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FAI


       
TRA ORTI E ACQUEDOTTI ALLA RISCOPERTA DEL CONTADO CATANESE,
di Ivano Prato Iorga.


Le grandi risorse idriche di cui è sempre stata ricca la città di Catania sono state sfruttate sin dall'età antica. Nel XVII secolo i monaci benedettini costruirono un lungo acquedotto per rifornire sia il loro convento e le loro proprietà, sia l'intera città. Ancora oggi in diverse parti di Catania è possibile vedere i resti di arcate, mulini ed altre ingegnose opere idrauliche che testimoniano la sofisticata rete idrica a quell'epoca pari soltanto a quella della città di Londra.

Resti dell'acquedotto all'interno del Parco Gioeni a Catania Il complesso sistema realizzato dai monaci Benedettini di Catania rappresenta un raro esempio di ingegneria idraulica secentesca. Per l'Era Moderna infatti non abbiamo grandi testimonianze del genere in Europa, se non oltremanica l'esempio del New River, aperto nel 1613 per rifornire di acqua potabile Londra, coprendo una distanza di circa 62 km. Bisognerà poi attendere il XIX secolo per poter notare uno sviluppo imponente di tali strutture.
La volontà di realizzare un acquedotto che approvvigionasse il convento si deve immaginare che abbia da sempre caratterizzato le vicende del medesimo, sin dal suo insediamento in città entro le mura, nei territori della Cipriana e del Parco, nel 1557. I Benedettini ebbero inizialmente due storici cenobi a Santa Maria di Licodia, dov'era l'abbazia del SS. Crocifisso, e al colle Pennacchio (nella zona tra Paternò e Belpasso), dove era eretto un tempio a San Leone, mentre dal XII si dotarono di un ricovero per i frati più anziani e malati a nord di Catania dedicato a San Nicola, costituendo il primo nucleo abitativo della città di Nicolosi. Quest'ultimo, grazie ad un'ordinanza di Re Federico III d'Aragona, divenne monastero e sede principale dei tre eremi, dotandosi nel tempo di notevoli acquisizioni fondiarie e donazioni, tra cui quelle dello stesso Re di Trinacria, nonché delle regine Eleonora d'Angiò e Bianca di Navarra. Tuttavia, a causa dei numerosi terremoti (nonché dell'eruzione che distrusse il monastero di San Leone nel 1536-37) e della presenza di briganti che dalla decadenza del Viceregno rendevano poco sicure le strade interne e isolate nel corso dei secoli XVI e XVII, i monaci nicolositi tentarono a più riprese di accedere alla più sicura città di Catania, facendo richiesta di terreni atti alla fabbricazione di un loro convento entro le mura. Nel 1557 il senato civico diede loro i terreni a ovest, anticamente zona ricca di palazzi patrizi, in quel secolo ormai ridotto a poveri quartieri malsani. La prima pietra venne posta l'anno seguente.
I monasteri fin lì realizzati erano riccamente forniti di acque fresche, in particolare il sito più antico – il tempio del SS. Crocifisso – che sorse proprio nei pressi della sorgente storicamente sfruttata per l'approvvigionamento in Età Classica di Catania. Da qui partiva un lungo acquedotto che giungeva in città con diverse situazioni morfologiche che lo portavano ora in interro, ora su ponte. Uno di questi ponti era dotato di 65 arcate, di cui la metà vennero demolite per ricavarne materiale per la costruzione delle mura di città nel 1556, gli archi residui furono investiti dalla colata del 1669, che tuttavia ne risparmiò parte del canale sommitale, ancora svettante sopra le lave ormai fredde, in quella che ad inizio XX secolo fu la proprietà Borzì-Salmona (lettera A in pianta).
Pianta dei resti degli acquedotti a Catania Il terreno loro concesso non presentava queste agevolazioni, era piuttosto un luogo isolato: non a caso era questa l'area su cui gravitava la Torre del Vescovo, lazzaretto voluto da Don Antonio De' Vulpone nel 1302. Così nel 1593 e nel 1597 avviene l'acquisto di ampi lotti della Licatia, un sito frequentato sin dalla Preistoria proprio per la presenza di acque di risorgenza (che pare diedero il nome alla omonima Timpa, da Catria nei documenti del Medioevo, poi Dacatria, Dicatria, Licatria, Leocatia, Licatia, oggi nota invece come Leucatia) e su cui svetta un antico edificio monumentale Romano, identificato talora come sepolcro (lettera C in pianta).
Nel 1608 vennero inaugurati il chiostro e la grande fontana rinascimentali, su evidente progetto risalente ai primi anni in cui i monaci si insediarono nel sito (lettera B in pianta). La presenza di una fontana fa supporre un piano legato alla precisa volontà di dotare il complesso di acque "a perdere", cosa irragionevole se pensiamo alla scarsità d'acqua di cui era fornito inizialmente il convento. Quindi doveva esistere già un determinato progetto in cui era prevista una fornitura perpetua di acqua per il convento appena inaugurato.
Tuttavia non si hanno novità in tale direzione, almeno fino al 1644, data in cui venne inaugurata la Villa Papale su esplicita volontà dell'abate Mauro Caprara, priore anche negli atti del 1649, quando l'acquedotto, finalmente compiuto, venne per contratto concesso al senato civico in cambio della sua manutenzione. Quindi l'acqua che esso portava non servì più ai soli frati, ma provvedeva anche al fabbisogno della città e, di pari passo, all'irrigazione dei diversi Orti che si affacciavano a nord di essa.
Il complesso sistema di irrigazione prevedeva salti di quota e diverse situazioni geografiche da dover affrontare, risolte con la realizzazione di varie forme di opere di adduzione dell'acqua che, per mantenere una gravità costante, faceva largo uso di ponti acquedotti e di castelli d'acqua di ispirazione romana, mentre gli sfiati si ispiravano ad un sistema analogo tradotto dai sistemi di irrigazione islamica. I canali erano a pelo libero, cioè aperti, e dovevano convogliare grandi masse d'acqua (solitamente strutture analoghe conducevano circa 1000 l/s), destinate ad alimentare tra l'altro una decina di mulini distribuiti lungo il loro tragitto. Da questi i Benedettini ricavavano 656 onze annue. Uno di questi edifici, nel tempo divenuta sede di casa feudale settecentesca, è ancora – nonostante il pietoso stato di degrado che la caratterizza – in discrete condizioni all'interno del Parco Gioeni, un importante e ampio parco comunale la cui storia è piena più di brutte vicende che non di valorizzazione e cura del verde pubblico, un bene così importante per una città tanto caotica come Catania. Nei pressi del palmento si conservano diverse strutture legate all'acquedotto, come una vasca settecentesca o il canale chiuso a caduta, che sfruttando un salto in parte naturale doveva alimentare l'antico mulino.
L'eruzione del 1669 non interessò che in minima parte l'acquedotto, esclusivamente al suo arrivo nei pressi del convento, anche se è probabile che subì dei danneggiamenti, forse a causa delle “ceneri vulcaniche” che offuscarono a lungo la città, considerando la realizzazione del lavatoio di Cibali (lettera D in pianta) a nord ovest, forse legato alla necessità di attingere anche dalla fonte di Santa Sofia, appena due anni dopo. La presenza di un archeggiato di un ponte acquedotto non troppo distante da esso pare esserne una testimonianza. Nel 1693 il sisma del Val di Noto gravò anche sull'acquedotto, che tuttavia non ne causò la chiusura, giacché abbiamo notizia del suo usufrutto per i giardini che appartennero al Principe di Biscari nel Settecento, mentre ancora fino agli anni 1957-58 i suoi mulini erano in funzione.
La sua presenza ha in parte condizionato lo sviluppo urbanistico nord di Catania, dove diverse strade lo costeggiavano per lunghi tratti, tra cui le vie Leucatia, Musco, Palazzotto, Empedocle, Carmelo Abate, Longo. Quest'ultima era chiamata fino al XIX secolo “Via degli Archi”, per la presenza del ponte acquedotto che ancora insisteva sulla stessa. La toponomastica della zona in cui venne eretto invece è influenzata dai nomi dei diversi Orti che alimentava, quindi le vie Orto Limoni, Orto San Clemente, Daniele.
Gli Orti erano grandi appezzamenti di terreno, perlopiù adibiti a coltivazioni, e insistevano dove erano i celebri Pagi et Nemora Catanensis (i Boschi e le Ville dei Catanesi) sorti nei luoghi della Necropoli monumentale romana. Qui infatti permangono il Mausoleo di Villa Modica, un edificio funebre in forma cilindrica e a due piani, un colombario Romano composto da 32 nicchie in cui stavano i vasi canopi dei defunti e il cosiddetto “Ipogeo Quadrato”, presunto residuo di una Piramide Romana.
La funzione funebre si mantenne fino al Basso Medioevo, come testimonia la cappella Tardo Gotica dei Paternò, eretta nel 1494 e impreziosita da una monofora a sesto acuto bicroma, cui si aggiunse un primo tempio nel Cinquecento, divenuto sede del monastero di Santa Maria di Gesù e ricostruito dopo il sisma del 1693. Oggi la chiesetta conserva numerosi tesori del Rinascimento, come il portale di Antonello Gagini o il piccolo chiostro, impreziosito da affreschi dell'Ottocento. Ancora prima dell'Unità qui era la Selva dei Padri Riformati, un pregevole bosco residuo di quel contado medioevale, tristemente distrutto in nome di una espansione urbana senza controllo che ha estinto per sempre quei ricchi e fertili feudi che circondavano la città a nord.
Qui la coltivazione dominante era quella degli agrumeti, sebbene non mancasse una discreta coltivazione di viti, olivi e nel corso del XIX secolo anche di gelsi per la produzione intensiva di seta. Qui i maggiori erano di certo il feudo del San Salvatore (segnalato visivamente anche nelle più antiche planimetrie della città), cui si aggiungevano l'Orto di Daniele che apparteneva all'imponente Villa Daniele, l'Orto San Clemente, l'Orto Limoni e gli orti dei Biscari e dei Benedettini. Ignazio Paternò Castello Principe di Biscari destinò il suo lotto ad "area di sollazzo", dove fece realizzare un magnifico Giardino “alla Siciliana”, chiamato talora Laberinto Biscari per l'intreccio tra viali, gallerie artificiali, siepi, fontanelle e boschi.
'Orto San Salvatore' all'interno del Giardino Comunale 'Vincenzo Bellini' Il Laberinto, inaugurato nel 1754, venne venduto dagli eredi del Principe un secolo più tardi e – insieme all'Orto San Salvatore – costituì il nucleo iniziale del Giardino Civico, dedicato poi al compositore m. Vincenzo Bellini. Con la realizzazione del Viale degli Uomini Illustri negli anni 1880-83 venne finalmente inaugurato tale giardino, destinato ad essere il principale “polmone verde” della città. L'ultimo ampliamento dello stesso avvenne nel 1932 con la realizzazione del monumentale ingresso su Via Etnea, le cui statue decorative furono opera del celebre artista Mimì Maria Lazzaro. Da segnalare il recente restauro del Giardino, inaugurato il 23 settembre 2010, che ha messo in luce le strutture superstiti dell'antico Laberinto.
La presenza di questo grande giardino e delle collezioni di piante esotiche che lo arricchivano, erroneamente definito “Villa” dai catanesi, dimostra l'interesse per la Botanica che nutriva il Principe di Biscari. Tale scienza conosce a Catania il suo massimo apice a cavallo dei secoli XVIII e XIX, con la nascita degli Orti dei Biscari e dei Benedettini (questo venne realizzato su specifica volontà dell'abate Guttadauro e sovente veniva usato per studi Botanico-Farmaceutici) da un lato e con importanti studi e pubblicazione scientifiche da parte di autori quali ad esempio lo Scuderi, il Maravigna, Castorina e De Gaetani, nonché il Gemellaro.
Nonostante l'interesse per la Botanica in tali secoli, non esisteva, all'interno dell'Università degli Studi di Catania, una cattedra per tale disciplina fino al 1788, quando venne affidato l'insegnamento a Matteo De Pasquale: fino a tale data infatti la disciplina era stata una branca di Medicina, Scienze Naturali o Farmacia. Lo studio delle piante avveniva però in orti privati appartenuti ai diversi presidenti susseguitesi e solo nella figura di Francesco Tornabene, monaco benedettino, si ha lo sforzo di dotare di un Orto Botanico Universitario la città di Catania. La storia di tale struttura è quindi legata a tale personalità che dovette affrontare numerose difficoltà prima di vedere coronato il suo desiderio. Inoltrata la richiesta per la realizzazione dell'Orto nel 1843, la delibera che ne autorizzava la ricerca di terreni da acquistare giunse due anni più tardi e nel 1847 furono pronti progetti e terreni (furono porzioni di lotti appartenenti a diverse famiglie e tutte confinanti tra loro, tra questi si ricorda tra gli altri una porzione di terreno appartenuta a Giovanni Verga). Tuttavia nel 1848 i moti rivoluzionari causarono la perdita dei finanziamenti e dei fogli di progetto: con molta pazienza il Tornabene non perse speranze e accumulò fondi fino al 1854 e nel 1856 fu pronto un nuovo progetto. L'Istituto fu inaugurato appena due anni più tardi, per ricevere infine le prime piante straniere nel 1862 da Svezia, Francia e Italia. Mario Cultraro cedette il proprio terreno all'Istituto nel 1865, con l'esplicita richiesta che qui fosse tenuto un Orto Siculo: questa è l'unica espansione che riscontriamo, difatti la crescita urbanistica circondò il giardino limitandone i confini. Del 1901 è invece un tentativo di espansione con la realizzazione dell'Orto Botanico Alpino “Gussonea” presso la Casa Cantoniera a Nicolosi, creato per sperimentare la crescita di piante tipicamente alpine sull'Etna.
Ugghia dell'Acqua nell'Orto Botanico Universitario su via Longo. Rovinato dal bombardamento alleato del 1943, l'Orto catanese conobbe un lungo declino il cui culmine fu nel 1958 la sofferta decisione di abbattere la storica serra “Il Tepidario”, poiché pericolante. Solo negli ultimi anni l'orto ha lentamente riacquistato la sua importanza e validità scientifica, non più come Orto Botanico per lo studio e la sperimentazione – giacché attualmente il concetto che vige è quello di ricreare le stesse condizioni climatiche e abitative delle piante ospiti, ma i limitati spazi non permettono un tale cambio di uso – bensì piuttosto per la storicità della collezione, mantenuta pressoché identica a quella ottocentesca.
All'interno dell'Orto si conserva ancora uno degli sfiati dell'acquedotto, sulla cui superficie a cono si notano ancora i fori di sfiato, costituenti una complessa macchina per la regolazione dell'acqua. I principi su cui si basa la struttura sono quello dei vasi comunicanti e della pressione indotta: le acque, canalizzate in tubature chiuse, acquisiscono una maggiore pressione, la quale viene sfruttata per riempire il “castello d'acqua” (nel nostro caso viene chiamato Ugghia) e, mediante un complesso sistema di chiusini, viene fatta uscire l'aria affinché l'acqua possa trovare il suo livello e dunque “salire”. Tramite gli sfiati quindi l'acqua acquista una nuova pendenza, per superare ostacoli in salita o, nel nostro caso, per affrontare uno smistamento di acque a più proprietà. La particolarità della Ugghia dell'Acqua sta quindi nell'unire il sistema del “castello d'acqua” tipicamente Romano, con un sistema di chiusini, tradotto dal sistema delle saje più propriamente di matrice islamica.

Nota. Si ringrazia il dott. Iorga Prato per questo interessante e dettagliato articolo. Le immagini sono dell'autore e riproducono nell'ordine: 1 - Archeggiato del ponte-acquedotto sito nel Parco Gioeni. Alcune arcate sono crollate per l'incuria; 2 - Localizzazione dell'acquedotto e dei riferimenti del testo (A- acquedotto Romano; B- Cipriana, Benedettini; C- fonte della Leucatia; D- piazza Bonadies, ruderi dell'acquedotto e lavatoio); 3 -“Orto San Salvatore” all'interno del Giardino Comunale “Vincenzo Bellini”; 4 - Ugghia dell'Acqua nell'Orto Botanico Universitario su via Longo.



Questo articolo è stato inserito il 19 febbraio 2011.



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