Dall'inizio del mese di maggio di quest'anno il settimanale “Carta” (anche nella versione in rete) sta ospitando nelle sue pagine un dibattito sulla profonda crisi culturale ed i suoi stretti rapporti politici di cui soffre oggi il nostro Paese. L'occasione è stata data dalla pubblicazione di un articolo di Guido Viale, “La dittatura dell'ignoranza”, titolo che lo stesso autore prende in prestito da un saggio di Giancarlo Majorino (Tropea editore, 2010). Secondo Viale i rappresentanti dell'attuale destra conservatrice coltiverebbero un atteggiamento di orgoglioso disprezzo nei confronti della cultura e dei saperi, e da questo deriverebbero oltre che il degrado dei programmi televisivi (compresi quelli della tv pubblica) la crisi della scuola e della cultura in genere, oltre a tipici fenomeni politico-economici come il neo-liberismo amorale e insofferente delle regole, ma anche il fondamentalismo e il degrado architettonico.
In questo articolo si tengono in considerazione il saggio di Viale e degli altri autori per analizzare la specifica situazione italiana all'interno dell'Europa e dell'Occidente, tuttavia secondo una prospettiva non soltanto socio-culturale ma anche storica. E prendendo spunto da un altro articolo concernente uno scenario completamente diverso: la Cina infelice.
«Ore libere dal lavoro, sì. Ma tempo di pensare ?
Quando non conducete la vostra macchina a cento miglia all'ora,
a un massimo in cui non potete pensare ad altro che al pericolo,
allora ve ne state a giocare a carte o sedete in qualche salotto,
dove non potete discutere col televisore a quattro pareti. Perchè ?
Il televisore è “reale”, è immediato, ha dimensioni.
Vi dice lui quello che dovete pensare, e ve lo dice con voce di tuono.
Deve aver ragione, vi dite: sembra talmente che l'abbia!
Vi spinge con tanta rapidità e irruenza alle sue conclusioni
che la vostra mente non ha tempo di protestare, di dirsi:
“Quante sciocchezze!”»
Ray Bradbury, Fahrenheit 451.

Su “La Repubblica” del 19 agosto scorso è comparso un articolo di
Gianpaolo Visetti (
La sindrome cinese. Pechino, ricchi e infelici) che illustra - statistiche alla mano - un fenomeno apparentemente paradossale, ossia la generale infelicità dei cinesi: soltanto il 3 per cento della popolazione dell'immensa potenza asiatica si dichiara infatti soddisfatto della propria condizione, mentre il restante 97 per cento si dimostra infelice, con grave preoccupazione di psicologi e sociologi che coinvolti dalle autorità stanno studiando il problema. La grave situazione emotiva coinvolge in particolare tre categorie di persone - che poi in definitiva costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione: i giovani, spaventati dal futuro e spesso sconfitti dalle spietate regole della selezione lavorativa; le donne, dalla cultura cinese sottovalutate e indesiderate sin dalla nascita, ed ancora prive di tanti diritti; ed infine, ma non da meno, gli operai emigrati dalle campagne verso le fabbriche delle grandi città, costretti a lavorare anche dodici ore al giorno. Queste cifre danno dunque ragione dei pur sporadici ma sempre più frequenti episodi di malessere esistenziale, o di vera e propria follia, riportati dalle poche cronache che riescono a fatica a filtrare tra le maglie della censura: i 30 mila operai che muoiono ogni anno a causa del superlavoro, i suicidi in fabbrica e quelli fra gli studenti respinti, le orribili stragi di poveri bambini, e via dicendo. Responsabili di una così contraddittoria situazione, non sarebbe tuttavia soltanto la “paura di non farcela” comune ad operai e studenti costretti a super-prestazioni muscolari o mentali, quanto un generale senso di abbandono e solitudine, frutto del repentino mutamento nella dinamiche e nella distribuzione della popolazione che la Cina ha visto negli ultimi tempi sul suo territorio. Se fino a qualche decennio fa la grande potenza asiatica era ancora una supernazione popolosissima ma soprattutto agricola, con il boom industriale almeno 500 milioni di lavoratori delle campagne hanno affollato le città industriali, con gli inevitabili fenomeni psicologici di sradicamento culturale, sovraffollamento e mortificazione della propria autostima, ben conosciuti qui in Italia, paese di emigranti.
Una quarantina d'anni fa, con l'entrata in scena dell'interpretazione etologica o sociobiologica dei fenomeni sociali (con studiosi come Dawkins, Morris, Wilson, Barash) si chiamavano in causa anche presunti meccanismi nervosi non meglio chiariti ma - secondo gli appartenenti a questa scuola - molto sensibili al sovraffollamento, tanto da condurre anche gli esseri umani rinchiusi nelle città alveari, proprio come i topi norvegesi, le tupaie, o i tanti animali ingabbiati negli zoo, ad andare sotto stress fino ad ammalarsi, a bere, a drogarsi, o addirittura, nel peggiore dei casi, ad uscire “fuori di testa”. Ma anche senza fare appello a motivazioni biologiche (senza alcun dubbio presenti e da studiare meglio), basterebbe considerare più semplicemente, le nuove e più complesse necessità, i ritmi diversi, le difficoltà di adeguamento e di integrazione, che comportano l'inurbamento di milioni di contadini abituati sin da piccoli a modalità di vita e di lavoro più semplici e naturali, allorché si trovano di colpo scaraventati nel differente ambiente metropolitano: a cominciare dalla necessità di competere con una miriade di volti anonimi e inespressivi per ogni sorta di risorse dalle più semplici alle più inafferrabili - un posto in metropolitana, un alloggio dignitoso, l'asilo nido per i propri bambini, ecc. Situazione radicalmente differente quindi dalla nostalgica provincia rurale con i suoi vasti spazi ed i suoi ritmi più lenti, dove la solidarietà anche verso gli estranei o i forestieri non solo può dimostrarsi una facile usanza senza peso, ma anche una piacevole occasione di rapporti più umani.
Non sappiamo al momento quali saranno le terapie che prescriveranno gli esperti cinesi per curare l'infelicità dei propri concittadini, anche se certamente per motivi pratici non saranno quelle della medicina tradizionale: troppo costoso
distribuire antidepressivi a un miliardo e mezzo di persone, anche se certamente le multinazionali del farmaco sarebbero ben felici di venire incontro alle autorità di Pechino... Il caso cinese tuttavia è solo una scusa per introdurre la ben più interessante situazione italiana dove, anche se il livello di insoddisfazione non raggiunge l'allarmante misura di quella asiatica, tuttavia presenta parecchi punti in comune con essa.
Considerando solo il fenomeno all'interno dei nostri confini, com'è noto dagli anni sessanta - gli anni del boom economico, dell'industrializzazione spinta e del consumismo - si è assistito anche in Italia ad un vistoso fenomeno migratorio, sia locale - dalle campagne alle città - sia su scala nazionale, dal Sud agricolo e depresso verso il Nord ricco e industrializzato. La cultura semplice e rurale di chi si urbanizzava nelle grandi metropoli costituiva certamente uno svantaggio ai fini del mutamento dei ritmi di vita e dell'integrazione in un diverso ambiente socio-culturale, ma le grandi opportunità di lavoro e di miglioramento di qualità della vita in quegli anni d'oro dell'economia in rapida espansione riuscivano a compensare ed a minimizzare con un'adeguata fiducia nel futuro i non sempre felici rapporti tra gli immigrati del Sud e l'alienante ambiente metropolitano: la relativamente facile possibilità di farsi una famiglia, un appartamentino ed una utilitaria con cui tornare al paesello natìo durante l'esodo di fine luglio, valevano a ripagare in termini di soddisfazione gli undici mesi di snervante routine alla catena di montaggio, considerato anche che uno sviluppo che pareva inarrestabile sembrava garantire le medesime possibilità di lavoro anche ai propri figli e nipoti.
La crisi di inizio anni novanta tuttavia ha condotto inevitabilmente alla disillusione e al disorientamento di larghe fasce di lavoratori - non soltanto operai come si ricorderà ma anche ad esempio gli illusi precari della new economy - i quali nell'angosciante sforzo di comprendere meccanismi economici che in realtà sfuggivano (a più riprese, come dimostrato dai ripetuti e imprevisti crolli finanziari) anche agli economisti di grido, finivano sommariamente coll'attribuirne interamente la colpa ora alla corruzione politica, ora alla speculazione finanziaria, ora alla nuova moneta, ora infine alla globalizzazione. La conseguenza fu una generale tendenza economica e politica, da parte di tantissimi, a rifugiarsi quasi romanticamente - in senso letterario - ai valori tradizionali della propria terra (d'origine o acquisita) in quanto reazione, culturalmente più vicina alla propria mentalità spicciola, a meccanismi economici di dimensioni così planetarie da divenire incomprensibili e dunque anche e soprattutto ingovernabili (e inaffrontabili). Di qui l'origine dei partiti politici geografici e autonomistici (non soltanto al Nord), e di forme di pensiero, programmi e ideologie anche estreme, prossime addirittura al razzismo, che giustamente
Guido Viale (
La dittatura dell'ignoranza) definisce come “fondamentalismi” anche se solo parzialmente riguardanti l'aspetto religioso.
La grave crisi economica e politica di inizio anni novanta ha tuttavia prodotto altri importanti fenomeni che, anche se comuni a tanti altri paesi industrializzati, nello specifico caso italiano non possono essere compresi esaurientemente se non facendo ricorso al passato storico, anche remoto, della nostra penisola, ed al conseguente retaggio di atteggiamenti e punti di vista da noi ereditati. Innanzitutto il disinvolto atteggiamento affaristico amorale e senza regole, non soltanto tipico di lobby più o meno occulte e di associazioni criminali che devastano l'ambiente col cemento e le discariche abusive, ma anche dell'imprenditore che dirotta i suoi guadagni verso i paradisi fiscali o del piccolo negoziante che omette lo scontrino, non possono ricondursi se non parzialmente a quell'ondata di “neoliberismo” sfrenato che imperversa sulle piazze borsistiche di mezzo mondo, frutto senz'altro di una più frenetica competizione a tutti i livelli a motivo della crisi economica generalizzata. Se anche in Italia ci si comporta “da lupi” non è soltanto per darwiniana reazione adattativa ai “tempi da lupi”. Questa spiegazione può andar bene nel caso di altri paesi europei o degli USA. Nel nostro paese invece da almeno 1600 anni, una storia di continue invasioni e dominazioni straniere - dai Germani di Alarico agli eserciti di mezzo mondo nel 1943 - ha innegabilmente contribuito a costruire culturalmente e antropologicamente una nazione dalle innumerevoli diversità locali ma accomunata dal medesimo atteggiamento di diffidenza nei confronti dell'autorità statale, giudicata ancor oggi come corpo estraneo e fiscalmente rapace e parassitario, come gli invasori stranieri del passato. Solo che con questi ultimi - con opportunistica malleabilità adattativa ed elasticità etica di comportamenti, atteggiamenti e modi di pensare - era anche conveniente lavorare e fare affari per riuscire a raccattare la quotidiana pagnotta, così come lo è tuttora nei confronti di un governo fatto di “italiani”. Se dunque da un lato “rubare allo Stato non è peccato” come dicono e pensano in tanti, dall'altro il medesimo Stato rappresenta tuttora una ghiotta occasione di affari più o meno legali per i discendenti di quegli italici avventurieri che disinvoltamente affermavano “Franza o Spagna, purchè si magna!”. Come sottolineato anche da
Roberto Mancini (
Le radici dell'antidemocrazia), la mancanza di un vero sentimento nazionale - mai sufficientemente maturatosi neppure nel secolo scorso - non ha mai consentito di sacrificare concretamente ed in maniera convincente l'interesse particolare in nome del bene comune, come al contrario si dimostra una normale abitudine presso altre nazioni europee. E da qui anche la diffusa convinzione nella moderna classe imprenditoriale che “libertà” voglia dire nient'altro che abolizione delle regole, come fa notare
Franco Cassano (
La politica ed il ritorno al futuro).
Le responsabilità storiche del presente non rimandano comunque soltanto agli invasori stranieri, ma anche all'altro importante elemento presente nel DNA storico-culturale di noi italiani, ovvero la cultura cattolica. Per contrastare la rivoluzione mediatica della stampa e la conseguente riforma protestante, nel XVI secolo Inquisizione e “Indice dei libri proibiti” annientarono la libertà culturale e di pensiero in Italia e negli altri Paesi cattolici. Nel nostro Paese le uniche arti che praticamente si svilupparono - fino ad un livello eccelso - furono tutte quelle non letterarie, e dunque culturalmente più innocue: la pittura, la scultura, l'architettura, la musica.
«Sono numerosi fra Cinquecento e Seicento, i trattati di religiosi che sottolineano l'importanza della "predicazione visiva" rispetto alla lettura della Bibbia praticata dai Protestanti. Con l'immagine, il messaggio che si vuole trasmettere non può essere sottoposto a interpretazioni: è una predicazione da fumetto quella che si riserva agli incolti, contribuendo a mantenerli tali. Grazie anche a questa scelta religiosa gli italiani sono diventati un popolo di grande cultura visiva e senso estetico, ma poco sensibili alla letteratura e spesso con una religiosità fatta in prevalenza di candele votive accese davanti alle immagini». (
Giordano Bruno Guerri,
Gli Italiani sotto la Chiesa, Mondadori, p. 139). Le radici del successo degli odierni film di cassetta, della tv commerciale (così come ad esempio in passato il genere ormai surclassato dei fotoromanzi), e dell'entusiastica immersione nella passiva sottocultura audiovisiva da parte di tutta quella marea di telespettatori privi di anticorpi culturali, partono anche da qui, dal filo spinato di ignoranza eretto intorno agli italiani perlomeno fino a Napoleone al fine di impedir loro di pensare, criticare e mettere in dubbio la “bontà” e la “verità” del sistema, lasciando campo libero oltre che alla vuota retorica degli oratori (laici o ecclesiastici) anche al forte impatto emotivo delle iconografie: quelle artistiche e architettoniche ieri, quella della televisione paccottiglia oggi, secondo una logica ben illustrata dal brano iniziale di Bradbury. A questo basso livello culturale dei telespettatori, le televisioni non hanno poi avuto troppa difficoltà ad adeguarsi finendo per abdicare felicemente alla vecchia idea - ancora in voga fino agli anni '70 - di istruire gli italiani oltre che divertirli, trovando più comodo e vantaggioso - non solo per ragioni pubblicitarie - fornire solo “distrazione di massa”. Oltretutto, l'ignoranza culturale fornisce la falsa sicurezza di sapere tutto ciò che serve: “Scopo dei libri è di ricordarci quanto siamo somari, dissennati”, dice sempre Bradbury.
Il bavaglio ad ogni forma di pensiero libero rappresentava in primo luogo una garanzia per Chiesa e Stato (straniero) contro possibili mutamenti, anche pacifici, dello status quo sociale, economico e giuridico in quanto una popolazione ignorante non avrebbe mai messo in discussione il ruolo culturale, e quindi anche politico e sociale delle gerarchie ecclesiastiche e laiche. Scrive sempre Bruno Guerri:
«Con la collaborazione dei principi - che avevano tutto l'interesse a bloccare la circolazione delle idee, e nessuno a inimicarsi la Chiesa - alle dogane si facevano controlli rigidissimi per controllare che non venissero introdotti in Italia testi proibiti, mentre gli spacciatori di libri inventavano ogni possibile diavoleria per farli passare, compreso segarli in tanti pezzetti. L'effetto più immediato fu economico. L'Italia aveva un'editoria fiorentissima, che venne annichilita». (Gli Italiani sotto la Chiesa, cit. p. 127). Del resto anche la medesima istruzione scolastica a livello di massa venne ritenuta da molti non solo un assurdo spreco, ma addirittura un grosso rischio di disgregazione dell'intero sistema: “Chi vorrà più coltivare la terra ?” gridarono allarmati in Sicilia molti esponenti del ceto fondiario all'indomani dell'istituzione della scuola dell'obbligo, più di cento anni fa.
E' doveroso sottolineare come la Chiesa dopo la sua profonda trasformazione iniziata con il Concilio Vaticano II si è adoperata per correggere i dannosi atteggiamenti teologico-culturali propagandati fino alla prima metà del XX secolo. Ma purtroppo dopo secoli, tali convinzioni sono ormai antropologicamente sedimentate nel DNA socioculturale italiano ed è di questo “corredo genetico” che i nuovi gruppi d'affari, di qualsiasi natura, hanno approfittato anche prima degli anni '90 per operare un profondo mutamento socio-economico e dunque anche politico.
Tonino Perna nel suo articolo
La grande mutazione, parte da un'osservazione sempre di Guido Viale, ovvero che l'era della televisione ha surclassato il tempo della pagina stampata, su cui la mente prendendosi tutto il tempo che credeva, poteva riflettere e costruire una propria visione del mondo coerente, per trasformare al contrario l'individuo in un ricevitore passivo di immagini volatili che si sovrappongono e annullano immediatamente le precedenti. Questa “inondazione” di informazioni in frazioni di spazio/tempo sempre più compressi e accelerati, oltre a rendere pressoché impossibile la memoria - aggiunge Perna - impedisce una buona selezione delle informazioni stesse da parte degli spettatori. Solo gli intellettuali critici possono adeguatamente orientarsi e filtrare le informazioni che servono. Ma questo tipo di persone - oltre che disprezzate, in quanto “coscienza critica”, da chi ama infrangere le regole - non sono utili alla nuova classe di imprenditori che aspira a riconvertire gli individui - come negli anni del boom - in perfetti consumatori: più ignoranti sono, più si dimostrano facilmente condizionabili dalla pubblicità dei vari media, che invitano a bersi l'Italia senza leggere gli ingredienti sulla confezione. Come suggerito già due anni fa anche in un articolo apparso su Cospirazione.net (
La distruzione dell'istruzione, a firma di un certo
Luk) la dittatura dell'ignoranza, la crisi della scuola e la rottamazione della cultura sono dunque funzionali a questo sistema. Se i negozi più decentrati delle città fanno pochi affari poiché i consumatori affollano tradizionalmente il monumentale “centro storico” - che proprio perché “centro” non può che essere soltanto uno in ogni città - ecco che le periferie si riempiono di una moltitudine di centri commerciali, finti e alternativi “centri-città” senza storia, ma che proprio in quanto artificiosamente futuribili rimandano un senso di ottimismo e fiducia nella civiltà del benessere. Con la medesima finalità le televisioni preferiscono diffondere “reality” piuttosto che programmi culturali, o i cinepanettoni in luogo dei film impegnati, in un'incessante sforzo di riproporre e imporre alle famiglie in bolletta i vecchi “valori” scacciapensieri della civiltà dei consumi. Del resto - fa notare ancora Perna - anche parecchi nuovi mestieri - call center, animatore turistico, cubista, ecc. - non richiedono cultura (che può anzi essere controproducente) ma solo comunicazione corporeo-emotiva, semplice, universale ed efficace proprio come il mondo dello spettacolo o la surreale ed ottimistica pubblicità televisiva.
Chi fa lucrosi affari in tutti questi settori (edilizi, commerciali, mediatici, pubblicitari, ecc.) si ritrova dunque contro qualsiasi forma di istruzione e di cultura, che rischia di deprimere il mercato, e si augura di riuscire a trasformare l'Italia - magari con l'aiuto di qualche “provvidenziale” terremoto - in una specie di “new brave world” alla Huxley, o nella futuribile e decadente società descritta da Bradbury in Fahrenheit 451 (degli anni '50!), dove è proibito leggere, dove i libri vengono incendiati dai pompieri e le casalinghe videodipendenti passano intere giornate davanti ai megaschermi a guardare banali reality-show.
Fonti di riferimento.
Guido Viale,
La dittatura dell’ignoranza [uscito su Carta n. 14 del 30 aprile 2010]
Franco Berardi Bifo,
La rottamazione dell’intelligenza [uscito su Carta n. 15 del 7 maggio 2010]
Piero Bevilacqua,
Ma TINA non ha vinto [uscito su Carta n.16 del 13 maggio 2010]
Mario Pezzella,
La rivoluzione passiva [uscito su Carta n.17 del 20 maggio 2010].
Tonino Perna,
La grande mutazione [uscito su Carta n.18 del 27 maggio 2010]
Osvaldo Pieroni,
Il cemento dell’ignoranza [uscito su Carta n.19 del 4 giugno 2010]
Roberto Mancini,
Le radici dell’antidemocrazia [uscito su Carta n.20 dell’ 11 giugno]
Franco Cassano,
La politica e il ritorno al futuro [uscito su Carta n.21 del 18 giugno 2010]
Raffaele Sciortino,
La transizione difficile [uscito su Carta n.22 del 25 giugno 2010]
Emanuele Toscano,
La politica dell’eterno presente [uscito su Carta n.23 del 2 luglio 2010]
Paolo Cacciari,
Democrazia contro ignoranza [uscito su Carta n.24 del 9 luglio 2010]
Luk,
La distruzione dell'istruzione, in:
www.Cospirazione.net
Gianpaolo Visetti,
La sindrome cinese. Pechino, ricchi e infelici [uscito su La Repubblica n. 195 del 19 agosto 2010]
Giordano Bruno Guerri,
Gli Italiani sotto la Chiesa, Mondadori.
Brian Fagan,
La lunga estate, Codice edizioni.
Ray Bradbury,
Fahrenheit 451: gli anni della Fenice, Mondadori.
Nota: il fotogramma in testa all'articolo è tratto dal film "Fahrenheit 451", di Francois Truffaut (Gran Bretagna, 1966).