C a t a n i a C u l t u r a . c o m



Vi ravviso luoghi ameni

Vi ravviso, o luoghi ameni
di Franco La Magna.
Città del Sole Edizioni.
210 pagine. Euro 15

Vincenzo Bellini ha incarnato perfettamente il personaggio del genio romantico. Ammirato dagli artisti contemporanei, osannato dal pubblico, corteggiato e conteso dai salotti aristocratici di tutta Europa. La morte prematura lo ha consacrato al mito. Ma è soprattutto la straordinaria bellezza delle sue opere ad incantare da due secoli il pubblico mondiale. Anche il cinema e la televisione, ma soprattutto la "settima arte", hanno contribuito in modo non indifferente ad accrescerne la fama immortale. Vi ravviso, o luoghi ameni è il racconto avvincente e appassionato della straordinaria avventura cinematografica e televisiva del "Cigno" di Catania.



Documenti Umani

Documenti umani
di Federico De Roberto
Collana "Classici sommersi"
Bel-Ami Edizioni
Introduzione di Antonio Di Grado
Prefazione di Simona Camplone
Prezzo: € 10,00

Dall’autore de I Vicerè, una raccolta di racconti che descrivono in maniera raffinata e incredibilmente moderna le misteriose facce dell’animo umano, in un continuo alternarsi di vizi e pentimenti. Federico De Roberto ci accompagna, con il suo passo critico e severo, in un percorso tortuoso tra uomini pazzi di gelosia, equivoche missive e duelli d’onore, mettendo in mostra le sottili debolezze della sua generazione e regalandoci uno spaccato impietoso della rigorosa società di fine Ottocento. I quattordici racconti che compongono l’antologia costituiscono una rara collezione di tecniche narrative che mescolano, con stile e disinvoltura, dialoghi dal ritmo incalzante a monologhi dal vigoroso impatto melodrammatico.
La straordinaria analisi psicologica dei personaggi lascerà stupiti di quante generazioni abbiano continuato a mantenere intatte certe prerogative “umane” anche dopo questa preziosa edizione del 1888.



FAI


       
LE DUE VITE DEL TEATRO COPPOLA DI CATANIA TRA IL 1821 ED IL 1943,
di Ignazio Burgio.


Prima dell'inaugurazione del Teatro Massimo nel 1890, l'unico vero Teatro lirico esistente a Catania era il Comunale, poi Teatro Coppola. Ospitato all'interno di un vecchio magazzino nella zona del Porto, vide le vicende legate al successo ed alla prematura scomparsa di Vincenzo Bellini, gli entusiasmi risorgimentali nel 1848 e nel 1860, e la sua decadenza e rinascita alla fine del XIX secolo. Tornato definitivamente magazzino dopo il 1939, nell'estate del '43 venne semidistrutto durante il bombardamento di Catania da parte degli aerei alleati.

Rovine del Teatro Coppola Al tempo in cui Napoleone con la sua “Grande Armata” sbaragliava sui campi di battaglia di mezza Europa tutti i più potenti eserciti coalizzati contro di lui, Catania contava poco più di cinquantamila abitanti (52.014 secondo il censimento del 1805), era come tutta la Sicilia sotto la sovranità di Ferdinando I di Borbone ed oltre ad una non indifferente vivacità economica e commerciale, si distingueva anche per una generale passione per le rappresentazioni teatrali e musicali che accomunava praticamente tutte le classi sociali. Nelle Chiese, nei conventi, ed anche all'aperto in Piazza Università se il tempo lo permetteva venivano eseguiti concerti corali, drammi sacri e componimenti musicali a cui assistevano anche i cittadini più poveri e meno colti. Gli spettacoli più impegnativi, come le opere liriche del tempo, venivano invece ospitati nei piccoli teatri privati dei nobili dell'epoca, come quello del barone di San Demetrio in Via Sangiuliano (in uno dei palazzi dei “Quattro canti”), o del Principe di Biscari nel suo omonimo palazzo. Anche se già dalla fine del '700 vi era l'idea di costruire un teatro cittadino vero e proprio come quelli esistenti in altre città d'Italia, tuttavia fu solo nel 1812 che per decisione della municipalità catanese (o “Decurionato”) vennero iniziati i lavori di un grande teatro nell'allora Piazza Nuovaluce (oggi Piazza Teatro Massimo), sotto la direzione dell'architetto maltese Giuseppe Zahra. Dopo breve tempo tuttavia i lavori si dovettero interrompere causa la necessità di dirottare i fondi per l'urgente costruzione di un molo foraneo: non disponendo infatti ancora la città di Catania di un vero porto, i pirati algerini minacciavano costantemente le navi alla fonda nel mare antistante la città. In quegli stessi anni per di più alcuni terremoti di una certa gravità danneggiarono quanto era già stato costruito del Teatro, e molti abitanti della zona si appropriarono del legname depositato nel cantiere per puntellare le loro case pericolanti.
Visto che la costruzione del grande teatro andava per le lunghe, nel 1818 un gruppo di cittadini catanesi inoltrò una petizione al Decurionato/”Giunta Municipale” della città, e questo decretò lo stanziamento annuale di 800 onze per il proseguimento dei lavori. Ma poiché questi ultimi tardavano ancora ad ingranare, due anni dopo il Duca di Sammartino, Intendente del Val di Catania (l'equivalente del nostro Presidente della Provincia) nel marzo del 1820 sollecitò il Patrizio di Catania (cioè il Sindaco) ad allestire un piccolo teatro provvisorio in attesa che si completasse di lì a qualche anno il teatro vero e proprio nell'attuale Piazza Teatro Massimo. Il 20 marzo, in seduta straordinaria, il Decurionato deliberò l'utilizzo di un magazzino di proprietà del cavaliere Francesco Gravina Hernandez, in contrada San Tommaso ed oggi Via Vecchio Bastione, di fronte l'attuale porto. Gli accordi prevedevano l'uso dello stabile per un periodo di nove anni, periodo ritenuto più che sufficiente in attesa del completamento dei lavori del Teatro Massimo, in cambio esclusivamente della concessione di un palco al proprietario dell'immobile. All'architetto Salvatore Zahra Buda, figlio adottivo del sovrintendente ai lavori del teatro principale, venne dato l'incarico di progettare l'allestimento degli interni.
Poco più di un mese e mezzo dopo, l'8 maggio, venne assegnato l'appalto per il riadattamento e la successiva manutenzione (al costo di 5 onze l'anno) ad un certo Antonio Pulvirenti. Venne anche istituita una “Deputazione teatrale” col compito di sovrintendere non solo alle esigenze materiali, ma anche al buon andamento della sua attività artistica. Nel giro di tredici mesi e qualche giorno il “teatro provvisorio” fu realizzato e pronto per l'inaugurazione - con l'opera "L'Aureliano in Palmira", di Gioacchino Rossini - proprio all'inizio dell'estate del 1821 (il giorno esatto curiosamente non è certo: tra il 19 ed il 23 giugno comunque). Il costo per la trasformazione del vecchio magazzino in teatro lirico in realtà fu ben superiore alla cifra preventivata di 800 onze, arrivando a quasi 2100 onze. Ma l'architettura interna e gli arredi sembravano tuttavia giustificare tale spesa: da un inventario di qualche anno dopo (1825) si viene infatti a sapere che era costituito da 59 palchi, 24 file di banchi in platea, 16 lumi di ribalta, 24 fanali nei corridoi, 100 lumi per le scene, due fanali alla porta della platea, un lampadario di cristallo a 18 lumi. Nel 1841 il duca di Carcaci lo descriveva così: “...l'ingresso è mediocre, la figura regolare, comode sono le scale, ventilati i corridoi, ampio il palcoscenico, elegantemente dipinte le scene. Si contano quattro ordini di palchetti di numero quindici di ciascun ordine e possono comodamente godervi lo spettacolo 700 individui compresa la platea...”.
Nel 1830 trascorsi i nove anni di concessione del locale, il teatro Massimo di Piazza Nuovaluce non era ancora terminato (lo sarebbe stato solo nel 1890 !), e dunque si rese necessario dal parte del Comune provvedere all'acquisto dell'immobile del “Teatro provvisorio” al fine di renderlo “stabile”. La transazione venne conclusa tramite due enfiteusi, una con gli eredi del Gravina Hernadez (nel frattempo deceduto) ed un'altra con le proprietarie di alcuni terreni sul retro del teatro, le Signore Malerba e Carnazza. A condizionare negativamente l'attività artistica del locale, denominato fino a tutto il XIX sec. semplicemente “Teatro Comunale”, furono le scarse risorse finanziarie che non consentirono di scritturare compagnie e cantanti di buon livello. Nel medesimo 1830 l'impresario Gioacchino Andreani chiese invano qualche sussidio in più per arricchire il cartellone della stagione 1830/31 con nomi celebri dell'epoca, come Amalia Brambilla, Giulia Grisi e Giuseppe Prezzolini. Si preferì invece, per risparmiare, appoggiarsi ad una compagnia non di cartello, la quale medesima tuttavia non riuscì a cantare che per breve tempo: la stagione successiva venne infatti interrotta per il fallimento dell'impresario. Nel medesimo anno 1832 pertanto in occasione di un evento artistico eccezionale, ovvero il ritorno a Catania di Vincenzo Bellini, questi venne festeggiato sempre al Teatro Comunale ma non con un'opera lirica, sua o di altri, bensì con la rappresentazione di una tragedia, "L'Atreo", del catanese Gioacchino Fernandez. Il medesimo grande compositore lirico catanese, di lì a qualche anno venne nuovamente celebrato ma in occasione purtroppo della sua dipartita: il 10 novembre del 1835 infatti, dopo la notizia della morte di Bellini, i catanesi andarono al teatro vestiti a lutto, per assistere alla rappresentazione della "Norma". Il quotidiano palermitano Il Telegrafo un paio di settimane dopo così riferì: “La sera del 10 novembre fu ai catanesi dolorosa ad un tempo e festevole. Si rappresentava la Norma per la prima volta. Ma quella classica musica veniva eseguita nella patria del suo autore quando appunto di Lui era avvenuta la irreparabile perdita. I catanesi piangevano Bellini e applaudivano la Norma. Applaudivano gli artisti che la eseguivano, e mentre le mani si alzavano in segno di generale acclamazione, le lacrime scorrevano, ministre di un acerbissimo dolore...” (Danzuso, p. 142, nota 25).
Altre serate memorabili si ebbero nel 1848, durante i moti antiborbonici, dove in occasione delle rappresentazioni dell' "Ernani" di Verdi e dei "Puritani" di Bellini, gentiluomini e dame inneggiarono a Papa Pio IX. Il quotidiano catanese L'amico del popolo così scrisse: “...Spettacolo più magnifico ed imponente presentava la sera il teatro Comunale. Quest'ampio ed elegante edificio erasi addobbato all'occasione, e presentava vastissimo salone tappezzato interamente a cortine tricolori con larghe frange d'oro e d'argento... Stavano poi negli altri palchi elegantemente vestite e tutte cinte di sciarpe tricolori nobili dame e signore delle quali una per palco teneva e faceva pendere dal loggiato una bandiera nazionale. I posti di platea erano quasi tutti coperti da giovani uffiziali delle squadre organizzate della guardia nazionale e della guardia stessa. Cantavasi l'Ernani del maestro Verdi; e primo fra tutti fu dal pubblico salutato l'egregio tenore Ferrari Stella, che qual fratello italiano fu primo a gridare viva Pio nono, viva Sicilia, a quali parole corse quel grido per la bocca di tutti. L'entusiasmo accrescevasi di punto in punto,ma pervenne nel suo colmo al finir dell'atto primo quando una pioggia di fiori, di corone, di nastri, di poetici componimenti venne dall'alto dei loggiati, tra li quali pubblico e cantanti levaronsi concordemente e fu una voce quella dei mille gridanti gli evviva a Pio nono, all'Italia, a Sicilia...” (Danzuso, p. 142, nota 22).
Analogamente nel 1860, prima dell'arrivo di Garibaldi in Sicilia, durante la rappresentazione di "Giovanna De Guzman" (la versione censurata dei "Vespri Siciliani" di Verdi) un cantante intonò l'inno alla libertà, provocando la reazione dell'autorità borbonica che sospese gli spettacoli. Cinque anni dopo, nel 1865, in occasione del ritorno definitivo a Catania del compositore Pietro Antonio Coppola, nel teatro che poi avrebbe portato il suo nome gli venne dedicata una serata di gala, ma anche stavolta, come già in presenza di Vincenzo Bellini nel 1832, con la rappresentazione non di un'opera musicale, bensì di una commedia di Goldoni.

Nel 1887 il Teatro Comunale venne chiuso e dopo essere stato ritrasformato in magazzino venne affittato a commercianti locali come deposito di crusca, cereali e baccalà. Tuttavia nella Catania “belle epoque”, dove grazie a Verga, Capuana, Martoglio, ecc. la vita teatrale e culturale stava diventando così intensa come poche altre città in Italia, il vecchio e glorioso teatro era ancora destinato ad una sorte migliore. All'inizio del 1895 il locale venne concesso dal Comune al “Circolo Filodrammatico Artistico”, che dopo averlo rimesso a nuovo a proprie spese, lo inaugurò il 26 gennaio dello stesso anno. Gli spettacoli ovviamente non erano più musicali, salvo qualche eccezione, ma soltanto in prosa, sia in italiano che in dialetto. Il consenso e l'ammirazione da parte del pubblico e della stampa risultò comunque sempre crescente. Nel 1908, in occasione della rappresentazione del dramma “Malìa” di Luigi Capuana, il 2 giugno di quell'anno, il teatro venne dedicato al compositore Pietro Antonio Coppola, morto nel 1877 sempre a Catania, pur restando sempre il luogo di spettacolo del Circolo Filodrammatico che nel 1923 assunse la denominazione di “Brigata d'Arte”. Gli interni del locale comunque non erano più quelli del secolo precedente a motivo dei frequenti rimaneggiamenti, l'ultimo dei quali nel 1920. Da un articolo comparso il 26 novembre 1933 sul periodico catanese L'intervista si viene a sapere che “la porta grande del teatro dà in un piccolo corridoio, il corridoio subito nella sala. Vi corrono tre ordini di palchi e il loggione. Le decorazioni sono di zecchino su fondo chiaro e l'interno è rivestito di carta rossa. Il soffitto è un ricamo e il telone si fregia di una serie di ritratti di concittadini illustri messi in fila come per una parata...” (Danzuso, pp. 129-130). Anche dalle foto dell'epoca si nota che un telone con funzione di soffitto era stato posto a metà dell'altezza originaria del teatro, al fine di coprire gli ultimi due ordini di palchi (il terzo ed il quarto) ormai fatiscenti.
Con lo scoppio del secondo conflitto mondiale il Teatro Coppola non ospitò più alcuna attività teatrale ed abbandonato al suo destino si ridusse a deposito per i pescatori della zona, finché l'8 luglio del 1943 in seguito al bombardamento di Catania da parte degli Alleati venne quasi completamente distrutto. Nel 1959 si riparlò di ricostruirlo, ed il 1° ottobre di quell'anno la Giunta municipale approvò un progetto sostenuto oltre che con uno stanziamento da parte del Comune anche dai contributi nazionali per i danni di guerra. Subito dopo tuttavia la medesima amministrazione comunale preferì dirottare i fondi municipali per altre necessità più urgenti, rinunziando anche a percepire i risarcimenti nazionali. Una parte del teatro rimasta ancora in piedi venne consolidata per essere utilizzata come laboratorio teatrale per le scenografie del Teatro Massimo. Ma da Via Bastione Vecchio e da qualche cortile interno si possono ancora intravvedere sopra le moderne abitazioni le tristi rovine del glorioso primo teatro moderno di Catania.

Bibliografia.

Domenico Danzuso, Musica, musicisti e teatri a Catania, Palermo, 1984 (pp. 125 - 143).

Vincenzo Privitera, Enciclopedia dei teatri e degli spettacoli a Catania nell'ottocento, Litostampa Catania (pp. 53 – 66).


Nota. La foto a colori a fondo pagina ritrae i ruderi del Teatro in Via Vecchio Bastione a Catania: è stata scattata dall'autore ma è liberamente a disposizione di chiunque.

Questo articolo è stato inserito il 17 febbraio 2011.



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