare acqua. Finalmente però si giunse nei territori dell'”Arabia Felix” e le cose sembrarono di colpo volgere al meglio per il provato esercito di Elio Gallo.
Negrana, la prima città nemica che incontrarono, si arrese subito, e altrettanto prontamente fu distrutta. Sei giorni dopo presso un fiume, probabilmente il Wadi Kahrid, i Romani si scontrarono con l'esercito sabeo. Quest'ultimo anche se numeroso era però poco addestrato e male armato. Secondo quanto riferisce lo storico Strabone, le perdite dei sabei ammontarono a 10.000 uomini, quelle dei Romani a due soltanto. Altre due città,
Nasca (o Nashk, oggi El-Beida) e
Athrula (Barakish) si arresero altrettanto facilmente. In fine fu raggiunta una città che le fonti chiamano Mariba (Augusto e Plinio) o Marsyaba (Strabone). Gli storici discutono ancora se fosse o meno questa la Mariaba capitale dell'Arabia Felix. Tuttavia i Romani la cinsero d'assedio per sei giorni, ma la mancanza d'acqua costrinse alla fine Elio Gallo a desistere e a riprendere la strada per l'Egitto. Cosa piuttosto curiosa che emerge dalle fonti, pare che l'esercito romano, che prese una strada più diretta per tornare in un porto sicuro (Egra, un villaggio sul mare in territorio nabateo), riuscì a coprire la stessa distanza dell'andata in un tempo molto minore.
Ad ogni modo, il traghettamento dell'esercito fino al porto egiziano di Myos Hormos, pose fine a quella avventata spedizione militare, la quale per di più aveva messo indirettamente la parte meridionale dell'Egitto stesso in serio pericolo. Approfittando infatti del trasferimento di una grande quantità di soldati dall'Egitto all'Arabia, i bellicosi
Etiopi l'anno precedente avevano oltrepassato in massa la frontiera meridionale sul Nilo e dopo aver annientato le poche coorti romane rimaste avevano saccheggiato ben tre città, Philae, Siene ed Elefantina, riducendone in schiavitù gli abitanti. Al governatore dell'Egitto,
Petronio, era toccato di accorrere precipitosamente con 10.000 uomini e 800 cavalieri per mettere in fuga gli invasori ed invadere a sua volta il regno di Meroe. Una volta sbaragliato l'esercito etiope – numerosissimo, ma inesperto e male armato – e distrutte alcune città, tra cui
Napata che era la capitale settentrionale del regno, la regina (o “candace”)
Amanirenas era stata così costretta ad accettare almeno per qualche tempo la sottomissione al senato ed al popolo romano.
Il fallimento della spedizione di Elio Gallo venne ufficialmente attribuito all'arabo nabateo Silleo accusato di aver deliberatamente fatto girare a vuoto per mesi l'esercito romano nel deserto arabico. Come ai tempi di Strabone, ancor oggi per gli storici la questione è ancora aperta, tenendo anche conto del fatto che i Nabatei traevano anch'essi grossi profitti dal commercio di transito da Aden al Mediterraneo, e dunque avrebbero avuto ben poco interesse alla riuscita dell'impresa. Ma in realtà anche se era costata molti uomini e si era conclusa con una ritirata, l'avventata spedizione contro l'Arabia Felix non era tuttavia destinata a rivelarsi un pessimo affare per Roma. Il Regno di Saba aveva assistito per la prima volta in tutta la sua storia all'invasione delle sue terre, e per di più da una superpotenza come quella romana i cui soldati si erano dimostrati ben addestrati e ben determinati contro eserciti e città fortificate. La paura di un loro ritorno li indusse ad aprire negoziati con Augusto e ad accettare il formale protettorato di Roma, come attestato dal medesimo Strabone. In pratica il Mar Rosso si rivelò a questo punto definitivamente libero per le navi romane, e fu finalmente possibile stabilire regolari collegamenti con l'India e tutto il resto dell'Oriente. Da quel momento in poi gli scambi con le regioni più lontane dell'Asia avrebbero raggiunto dimensioni colossali per quei tempi e sarebbero stati anzi uno dei principali fattori del dissesto finanziario della civiltà romana, poichè – come afferma
Plinio – i cittadini più ricchi dell'Impero spendevano qualcosa come 100 milioni di sesterzi l'anno, un vero e proprio fiume di monete d'oro, per i tessuti, le spezie, il legname pregiato, e persino i pappagalli e le ballerine esotiche, che dall'Oriente giungevano ai principali porti del Mediterraneo, come ad esempio quello di
Pozzuoli. Successivamente sarebbero stati fondati anche dei veri e propri empori commerciali romani e templi in onore di Augusto lungo le coste del
Malabar e nell'antica
Tabropane (Sri Lanka). Anche l'Indocina e l'Indonesia – con l'importante scalo di
Kattigara (Singapore) – avrebbero accolto i mercantili romani, mentre durante l'impero di Marco Aurelio le missioni commerciali e diplomatiche di Roma avrebbero raggiunto anche la lontana Cina degli imperatori Han. Dunque il tentativo di conquistare l'Arabia meridionale non si dimostrò dopotutto un vero e proprio “fallimento”. (Continua)
Nota 1. Il Prof. Domenico Carro, studioso di storia navale di Roma antica ci ha fatto pervenire alcune interessanti osservazioni: "Sulla spedizione di Elio Gallo sono anch'io del parere che
essa sia stata complessivamente molto utile. D'altronde essa venne
seguita, molti anni dopo dalla spedizione di Gaio Cesare (il maggiore dei due
figli di Agrippa che vennero adottati da Augusto), che dovette
conseguire anch'essa dei risultati molto utili, ma di cui le poche fonti
storiche pervenuteci non ci dicono nulla di preciso.
Sotto il profilo navale, la scelta di Elio Gallo di dotarsi di una
flotta da guerra oltre che delle navi onerarie non è affatto sbagliata,
anche se Strabone la critica (peraltro in modo abbastanza superficiale).
Infatti, anche se gli Arabi non disponevano di una vera e propria flotta
militare, vi erano lungo le loro coste molte tribù di predoni che
praticavano attivamente la pirateria marittima e che avrebbero costituito
un serio pericolo se i Romani si fossero avvicinati con le sole navi
onerarie. Inoltre, qualora le difficoltà della navigazione in mar Rosso
non avessero indotto Elio Gallo ad effettuare la seconda parte del
percorso per via terrestre (lasciando verosimilmente alle navi il ruolo di
supporto logistico), sarebbe sicuramente stato molto più efficace
giungere in Arabia Felice solo con una flotta da guerra anziché con le sole
navi disarmate." Sito del Prof. Carro:
www.RomaEterna.org
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