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FAHRENHEIT ITALIA: LE RADICI DELL'ANTICULTURA (seconda parte)
di Ignazio Burgio.

Dall'inizio del mese di maggio di quest'anno il settimanale “Carta” (anche nella versione in rete) sta ospitando nelle sue pagine un dibattito sulla profonda crisi culturale ed i suoi stretti rapporti politici di cui soffre oggi il nostro Paese. L'occasione è stata data dalla pubblicazione di un articolo di Guido Viale, “La dittatura dell'ignoranza”, titolo che lo stesso autore prende in prestito da un saggio di Giancarlo Majorino (Tropea editore, 2010). Secondo Viale i rappresentanti dell'attuale destra conservatrice coltiverebbero un atteggiamento di orgoglioso disprezzo nei confronti della cultura e dei saperi, e da questo deriverebbero oltre che il degrado dei programmi televisivi (compresi quelli della tv pubblica) la crisi della scuola e della cultura in genere, oltre a tipici fenomeni politico-economici come il neo-liberismo amorale e insofferente delle regole, ma anche il fondamentalismo e il degrado architettonico. In questo articolo si tengono in considerazione il saggio di Viale e degli altri autori per analizzare la specifica situazione italiana all'interno dell'Europa e dell'Occidente, tuttavia secondo una prospettiva non soltanto socio-culturale ma anche storica.

fahrenheit Il mezzo televisivo - ed il potere economico e politico coltivatovi sopra - negli ultimi vent'anni ha tuttavia rappresentato anche qualcos'altro di molto importante. Fin dall'epoca di Papa Pio XI (Achille Ratti) - che regnò da pontefice in quegli anni in cui retoricamente il destino batteva fatalmente sui cieli italiani, dal 1922 al '39 - rappresentanti del clero, gruppi religiosi, associazioni sindacali cattoliche, ecc. furono determinanti nel dirigere il vasto elettorato cattolico in Italia, in particolare contro i partiti di sinistra. Chi non è completamente a digiuno di storia ricorderà certamente, ad esempio, che dopo la famosa “marcia su Roma”, in sé soltanto una manifestazione non autorizzata per chiedere al sovrano di affidare l'incarico di governo a Mussolini, il medesimo Pio XI - l'ultimo pontefice (appassionato anche di scherma) di mentalità e atteggiamenti machiavellico-rinascimentali - salutò con favore la mutata situazione politica, in vista della definitiva soluzione di quel risorgimentale contenzioso fra Stato italiano e Vaticano che poi avrebbe portato al Concordato del '29. Il giorno successivo al gran raduno delle camice nere sotto il balcone di Vittorio Emanuele III, l'Osservatore Romano invitò praticamente (con parole sue, ma inequivocabili) il Partito Popolare a partecipare al I governo Mussolini. Don Luigi Sturzo contrario venne messo in minoranza insieme al suo gruppo, mentre la corrente capeggiata da De Gasperi entrò nel nuovo governo con due ministeri, per poi tuttavia essere costretta a ritirarsi l'anno successivo. Era accaduto che nel frattempo avevano avuto luogo segretamente i primi colloqui tra il Duce ed il Segretario di Stato Vaticano, Mons. Gasparri, nel corso dei quali vennero a porsi le basi di un'alleanza al vertice sempre più stretta tra Mussolini e Pio XI, diffidente quest'ultimo nei confronti del Partito Popolare in genere, ma chiaramente ostile alla corrente di Sturzo, poiché troppo progressista e non rigorosamente antisocialista. Prima delle elezioni del 6 aprile 1924, centocinquanta personalità cattoliche firmarono un manifesto dove si invitava a votare per i candidati fascisti anziché per quelli popolari: “Molti parroci esposero il manifesto nelle chiese, chiuse invece alla propaganda dei popolari. I fascisti, che si presentarono con i nazionalisti e molti liberali ebbero 4.650.000 voti su un totale di sette milioni. I popolari ebbero 646.000 voti, pari al 9 per cento, e scesero a 40 seggi. Erano il primo partito d'opposizione ma avevano perso oltre la metà dei voti, un tracollo dovuto soltanto in minima parte alle violenze fasciste durante il voto.” (Giordano Bruno Guerri, Gli italiani sotto la Chiesa, cit., p. 280).
Il medesimo sistema di campagna elettorale continuò anche dopo la guerra, e nell'Italia repubblicana la capillare rete cattolica di parrocchie, gruppi, associazioni, e via dicendo continuò a raccomandare ai propri elettori i candidati da votare per lo Scudo Crociato di De Gasperi e dei suoi successori. Ma all'inizio degli anni '90 con la grave crisi politica seguita allo scandalo Tangentopoli, molti dei medesimi elettori cattolici si ritrovarono delusi e disorientati, nonché ormai diffidenti nei confronti oltre che dei politici che incontravano prima in chiesa, anche nelle capacità di orientamento elettorale dei gruppi cattolici di base. Anche se una certa forza di sostegno e orientamento elettorale non è mai venuta meno, specie fra le correnti cattoliche più reazionarie, si verificò una novità importante quanto inizialmente poco compresa. Fu a quel punto infatti che il mezzo televisivo, che era stato di importanza marginale nelle classiche e ingessate tribune elettorali vecchio stile, subentrò alle parrocchie nella propaganda elettorale, con tutta la sua esperienza del marketing pubblicitario e delle televendite, fino a moltiplicare quei talk-show da acceso contraddittorio in realtà timidamente comparsi già negli anni '80 (chi si ricorda della trasmissione “Ping-Pong” ?). Questi fondamentali pilastri del palinsesto raggiungono comodamente all'ora di cena anche tutti quegli elettori che non hanno mai amato affollare le piazze dei comizi, e specie all'inizio hanno finito per spiazzare i partiti di sinistra legati invece ancora allo stile dei grandi raduni primaverili all'aperto e al contatto diretto con gli elettori. Il logico risultato di questa trasformazione è stata ovviamente la spettacolarizzazione del dibattito politico, e la sua esasperazione polemica ai fini non tanto della campagna elettorale quanto in primis dell'audience televisivo e pubblicitario. E come in ogni buon spettacolo che si rispetti, le carte che i diversi candidati tirano sul tavolo non sono solo (o non tanto) quelli della competenza, della professionalità politica, del proprio curriculum insomma, ma soprattutto le proprie doti fisiche, di “charme”, di empatica attrazione nei confronti di un pubblico nazional-popolare di elettori che come veri e propri “fans” eleggono i loro leader sulle ante dei propri armadietti prima ancora che sulla scheda elettorale, secondo forme di divismo comuni certamente anche a tutti gli altri paesi democratici, ma che fra gli italiani storicamente mortificati da invasioni e Inquisizione rappresentano anche una tradizionale panacea sin dai tempi di Dante: ovvero quello della esasperata ricerca in tempi di grave crisi di un “deus ex-machina”, di un supereroe “jedi” dalla voce paternalisticamente confortante quanto ipnotica, di un machiavellico superprincipe supersicuro di sé che riesca a farsi carico di tutti i problemi ed a risolverli in breve tempo, quasi come in uno spot contro la stitichezza.

Per certi versi sembra una storia vecchia, dunque, che periodicamente si ripete e contagia facilmente il predisposto organismo del nostro paese, incapace di dotarsi nel tempo di sufficienti difese immunitarie, appunto perché sono proprio gli anticorpi - l'istruzione, l'informazione, la riflessione culturale - quelli che ostinatamente vengono ancora oggi rifiutati dai più.
Se la cronica e genetica malattia dell'Italia è di vecchia data, non è detto che sia incurabile. La stessa diagnosi può suggerire la terapia. Se l'ignoranza e la disinformazione fanno il gioco delle oligarchie, delle caste, di tutte le forze contrarie ad una sempre più matura vita democratica, allora è importante che l'istruzione, l'informazione, le diverse forme culturali, siano sempre più capillarmente diffuse allo scopo in primo luogo di garantire l'emancipazione democratica di ognuno, e le proprie libertà di scelte (anche al supermercato) al fine di una reale partecipazione democratica alla vita della nazione. E come sottolineato correttamente da diversi autori, si deve partire dal basso, dalle piccole o grandi realtà locali già esistenti o ancora in divenire: «Come hanno rilevato in molti intervenuti [Perna, Mancini, altri] alla base della nostra società è attiva una forma politica caleidoscopica fatta di tanti frammenti colorati e pieni di energia: gruppi di iniziativa sociale, associazioni, collettivi, comitati popolari, rappresentanze sindacali di base, comunità sostanziali... che generano in continuazione sempre nuovi e diversi «anelli di solidarietà», reti territoriali nazionali e transnazionali, istanze di resistenza e di cittadinanza attiva diffusa...» , Paolo Cacciari (Democrazia contro ignoranza).
In ambito strettamente culturale, dovrebbero sentirsi coinvolti in primo luogo tutti gli operatori culturali in generale, dai docenti ai critici della carta stampata (e della rete): per contrastare tutte quelle forze che riescono ad annientare la cultura italiana meglio dei pompieri incendiari di Bradbury, forse dovrebbero universalmente considerare la loro fondamentale attività più una vocazione e una missione che un semplice impiego, e dunque proprio come i medici, i carabinieri o i sacerdoti, ritenersi - per così dire - “in servizio permanente effettivo” anche al di fuori dell'ambito e degli orari scolastici e di lavoro. Di fondamentale importanza si rivelerebbe senz'altro la loro opera nella ricostruzione di quanto le televisioni costantemente distruggono, diffondendo istruzione e cultura anche al di fuori di aule e uffici stampa e dimostrandosi costantemente presenti e attivi in ogni spazio ed occasione culturale: ad esempio come acuti interlocutori in dibattiti e conferenze, come ausiliari ciceroni nelle zone monumentali, come voci culturalmente autorevoli - perché ben preparate e informate - nei vari media, giornali, radio, tv, internet. Un dibattito dai toni pacati e non polemici, ovviamente, ma universalmente diffuso, potrebbe giovare a ribadire, soprattutto presso le moltitudini di giovani che sminuiscono ad esempio anche l'importanza dello studio dell'Italiano, che la democrazia è tale solo quando i cittadini sono in grado di pensare, parlare, giudicare, controprovare con discorsi rigorosamente logici per costringere chi governa città, province, regioni, ecc. a dimostrare coi numeri l'utilità del proprio operato. Anche a costo di perdere in stile giornalistico, viene la tentazione di ribadire quanto si diceva sopra con una massima retorica, ma senz'altro corretta, ossia che l'ignoranza e l'ingenuità delle folle sono il presupposto fondamentale di ogni totalitarismo, poiché consentono agli autocrati di non dover render conto di nulla a nessuno.
Con gli spazi culturali (reali e virtuali) sempre più arricchiti - “gratis et amore patriae” - dalla presenza di docenti e intellettuali (anche medici e carabinieri “tengono famiglia”, ma in tempi di emergenza qualche straordinario in più riescono a farlo, nonostante le comprensibili fatiche dell'ordinario lavoro) verrebbe ulteriormente valorizzato in primo luogo anche il vero significato antropologico di monumenti e luoghi storici, che non è si badi bene l'attrazione turistica, bensì in primo luogo, per noi stessi italiani, la nostra pesante eredità storica, la memoria delle grandezze e miserie passate, dei tragici retaggi di invasioni e dominazioni straniere da cui “freudianamente” cercare di guarire acquisendo finalmente la consapevolezza di un'identità comune, di una nazione italiana vista non più in verticale (geograficamente, economicamente e antropologicamente) bensì su di un più uniforme e compatto “piano orizzontale”. Tanto per fare un esempio, dovrebbe essere compito dei docenti di storia far capire che se in Italia è così difficile sviluppare politiche di solidarietà finanziaria e di sviluppo del Mezzogiorno - tanto più nell'attuale clima di “federalismo fiscale” - le ragioni non sono tanto economiche e geografiche, bensì soprattutto storiche e culturali (D'Azeglio docet...).
Alla medesima maniera non mancherebbe certamente anche l'occasione di sottolineare l'importanza di conservare e tutelare spazi naturali incontaminati, luoghi di temporaneo ma necessario recupero di quella dimensione naturale persa da noi “animali urbanizzati”, al fine di evitare che l'artificialità dei nostri ambienti di lavoro finisca per invadere anche il nostro organismo sotto forma di terapie farmacologiche per il cuore e i nervi.
Il coinvolgimento di ogni operatore culturale potrebbe certamente avere effetti benefici su tutti e la maggiore acculturazione avrebbe sicuramente anche l'effetto di far accettare più consapevolmente e responsabilmente le trasformazioni economiche in atto, indipendenti da ogni indirizzo politico.
A dispetto infatti degli economisti neo-liberisti che credono nel mito della crescita illimitata e indefinita di produzione e consumi, il pianeta sta presentando il conto in termini di eco-sostenibilità ed esaurimento delle risorse, e dunque all'orizzonte storico-economico si intravvede - a meno di non immaginare una fantascientifica, ma per la verità non impossibile a lungo termine, civiltà di colonie spaziali - una società meno consumista, più ambientalista e sempre più sostenuta dalle energie rinnovabili (solari, eoliche, marine, ecc.). Va da sé che un sistema socio-economico del genere potrebbe sembrare più povero in termini di produttività, merci e dunque anche consumi, ma proprio una maggiore, generale e capillare informazione circa pro e contro, svantaggi e benefici, darebbe certamente modo a tutti di accettare una tale “trasformazione verde”, evitare di vederla come decadente involuzione, e correggerne squilibri e differenze strutturali (in primo luogo l'inevitabile disoccupazione, magari con l'estensione del “part-time” e dunque con la quasi automatica riduzione anche del precariato, al fine di non mortificare psicologicamente la dignità di nessuno). D'altra parte uno dei fondamenti del classico sistema di mercato consiste nella facile deperibilità e rottamazione di merci e “involucri” di ogni sorta, dai fazzolettini fino alle facciate degli edifici. Una correzione soprattutto mentale in senso meno consumistico, anche se contraria agli interessi di mercato, e perciò di conseguenza dai tempi lunghi (ma sicuramente inevitabile) indurrà certamente anche le industrie all'utilizzo di materiali più durevoli, e dunque alla fin fine meno onerosi per l'ambiente, la spesa pubblica e le tasche degli acquirenti.
L'incolto erede della civiltà dei consumi di solito “usa e getta” (spesso fuori dal cestino), e considera questa sorta di patologico “shopping” compulsivo un esistenziale status simbol (la cui carica emotiva varia in maniera inversa all'andamento del tasso variabile dei mutui). Chi è al contrario istruito e ben informato sulle questioni ambientali normalmente adotta atteggiamenti più responsabili, come sta avvenendo da almeno tre decenni nel sottobosco socio-economico delle organizzazioni ambientaliste, come fanno giustamente notare sia Guido Viale che Piero Bevilacqua (Ma T.I.N.A. non ha vinto): quest'ultimo sottolinea anzi l'importante ruolo di Internet nel coordinamento e nella diffusione capillare delle informazioni, spesso specialistiche e strettamente localizzate, ma tutte ugualmente accomunate dalla filosofia della eco-sostenibilità ambientale. Il medesimo Bevilacqua - che fa notare come la crisi di fiducia nei partiti e nella democrazia rappresentativa sia strettamente collegata anche allo sviluppo della “democrazia diretta” consentita dai forum della rete - sembra suggerire anzi quello che già spontaneamente è in embrione sia in Italia che all'estero, con i fenomeni del “popolo viola” e dell'elezione in Norvegia di un “candidato internet” al Parlamento Europeo: ossia un collegamento più stretto e stabile - con tanto di assemblea annuale - fra tutti questi movimenti spontanei in vista dell'elaborazione di un programma comune da portare avanti con o senza l'aiuto delle forze politiche tradizionali (lo sfruttamento delle energie alternative, la riorganizzazione nello smaltimento e nel riciclaggio dei rifiuti, l'espansione dell'agricoltura biologica - ai fini sia di una maggior tutela del consumatore, sia di una minore sovrapproduzione agricola dannosa per i produttori -, la promozione, la diffusione, e lo sviluppo delle abitazioni e delle architetture eco-sostenibili; e via dicendo, con un occhio a quant'altro di buono possano suggerire gli esempi stranieri). Il tutto naturalmente quanto più dettagliatamente analizzato e verificato con tanto di numeri e modelli di simulazione in termini di fattibilità, costi e benefici, seguendo la medesima strada degli studi dei comitati anti-TAV in Piemonte (come giustamente ha fatto notare Viale a conclusione del suo articolo).
Investimenti e multinazionali potrebbero fuggire da un siffatto modello Italia “troppo virtuoso” ? Non quanto - detto senza cinismo, chiaramente - saranno forse destinati a fuggire dalle potenze asiatiche in crisi esistenziale e sull'orlo di una crisi di nervi, come si diceva in apertura (con la forte probabilità che questa crisi - non si sa di quale natura - possa sconvolgere ancora una volta i mercati finanziari). Fissare nuove regole economico-lavorative a vantaggio di chi è precario o disoccupato potrebbe in definitiva farci trovare preparati e fornire garanzie anche agli stessi investitori stranieri.

La posta in gioco va in realtà ben al di là della pur importante questione culturale, politica e finanziaria. Lo storico Brian Fagan, uno dei maggiori esperti di dinamiche storiche in relazione ai cambiamenti climatici, ha mostrato come l'evoluzione nel corso della storia di civiltà sempre più complesse ed integrate - compresa quella occidentale - sia stata in realtà una risposta adattativa per fronteggiare le periodiche e ricorrenti crisi ambientali locali, in particolare le carestie e la penuria di cereali. Ma secondo il medesimo studioso l'attuale mondo tecnologico non è meno fragile ed esposto a rischi rispetto alle società del passato, proprio a motivo della sua complessità e della troppo rigida interdipendenza tra molteplici elementi (rifornimenti, trasporti, energia, ecc.) tanto che la crisi di un solo anello della catena può mettere in ginocchio l'intero sistema (basta considerare ad esempio quello che accade in occasione di uno sciopero degli autotrasportatori). Dopo l'ingorda bulimia tecnologica e consumistica del XX secolo, l'attuale crisi potrebbe rappresentare dunque - qualunque cosa ne dicano gli economisti neo-liberisti - un'inevitabile transizione storica verso un tipo di società più articolata ed integrata con l'ambiente ed i suoi equilibri, commercialmente ed energeticamente meno dispendiosa, ma ugualmente unita più dal continuo interscambio di persone, culture, telecomunicazioni, pagine internet, e molto meno da merci e consumi superflui.
Va da sé che un mutamento così radicale - a parere di molti, inevitabile - potrà essere accettato solo da persone ben informate e dotate di sufficiente livello culturale.

Fonti di riferimento.

Guido Viale, La dittatura dell’ignoranza [uscito su Carta n. 14 del 30 aprile 2010]

Franco Berardi Bifo, La rottamazione dell’intelligenza [uscito su Carta n. 15 del 7 maggio 2010]

Piero Bevilacqua, Ma TINA non ha vinto [uscito su Carta n.16 del 13 maggio 2010]

Mario Pezzella, La rivoluzione passiva [uscito su Carta n.17 del 20 maggio 2010].

Tonino Perna, La grande mutazione [uscito su Carta n.18 del 27 maggio 2010]

Osvaldo Pieroni, Il cemento dell’ignoranza [uscito su Carta n.19 del 4 giugno 2010]

Roberto Mancini, Le radici dell’antidemocrazia [uscito su Carta n.20 dell’ 11 giugno]

Franco Cassano, La politica e il ritorno al futuro [uscito su Carta n.21 del 18 giugno 2010]

Raffaele Sciortino, La transizione difficile [uscito su Carta n.22 del 25 giugno 2010]

Emanuele Toscano, La politica dell’eterno presente [uscito su Carta n.23 del 2 luglio 2010]

Paolo Cacciari, Democrazia contro ignoranza [uscito su Carta n.24 del 9 luglio 2010]

Luk, La distruzione dell'istruzione, in: www.Cospirazione.net

Gianpaolo Visetti, La sindrome cinese. Pechino, ricchi e infelici [uscito su La Repubblica n. 195 del 19 agosto 2010]

Giordano Bruno Guerri, Gli Italiani sotto la Chiesa, Mondadori.

Brian Fagan, La lunga estate, Codice edizioni.

Ray Bradbury, Fahrenheit 451: gli anni della Fenice, Mondadori.

Nota: il fotogramma in testa all'articolo è tratto dal film "Fahrenheit 451", di Francois Truffaut (Gran Bretagna, 1966).


L'autore, laureatosi in Filosofia a Catania con una tesi in Psicologia, ha lavorato per molti anni nel campo delle nuove tecnologie, cosa che gli ha dato l'occasione di analizzare i rapporti tra mass-media e società tanto al presente quanto soprattutto presso le civiltà del passato. In seguito alla crisi nel settore sopraggiunta col 2002 è attualmente disoccupato ma costantemente impegnato in ricerche storiche ripubblicate anche da altri siti e periodici cartacei.




Questo articolo è stato inserito il 27 agosto 2010



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