C a t a n i a C u l t u r a . c o m



Triplici Cinte

Marisa Uberti, Giulio Coluzzi
I luoghi delle Triplici Cinte in Italia. Alla ricerca di un simbolo sacro o di un gioco senza tempo ?
Eremon Edizioni.
Prefazione del dr. Roberto Volterri
ISBN: 978 - 88 - 89713 - 11 - 2
Pag. 336 - Foto b/n e inserto colore
Prezzo: euro 19,00

Dopo tanti anni di ricerca divulgata via web, la webmaster del sito www. Due Passi Nel Mistero .com si cimenta con la carta stampata e lo fa insieme ad un amico e collaboratore di vecchia data, Giulio Coluzzi, webmaster del sito www. Angolo Hermes .com. Il tema che sono andati ad investigare riguarda la Triplice Cinta, come dice il titolo, che ha in sè un interrogativo: un gioco antico o un simbolo sacro? Attraverso un excursus dalla preistoria ai nostri giorni, passando attraverso il medioevo e ai Templari (che con ogni probabilità lo incisero nella cella di prigionia del castello di Chinon), i due autori forniscono con questo saggio un compendio di quanto fino ad oggi si conosce in merito a questo ubiquitario graffito, accompagnato da un nutrito censimento teso ad analizzarlo nel contesto in cui è stato ritrovato: presente su rocce rupestri, su gradini di cattedrali o pozzi, sui parapetti dei chiostri, sull'uscio di abitazioni, su pavimentazioni stradali, in grotte segrete su pareti verticali, all'interno di chiese e campanili e...sul retro di molte scacchiere moderne. Il lavoro prodotto si presta così ad essere anche una valida guida per scoprire e andare a visitare i luoghi della Triplice Cinta in Italia.
Per tutte le informazioni, è possibile naturalmente contattare i rispettivi autori del libro:
webmaster @ due passi nel mistero .com - info @ angolo hermes .com



FAI


   
LE ISCRIZIONI ED I GRAFFITI DEL CASTELLO URSINO A CATANIA
(da: Rivista Katane n. 13, Marzo 2010)

di Matilde Russo.

In questo articolo di Matilde Russo, esperta di beni archeologici e monumentali, le iscrizioni incise sulle pareti del castello svevo di Catania raccontano le storie e le emozioni dei loro autori, imprigionati nella fortezza tra il XVI ed il XIX secolo. Riemergono così alla memoria nomi e cognomi di prigionieri altrimenti sconosciuti come Diego La Marca, Filippo Mancuso, Giuseppe Privitera, ecc., ma anche le incisioni di navi, croci, simboli, di tanti altri detenuti anonimi ma accomunati anch'essi dalla sventura.

nave Etimologicamente un monumento è qualcosa che serve a “ricordare”.

Ricordare, significa soprattutto trasmettere alle generazioni future la memoria di luoghi, personaggi ed eventi che fanno parte della Storia – quella con la S maiuscola – quella fatta da Re e Imperatori, eroici trionfi in battaglia e fasti cortigiani. Ma accanto ad essa c’è una storia, ingiustamente definita “minore”, fatta di uomini e di donne che vivono ai margini della Storia con le loro storie di sofferenza e quotidiana lotta per la sopravvivenza.

Castello Ursino nel corso dei suoi quasi otto secoli di Storia, ha raccolto memoria di parlamenti e di leggende, ha ospitato militari e sovrani, ha vissuto rapimenti romanzeschi e furenti assalti, ha respirato il sale del mare e lo zolfo della lava.

Ma al visitatore che oggi percorre le sue sale, Castello Ursino racconta anche altre storie, quelle dei prigionieri che fra il XVI e il XIX secolo furono rinchiusi nei dammusi oscuri e tetri, infestati da scorpioni e pipistrelli, e che incisero le proprie storie sulla pietra, con la forza della disperazione e alla fioca luce della speranza.

iscrizione      iscrizione      iscrizione


A volte sono solo un nome e una data, o un semplice "Vinni carceratu".

Altre volte la pietra racconta molto di più.

Diego La Marca confessa esplicitamente che «si trova in questo carabozzo pur aver fatto un omicidio». Altri raccontano storie di ordinaria omertà – «Rude mi faciu pi no diri no diponire» – ma un tale Antonino Pulvirenti, nel 1609, dichiara di trovarsi lì «pi no deponiri la bucia». Altri proclamano la propria innocenza, e di essere stati traditi, come un tale che nel 1595 «patiu a tortu pir unu amicu», o un altro che se la prende con chi lo ha tradito: «Ai timpurariu curnutu».

Ma la verità è quella che proclama un prigioniero anonimo: «Iddio mi vede», ed in quell’oscurità si affida alla giustizia divina, l’unica che può far veramente luce sul suo animo, colpevole o innocente che sia.

iscrizione


Poi ci sono coloro che riescono comunque a scherzare, come un tale che prende in giro qualcuno che si è fatto acciuffare: «Carcerato venisti, va ca fusti asinu si». O un altro che non vuol sentirsi rimproverare errori nelle iscrizioni realizzate in quelle difficili condizioni: «Chistu scrittu è fattu allu scuru a chui non ci piaci mi baasa lu culu e cui sei e dici chi non è fattu giustu ci vegna la frevi e puru lu fr…»

La speranza, merce pregiata per chi si sente quasi sepolto vivo nell’oscurità del carcere – «Carcera in vita e sepoltura in morti» – e quasi aspetta la morte come una liberazione – «Chi temi fugi et ju la morti chamu». Ma c’è chi alla speranza non rinuncia, come Andrea Bonanno, per cui il carcere è luogo di sofferenza, ma non di morte – «chi si si pati no si mori».

Fra le tante scritte, colpisce quella di un tale Don Rocco Gangemi, per la profondità dell’incisione e i caratteri cubitali con cui scrive, amaramente, «Miseru cui troppu ama e troppu cridi».

Nella mezza torre est fu invece rinchiuso un tale Filippo Mancuso, che doveva evidentemente possedere una cultura superiore, e tappezzò i muri della cella con massime latine e citazioni bibliche.

Oltre ai dammusi oscuri delle sale interne, altre celle erano state ricavate nel cortile: lì la vita era certamente più facile, e chi poteva corrompeva i soldati per farsi spostare.

Qui, sul portale che immette nella Cappella, troviamo i graffiti più straordinari. Una riflessione sulla vita in carcere, e sulle sue conseguenze:

CHISTV E’ VNLOCV MISERV EINFILICI
LOCV DI CRVDELTA’ DI VITA AMARA
CHA SI CVNTENPLA CHA SI PARRA E DICI
E CHA DISCVNTINTIZZA SI VA A GARA
CHA SI FANV CUNTENTI LI NIMICI
CHA PARIA CVI FVRTVNA NO RIPARA
A STV LOCV SI PROVANV L’AMICI
E A STV LOCV S’IMPRINDI E S’IMPARA


O una poetica, amara, meditazione sulla vita:

ORA CHI PRIVV SV DI LIBERTATI
OMNES AMICI MEI DERELIQVERUNT
TANTE AFFANNE E MARTIRI HAI SVDATI
ET OMNIA MEMBRA MEA LAXA FVERVNT
TVTTI L’AMICI MEI COMV ET FRATI
SICVT IVDAS MIHI TRADIDERVNT
ORA PACENZIA CHISTV CORI PATI
NON SINE CAVSA PECCATA FVERVNT


L’autore, tale Giuseppe Privitera, dovette forse conoscere alcune poesie di Antonio Veneziano di cui si riconoscono gli echi, ma soprattutto quelle del menenino Antonio Maura con cui esistono puntuali paralleli.

A queste iscrizioni, si aggiungono poi i disegni, in cui la precisione dei dettagli e la forza dell’incisione diventa simbolo delle sofferenze o della speranza di libertà dei carcerati.

graffito-portico      croce patente      croci


Le proprie sofferenze, assimilate a quelle di Cristo nelle numerose croci che riempiono le pareti; fra queste la più interessante è sicuramente la croce, che domina l’interno del grande arco nella parete ovest del cortile, circondata dai simboli della passione e caratterizzata da nodi di Salomone ai vertici.

Nodo di salomone


Ancora più evocativi i disegni alla base del portale della Cappella: una torre con un cannone, forse una rappresentazione del bastione su cui sorgeva il Castello. E poi quattro navi, che a vele spiegate, vanno via verso la sospirata libertà, verso una vita nuova.

Mundus rota est.

cannone      nave      cannone


Nota. Il presente articolo è stato originariamente pubblicato in forma cartacea sulla rivista "Katane" n. 13, Marzo 2010, e viene qui riprodotto per gentile concessione dell'autrice a cui vanno i nostri ringraziamenti. Le immagini fra il testo sono state scattate da Ignazio Burgio.


Questo articolo è stato inserito il 2 aprile 2010.



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