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LE GROTTE DI CATANIA: UN PATRIMONIO NATURALE DA DIFENDERE E VALORIZZARE CON L’ISTITUZIONE DEL PARCO VULCANOSPELEOLOGICO METROPOLITANO
di Giuseppe Sperlinga

In questo articolo il Prof. Giuseppe Sperlinga, biologo naturalista, descrive le grotte di origine lavica presenti nel sottosuolo della periferia nord di Catania. Il loro stato spesso è degradato, alcune sono state rovinate dall'urbanizzazione, altre ridotte persino a scarichi fognari. Il loro interesse archeologico, geologico e naturalistico è tuttavia tutt'altro che trascurabile e la soluzione per la loro tutela e valorizzazione può essere l'istituzione di un'area protetta.

Grotta Petralia La città di Catania, che è stata edificata sulle lave di eruzioni avvenute nella preistoria e in tempi storici, ha il sottosuolo urbano ricco di grotte, alcune delle quali sono note da sempre, altre sono tuttora sconosciute, altre ancora sono state distrutte oppure inaccessibili all’uomo per la mancanza di un ingresso, naturale o artificiale. Non è facile dire quante sono le cavità naturali presenti nel sottosuolo cittadino. A oggi, gli speleologi ne hanno censito una trentina. Si tratta di un patrimonio naturale, in gran parte sconosciuto, perché l’elevata urbanizzazione non ha consentito un censimento rigoroso delle cavità, molte delle quali si aprono all’interno di proprietà private.
L’area di Barriera-Canalicchio - Circa quattromila anni fa, durante l’Età del Bronzo, l’uomo utilizzò le numerose grotte presenti nelle lave dei quartieri di Barriera e Canalicchio. Il sottosuolo della periferia settentrionale della città è, infatti, perforato come una groviera. Tra la circonvallazione e il quartiere doppio di Barriera-Canalicchio, nel raggio di 300 metri, sono dislocate una dozzina di cavità laviche. Procedendo da sud verso nord, dapprima incontriamo le due cavità del Seminario arcivescovile, ubicato tra il viale Odorico da Pordenone e via Vittorio Emanuele da Bormida. Qui, in una dagala risparmiata dalle lave dell’eruzione del 122 a.C., vi è l’ingresso di due caverne scoperte nell’immediato dopoguerra, durante gli sbancamenti lavici effettuati per la costruzione del Seminario: sono le Grotte Nuovalucello I e Nuovalucello II (una terza è stata distrutta). La Grotta Nuovalucello I è una bella galleria di scorrimento lavico che si sviluppa per quasi 200 metri di sotto alle vie G.B. Grassi e V.E. da Bormida. All’interno, presenta numerose stalattiti da rifusione, mensole laterali e tratti di pavimento di lave a corde; la temperatura è di 20°C e l’umidità relativa si aggira intorno al 100%, entrambi i valori si mantengono costanti tutto l’anno. La cavità fu scoperta nel 1945, ma fu esplorata compiutamente soltanto dieci anni dopo e si scoprì che all’interno custodiva reperti ceramici, utensili di selce e ossa umane risalenti all’età del bronzo antico. La Soprintendenza archeologica di Siracusa, subito informata, recuperò i reperti, che furono trasportati nella sede di Villa Landolina di quella città. A distanza di oltre sessant’anni, di quel materiale non si è saputo più nulla, se si eccettua qualche manufatto esposto recentemente nella mostra “In ima tartara” realizzata dalla Soprintendenza di Catania nell’edificio della ex Manifattura dei tabacchi. Qualcuno dice di aver visto qualche reperto esposto in una vetrina del Museo regionale di Archeologia “Paolo Orsi” di Siracusa. La Grotta Nuovalucello II, ha uno sviluppo di appena una cinquantina di metri ed è, oggi, utilizzata come presepe durante il periodo natalizio, allestito dai seminaristi con artistici “pastori” realizzati con ceramiche calatine di epoca ottocentesca.
Grotta Petralia Spostandoci verso via Leucatia, più precisamente in via Filippo Liardo, si arriva alla Grotta Petralia, la più imponente galleria di scorrimento lavico preistorica ubicata a una quota così bassa (138 metri s.l.m.). Ha uno sviluppo di quasi 800 metri e si snoda sotto le vie Liardo, Leucatia e De Logu. Fu salvata dagli unghioni dei caterpillar del canale di gronda, nel 1990, da una donna del quartiere, la signora Caterina Petralia, che aveva la casa proprio sopra la grotta. Durante l’ultimo conflitto mondiale fu usata come rifugio antiaereo, poi come cantina e, infine, murata e trasformata in fogna. La gran caverna è un vero e proprio libro di storia degli ultimi quattromila anni, con testimonianze soprattutto dell’età del bronzo antico (1.800-1.400 a.C.). In questa splendida galleria di scorrimento lavico, che si conserva ancora in ottimo stato nonostante le continue minacce di distruzione di ruspe e del traffico pesante che scorre su via Leucatia, gli archeologi hanno infatti rinvenuto numerosi frammenti ceramici dell’Età del Bronzo, utensili di selce, ossa di grossi mammiferi, un curioso ciottolo lavico sferico, il cui significato sfugge ancora oggi agli stessi archeologi, vasi, sepolture con scheletri umani, recinti realizzati con sassi opportunamente disposti sul pavimento della grotta, entro i quali probabilmente l’uomo preistorico vi svolgeva riti d’iniziazione. Da qualche anno, durante le festività natalizie, nell’ampia sala d’ingresso della cavità, la signora Caterina Petralia realizza un bel presepe con figure umane ad altezza naturale. Sempre a Canalicchio, nei pressi della Grotta Petralia, ma verso via Pietra dell’Ova, si apre l’ingresso della Grotta Ciancio, una bella galleria di scorrimento lavico lunga 276 metri, anch’essa utilizzata in epoca preistorica, greco-romana e medievale. Durante l’ultimo conflitto mondiale è stata usata come rifugio antiaereo dalle popolazioni sfollate.
Nella vicina via Cecchi, vi è l’ingresso della Grotta di via Cecchi, una bella galleria di scorrimento lavico che si apre in lave preistoriche non datate, scoperta casualmente da chi scrive il 29 aprile del 2000, durante i lavori di scavo per la costruzione di un box. La cavità è di grande interesse biospeleologico e archeologico. All’interno, infatti, sono state rinvenute alcune sepolture con ossa umane, un piccolo idolo e numerosi reperti ceramici dell’Età del Bronzo, una gran quantità di cocci di vasi di epoca romana imperiale, lucerne romane o bizantine, macine in pietra lavica. L’ingresso della cavità è, oggi, murato, nell’attesa che la Soprintendenza trovi i finanziamenti per l’installazione di un cancello. Di questa grotta è stato accertato uno sviluppo di oltre 400 metri e che si snoda di sotto le vie Cecchi e Antonelli. Essa è popolata da una fauna cavernicola di grande interesse scientifico. In epoche preistorica, romana e medievale, l’uomo la utilizzò come sepolcreto, luogo di culto, magazzino e, forse anche come abitazione, mentre in tempi recenti l’ha ignobilmente trasformata in “pirituri” (fogna) per le ville sovrastanti e collettore delle acque piovane.
In via Attanasio, una traversa di via del Bosco a fianco della Clinica Morgagni, una dozzina d’anni fa, le ruspe del canale di gronda intercettarono il tratto terminale della Grotta di Via Attanasio, che probabilmente è in diretta continuità fisica con la Grotta dell’Istituto Tecnico Agrario, già nota al grande archeologo Paolo Orsi che studiò l’area circostante, dove vi rinvenne insediamenti umani di epoca preistorica.
Grotta Marrano Spostandoci in direzione di via Passo Gravina, tra le numerose nuove costruzioni e i campi di tennis di fronte alla RAI, troviamo la Grotta dei Roditori, una cavità lunga un centinaio di metri, all’interno della quale sono stati rinvenuti frammenti ceramici di epoca romana e il cranio di un roditore (da qui il nome dato alla cavità). Fu utilizzata come rifugio antiaereo durante l’ultimo conflitto mondiale.
Tralasciando le altre cavità senza nome disseminate nelle sciare tra viale Mediterraneo e la via Nuovalucello (di cui una esisteva nelle lave del 1381 a ridosso della chiesetta delle Piccole Suore, oggi demolita), ci spostiamo verso ovest, in direzione di San Giovanni Galermo. L’area di San Giovanni Galermo – Negli ultimi vent’anni il territorio di San Giovanni Galermo ha subito una radicale metamorfosi, che ha portato alla scomparsa di terreni coltivati, vigneti, mandorleti, sciare e grotte vulcaniche, e alla repentina comparsa di complessi condominiali.
A cancellare l’antica topografia del territorio galermitano, una poderosa spallata l’ha data anche la costruzione della tangenziale, che ha causato, tra l’altro, la distruzione dell’imponente Grotta Marrano, una caverna lunga quasi 300 metri, con le pareti laterali distanti fino a 12 metri e la volta che in alcuni punti era alta anche 10 metri. S’apriva in lave preistoriche, era in ottimo stato di conservazione, si percorreva con facilità (durante la guerra fu utilizzata come ricovero) e presentava rotoli di lava alla base delle pareti, stalattiti da refusione, tratti il pavimento con lave a corde. La grotta venne alla luce in seguito a due imponenti crolli della volta che provocarono la divisione della cavità in tre tronconi. Di questi, s’è salvato quello mediano, che è lungo una ventina di metri. Quello a monte, che misurava una cinquantina di metri, non esiste più, al suo posto oggi vi è una palazzina. Una fine altrettanto ingloriosa ha fatto pure il troncone a valle, lungo oltre 220 metri, che è stato squarciato per una cinquantina di metri durante i lavori di sbancamento lavico per la costruzione della tangenziale. La distruzione della grotta si sarebbe potuta evitare se i progettisti avessero acquisito maggiori informazioni sulla natura del sottosuolo e, soprattutto, tenuto conto delle segnalazioni degli speleologi catanesi.
Trecento metri più a nord, si apre la Grotta della Chiesa, una bella galleria di scorrimento lavico preistorica lunga quasi 130 metri, larga e alta mediamente 10, una cavità di grande interesse naturalistico, archeologico, religioso, folcloristico. S’accede alla cavità da via Calvario: superato un cancello di ferro montato su due pilastri in pietra lavica (su uno vi è inciso l’anno 1886, sull’altro la sigla GSGG), una scalinata di basole laviche conduce nell’ampia sala d’ingresso, dove un tempo, il 24 giugno, festa di San Giovanni Battista, vi si celebravano riti religiosi, canti e balli, una tradizione che è stata ripristinata soltanto da qualche anno. Narra una leggenda che in questa gran caverna galermitana abbia trovato dimora San Giovanni Battista, che avrebbe utilizzato come giaciglio una lastra lavica situata in fondo alla cavità. Secondo un’altra leggenda, la grotta era ritenuta la porta dell’Ade, da cui sarebbe uscito, su un carro trainato da veloci cavalli bianchi, il dio Plutone per rapire Proserpina, la bella figlia di Cerere. (La stessa leggenda è contesa dalla Grotta di Santa Sofia, un tempo esistente nella collinetta omonima, dove oggi sorge la Cittadella Universitaria e della quale si sono perdute le tracce). Adesso, la cavità è un ricettacolo di spazzatura e detriti di varia natura trascinati dalle acque piovane, e di liquami degli scarichi fognari delle case sovrastanti.
Grotta della Chiesa Sempre nel territorio galermitano sono ubicate la Grotta di San Giovanni, ubicata nel vicolo omonimo; la Grotta della Regina Bianca, un tempo abitata, secondo la fantasia popolare, da un fantasma che, di notte, usciva dall’antro avvolto in un bianco lenzuolo (in realtà, altri non era che un volgare ladruncolo che derubava i passanti); la Grotta Manganelli, nella quale, secondo la leggenda, Sant’Agata vi attingeva acqua di fonte, quando vi si rifugiò per sfuggire alla persecuzione del crudele Quinziano.
Fino agli anni ’60, nella periferia settentrionale di Catania, naturalità e mano dell’uomo si fondevano l’una nell’altra: agli orti e ai campi coltivati s’alternavano sciare incolte; le masserie s’armonizzavano con l’ambiente circostante; le strade erano poche e molte ancora a fondo naturale; l’asfalto e il cemento avanzavano, ma non costituivano ancora una seria minaccia per le numerose grotte vulcaniche. Negli ultimi 30-40 anni, l’aggressione al territorio è stata talmente brutale e virulenta da cancellare quasi del tutto tracce e testimonianze sia della Natura sia dell’opera dell’uomo. Sono stati spazzati via mandorleti, agrumeti, vigneti, orti, masserie, sentieri, grotte e sciare, che hanno perduto il loro diritto di esistere di fronte sia alla dissennata speculazione edilizia che avrebbe portato poi all’oscena fioritura di casermoni in cemento armato, sia all’accresciuta esigenza di nuove arterie stradali (che si sarebbe concretata in una miriade di strade, autostrade e tangenziali). E’ in quest’ottica, infatti, che va inquadrata la distruzione della grotta Marrano, la più lunga e imponente galleria di scorrimento lavico prima che fosse riscoperta la grotta Petralia di via Liardo. E dal medesimo angolo visuale vanno pure analizzate le distruzioni o le trasformazioni in putride latrine (“pirituri”, li chiamavano una volta) le caverne vulcaniche scoperte per caso durante i lavori di sbancamento lavico per edificare un palazzo o realizzare una strada. Un patrimonio culturale e scientifico che, si badi, non appartiene ai soli speleologi, ma all’intera collettività e che va adeguatamente protetto e fruito da tutti.
Ci si chiede, dunque: si possono salvare le caverne scampate alla massiccia urbanizzazione che ha sconvolto la periferia settentrionale della città? La risposta è affermativa: le grotte ubicate nell’ambito urbano possono essere salvate e valorizzate soltanto con l’istituzione di un Parco Vulcanospeleologico Metropolitano che ne tuteli l’integrità e ne esalti il valore scientifico-culturale. Per fare ciò, occorre anzitutto definire il nucleo iniziale delle cavità che dovrebbero costituire il primo parco vulcanospeleologico europeo, che inizialmente potrebbe comprendere le grotte prima ricordate. Poi, si procederà al rilevamento topografico della cavità per avere informazioni sullo spessore delle lave che formano la volta e sullo sviluppo, dimensioni e andamento della galleria principale e degli eventuali cunicoli laterali. Ciò consentirà pure di stabilire qual è la situazione urbanistica di superficie, se sopra la grotta vi sono palazzi, strade, piazze e altro ancora, dati di grande utilità se inquadrati in una corretta ottica di protezione civile. Si sa, ad esempio, che un tratto della grotta Petralia passa di sotto alle vie Leucatia e De Logu, due strade intensamente trafficate, anche da mezzi pesanti. E ancora, sopra la grotta della Chiesa sorgono alcune case e la Chiesa Madre di San Giovanni Galermo.
Parallelamente, si dovrebbero avviare indagini biospeleologiche, archeologiche e paleontologiche, tutte ricerche di grande importanza scientifica. Di ciascuna cavità, inoltre, occorre conoscere preliminarmente i parametri fisico-chimici, quali la temperatura, l’umidità relativa (il vero fattore limitante per la fauna cavernicola), la luce, lo stato di agitazione dell’aria, la disponibilità e la composizione chimica dell’acqua. Si procederà, quindi, allo studio della composizione del popolamento faunistico al fine di: a) comprendere com’è avvenuta la colonizzazione di ambienti cavernicoli di recente formazione (non va dimenticato che l’Etna è un vulcano geologicamente giovane con i suoi 500-600 mila anni) e di epoche differenti; b) accertare se sono presenti specie nuove per la scienza; c) scoprire se le cavità sono popolate da troglobi (organismi che presentano peculiarità fisio-morfologiche che permettono l’adattamento all’ambiente cavernicolo), da specie relitte di una fauna ormai scomparsa in superficie (“fossili viventi” per i biospeleologi).
Infine, bisogna eseguire una serie d’interventi puntuali e finalizzati alla loro valorizzazione.
Istituire, dunque, un parco vulcanospeleologico urbano per consentire: 1) la salvaguardia delle ultime gallerie di scorrimento lavico esistenti a bassa quota che appartengono di dritto al patrimonio naturale, unico in Europa e che il mondo intero c’invidia; 2) il recupero e lo studio delle vestigia della nostra storia antica e recente; 3) la ricerca sistematica e comparata sul popolamento faunistico di cavità vulcaniche formatesi migliaia di anni fa e in tempi storici; 4) la fruizione culturale delle caverne anche a coloro i quali non hanno dimestichezza alcuna con le grotte, attrezzando la grotta Petralia come “grotta museo della preistoria etnea”, come più volte sostenuto da noi su questo giornale, oppure rendendo visitabile una o entrambe le grotte di San Giovanni Galermo; 5) la fruizione scientifica di una grotta vulcanica con la realizzazione di un laboratorio sotterraneo per condurvi ricerche biologiche.
Un progetto, come si vede, che non nasconde una certa ambizione, perché, una volta istituito, il parco vulcanospeleologico sarà un autentico polo di attrazione tra le iniziative portate avanti dall’Amministrazione comunale per il rilancio culturale della città. Un progetto, dunque, che va inserito in un ben più ampio programma di tutela e fruizione del patrimonio naturalistico e culturale del territorio etneo che mira a sottrarre dalla distruzione e dal degrado le gallerie di scorrimento lavico che si snodano sotto le strade e le piazze cittadine, a individuare altre grotte finora sconosciute, a recuperare i reperti rinvenuti negli anni passati che hanno spiccato il volo verso Siracusa, a realizzare una struttura permanente che permetta la fruizione culturale e scientifica di questo patrimonio naturale che appartiene all’intera collettività.
Assieme alle grotte vanno pure tutelate e valorizzate le aspre e incolte lave delle sciare, o meglio gli ultimi lembi delle lave delle eruzioni del 1381 e del 1669 presenti nel territorio urbano, oggi condannate al misero ruolo di ricettacoli di ogni sorta di rifiuti, assurdamente occultate da giganteschi cartelloni pubblicitari, colpevolmente devastate da una edilizia incontrollata. Bisogna convincersi, invece, che le sciare rappresentano un patrimonio naturalistico che va difeso, valorizzato e fruito dai cittadini, perché sono le ultime testimonianze di eruzioni antiche e recenti presenti a una quota così bassa, perché in esse è possibile osservare i vari gradi di colonizzazione delle piante e sono popolate da una fauna che andrebbe conosciuta e studiata. Aggiungiamo che dovrebbe essere parte integrante del progetto sia la scogliera lavica che va dalla piazza dei Martiri a San Giovanni li Cuti, sia la Timpa di Leucatia, una stupenda terrazza verde che s’affaccia sulla città ricca di acque sorgive che, oggi, si perdono inutilizzate nel sottosuolo.
I risultati attesi dal progetto che mira all’istituzione del Parco Vulcanospeleologico Metropolitano sono molteplici: a) l’arresto del degrado ambientale delle grotte e delle sciare incolte; b) la tutela delle ultime gallerie di scorrimento lavico esistenti a bassa quota nell’area metropolitana etnea; c) il recupero, la promozione e la fruizione del patrimonio naturalistico e culturale-antropico ipogeo ed epigeo dell’area interessata dal progetto; d) l’affermazione di un flusso turistico non stanziale canalizzato in percorsi tematici integrati; e) l’aumento dell’occupazione soprattutto giovanile; f) l’istituzione di uno o più centri di visita, oltre che di un laboratorio naturalistico-ambientale; g) la realizzazione di aree attrezzate.
Per l’attuazione di un progetto così articolato occorrerebbe l’investimento di almeno due milioni di euro, una cifra per niente esagerata se si pensa che, una volta realizzato il programma e gestito in maniera razionale, tutto sarà in grado di autosostenersi nel tempo.

Nota. Si ringrazia il Prof. Giuseppe Sperlinga per la pubblicazione del suo articolo in questo sito. La foto all'inizio del testo è stata cortesemente concessa dal Centro Speleologico Etneo. Le altre sono state scattate dall'autore. Il loro utilizzo non è libero ma è eventualmente subordinato al consenso dei rispettivi proprietari.

Giuseppe Sperlinga, biologo naturalista, è direttore della Riserva Naturale Integrale “Grotta Monello” di Siracusa, gestita dal Cutgana Università di Catania. Il suo interesse scientifico per le grotte nasce nel 1972, anno in cui, ancora studente universitario, frequentò il corso di Speleologia del Gruppo Grotte Catania del CAI sezione dell’Etna. Tra il 1990 e il 2000 ha riscoperto due tra le più lunghe gallerie di scorrimento lavico della periferia settentrionale di Catania, all’interno delle quali sono state rinvenute sepolture e altre importanti testimonianze risalenti all’Età del Bronzo Antico: la grotta Petralia, la galleria di scorrimento lavico più lunga (800 m) esistente a una quota così bassa, e la grotta di via Cecchi (400 m esplorati, altrettanti ancora da esplorare).
E’ giornalista pubblicista scientifico iscritto all’Ordine dei Giornalisti di Sicilia ed è autore di centinaia di articoli sulle grotte vulcaniche dell’Etna pubblicati da quotidiani a diffusione regionale (La Sicilia) e a diffusione nazionale (La Stampa, Corriere della Sera), collabora con la rubrica “Passeggiando per…” dell’emittente televisiva Antenna Sicilia di Catania e con il settimanale a diffusione regionale “I Vespri” di Catania. E’ coautore del capitolo sulle grotte dell’Etna del volume “Etna, il vulcano e l’uomo” edito dalla Casa editrice G. Maimone di Catania e della pubblicazione scientifica “Proposta di un parco vulcanospeleologico per l’area metropolitana di Catania” in “La tutela dell’ambiente nel territorio catanese: stato, problemi, prospettive” (Atti del Forum delle Associazioni ambientaliste della provincia di Catania, 2006, Nuova Zangarastampa editrice).
Da una dozzina d’anni il suo interesse scientifico è rivolto alla Timpa di Leucatia, di cui è autore di numerosi articoli di stampa (La Sicilia, I Vespri), servizi televisivi a diffusione regionale (Antenna Sicilia) e nazionale (RAI) e relazioni naturalistiche finalizzate alla tutela e fruizione di questo ambiente naturale caratterizzato dalla presenza di un ambiente umido e da un sito di grande importanza archeologica.
Dal 2003, è vicepresidente di “Stelle e Ambiente” di Catania, associazione ONLUS di cultura scientifica che promuove e divulga ricerche in campo astronomico e ambientale, per conto della quale ha ideato e organizzato il corso di cultura naturalistica urbana “Natura in città” (2004) e itinerari naturalistici nella Sicilia orientale per escursioni domenicali aperte al pubblico.




Questo articolo è stato inserito il 5 dicembre 2010



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