
Il Laki è uno dei tantissimi vulcani dell'Islanda, facente parte insieme al Grimsvoten di una catena di cime eruttive nella parte meridionale dell'isola. L'8 giugno del 1783, ben 130 crateri di questo complesso vulcanico iniziarono ad eruttare coinvolgendo ben presto anche il Grimsvoten in una delle più colossali eruzioni degli ultimi secoli. Fontane di lava alte - secondo alcune stime - anche più di 1.000 metri, espulsero decine di chilometri cubi di basalto, mentre la nube di gas, polveri e cenere raggiunse un'altezza stimata di 15 chilometri.
L'eruzione del Laki terminò solo il 7 febbraio 1784, mentre il vicino Grimsvoten continuò a diffondere lava e cenere fino al 1785. In totale i vulcanologi hanno stimato che 8 milioni di tonnellate di fluoro gassoso e 120 milioni di diossido di zolfo vennero dispersi in tutto l'emisfero settentrionale dai due vulcani, condizionando seriamente il clima planetario negli anni immediatamente successivi.
Nell'isola di ghiaccio e di fuoco i gas vulcanici inquinarono i pascoli ed i raccolti, metà di tutto il bestiame morì intossicato e di conseguenza un quarto degli abitanti morirono di fame. Man mano che la nube veniva spinta dalle correnti in tutta Europa una densa foschia di pulviscolo riempì terre e città, colorando il sole di rosso, bloccando le navi nei porti, e costituendo una minaccia anche per i polmoni delle persone, specie di tutti coloro che lavoravano all'aperto: secondo alcune valutazioni ben 23.000 furono le vittime degli aerosol vulcanici nella sola Gran Bretagna.
Le conseguenze più gravi tuttavia si ebbero a livello climatico, e di conseguenza anche in agricoltura. L'estate del medesimo 1783 fu torrida in Francia ed in Europa centrale a causa certamente dell'effetto serra provocato dai gas vulcanici. Poi però subentrò un periodo di clima freddo ed estremamente rigido: gli inverni degli anni successivi furono estremamente gelidi, caratterizzati da abbondanti nevicate e forti gelate. Nelle altre stagioni si verificavano frequenti grandinate che rovinavano le messi. La popolazione europea cominciò a patire cattivi raccolti e carestia.
Anche al di fuori dell'Europa gli effetti climatici della nube vulcanica si fecero sentire seriamente. In Egitto il livello del Nilo diminuì sensibilmente, le periodiche inondazioni annuali si ridussero di estensione e la popolazione egiziana raccolse molto meno grano patendo così la fame. Forse anche la carestia in Giappone nel medesimo periodo fu in qualche modo causata dall'eruzione islandese.
Tre anni dopo la fine dell'attività del Laki e del Grimsvoten, nel 1788, violente grandinate distrussero le messi in Francia e provocarono una situazione di carestia. La popolazione cominciò ad agitarsi a causa degli alti prezzi del pane. Naturalmente non era la prima volta che i francesi più poveri, la stragrande maggioranza, cominciavano a tumultuare spinti dalla fame. Nel medioevo le frequenti rivolte della popolazione erano state chiamate “jaqueries”, nel Seicento “fronde”, mentre anche nel periodo apparentemente più ricco, il Cinquecento, i parigini con lo stomaco vuoto non si erano astenuti dal riempire le strade di barricate. Ogni volta tuttavia le autorità, con le buone o con le cattive, erano sempre riusciti a riprendere il controllo della situazione, e tutto finiva lì fino alla carestia successiva.
Ma nella seconda metà del Settecento in ogni angolo della Francia vi era l'Illuminismo, nei caffè e nei salotti gli intellettuali si riunivano e discutevano, i filosofi scrivevano, e le tipografie sfornavano giornali e libri pieni di lamentele, critiche al governo e richieste di maggiore giustizia. La situazione sociale era aggravata anche dal disastroso stato delle finanze pubbliche, in deficit a causa della sconfitta della Francia nella precedente Guerra dei Sette Anni. Il sovrano Luigi XVI finse inizialmente di tendere la mano alle riforme convocando i rappresentanti di nobiltà, clero e popolo (o “terzo stato”) negli Stati Generali del 5 maggio del 1789. Poi però comprendendo che anche molti membri della nobiltà e del clero appoggiavano le richieste degli intellettuali borghesi minacciando il suo regime assolutista, in maniera ottusa cercò di impedire il proseguimento dei lavori dell'Assemblea e ciò segnò l'inizio dello scontro con le forze borghesi più determinate. Appoggiati dal popolo affamato e utilizzando la loro disperazione i rivoluzionari più estremisti, i giacobini, fecero “lavorare” freneticamente la ghigliottina, forse il simbolo più emblematico della Rivoluzione.
A ciascuno il proprio habitus.
L'episodio storico in questione può rappresentare un buon modello di studio dell'interrelazione fra i tre elementi fondamentali della dinamica storica: l'ambiente (in primo luogo il clima), la densità demografica, e la cultura (nel senso più ampio di tecnologia, forme di produzione, scienza e pensiero). Sin dalla preistoria ogni gruppo umano – più o meno esteso e più o meno articolato – si è sempre dovuto confrontare con le difficoltà e le sfide poste dall'ambiente e dai suoi mutamenti, spesso repentini. La quantità ed il tipo di strumenti e conoscenze culturali è sempre stata la variabile determinante per la decadenza e la fine di ogni civiltà o al contrario per il superamento della crisi e la sua sopravvivenza fino a tempi migliori.
Brian Fagan ha illustrato efficacemente nel suo volume “La lunga estate” (2005, Torino) come intorno al 9.000 a. C. la necessità di superare la precarietà del reperimento di selvaggina e cereali selvatici a causa dell'imprevedibilità meteorologica e dei frequenti periodi di siccità, sia stata all'origine della nascita dell'agricoltura. A partire dalla zona dell'attuale Curdistan turco-iracheno e poi in tutto il Medio-oriente, i piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori cominciarono a raggrupparsi in comunità via via sempre più grandi e sedentarie: villaggi, cittadine, metropoli. E ciò naturalmente per riuscire a gestire in maniera sempre più sofisticata e sistematica le preziose risorse idriche di laghi e fiumi.
I raccolti più stabili consentirono alla popolazione di crescere e di differenziarsi in ruoli e dunque anche in classi: al contadino si affiancarono l'operaio, l'artigiano, il mercante, il guerriero, il sacerdote ed il sovrano. Ma la maggiore densità di popolazione e l'impossibilità di conoscere bene la maggior parte degli altri abitanti pose problemi di convivenza e di ordine pubblico che solo la codificazione di norme scritte e l'amministrazione della giustizia poterono cominciare a risolvere. Il risultato più importante di una tale esigenza fu una crescente “pressione” a tutti i livelli - sia delle classi sociali sovrastanti, sia fra i componenti medesimi di una stessa classe - ad omologare i propri comportamenti, ruoli, atteggiamenti, abbigliamenti, ecc. a ben precisi modelli volti non solo a svolgere al meglio il proprio lavoro, ma anche semplicemente ad ostentare la propria integrazione col proprio gruppo sociale.
Queste forme di integrazione basate su modelli culturali (chiamate “habiti” dai sociologi come Bourdieu) di vitale importanza per la stessa sopravvivenza di una società complessa sono sempre state veicolate dai mass-media. Stampa, radio, televisione, ma anche cinema, teatro e persino monumenti laici o religiosi, diffondono norme, credenze e valori attraverso una molteplicità di tecniche e di linguaggi. Per mezzo loro i singoli individui si identificano come gruppo sociale nello spazio geografico e si “sincronizzano” in senso collettivo, a livello di pensiero e di comportamenti, nel corso del tempo e delle generazioni.
E' ovvio che all'interno della categoria dei mass-media rientra anche ed in primo luogo la tradizione orale che per mezzo di forme comunicative di ausilio mnemonico come i miti, i proverbi, i canti, ecc. trasmette conoscenze, norme, e valori culturali fra gli individui non alfabetizzati. Ed è altrettanto ovvio che una tale trasmissione culturale “di base” proprio perché semplice, essenziale e mnemonica si conservi inalterabile nel corso delle generazioni, e tenda essa medesima a conservare in forma stabile, la mentalità ed i comportamenti dei singoli, e dunque anche la stessa struttura sociale.
Il potere delle parole.
Il mezzo che promuove un radicale mutamento nella psicologia e nella mentalità individuale, e dunque anche nel pensiero collettivo, è naturalmente la scrittura, veicolata – a livello geografico-spaziale, ed attraverso le generazioni – da altri mezzi tecnologici dalle potenzialità più o meno elevate: la pietra, l'argilla, la carta, la stampa, le telescriventi, Internet. Il testo, il giornale, il libro, o ai giorni nostri gli articoli diffusi in Rete, rappresentano un'attività cognitiva individuale che spinge alla riflessione personale fino a modificare il proprio pensiero ed il proprio linguaggio ed il modo di comunicare con gli altri. A livello collettivo finiscono dunque col rendere culturalmente più dinamica e meno statica la società. Questo naturalmente in funzione del numero degli alfabetizzati, e quindi dei consumatori/produttori di testi scritti; ed anche in funzione delle potenzialità dei mezzi che veicolano le informazioni scritte: la scrittura alfabetica essendo più facile da imparare ebbe maggiori possibilità di diffusione rispetto agli ideogrammi mesopotamici o egizi, e la carta in età medievale si dimostrò più a buon mercato rispetto alla costosa pergamena. Non è dunque un caso che allorché si diffuse la carta in Italia a partire dal XII secolo si verificarono straordinari fenomeni culturali come la nascita delle Università, la formazione di raffinate scuole poetiche in Sicilia ed in Toscana, e la diffusione delle scienze matematiche arabe.
Per un meccanismo di interazione reciproca i
media nascono ed esplicano tutte le proprie potenzialità in epoche storiche caratterizzate da forte incremento demografico e da intensi flussi di uomini e merci a breve e a lunga distanza. Quelli testuali ordinariamente nascono e servono in primo luogo per le necessità contabili e amministrative, dalle prime registrazioni annonarie da parte delle civiltà più antiche – prime forme di scrittura - alla stampa a “caratteri fissi” utilizzata un secolo prima di Gutenberg dalla cancelleria vaticana, fino ai calcolatori elettronici nati in America per esigenze statistiche e perfezionati poi per il lavoro di banche e assicurazioni. Naturalmente la loro potente influenza finisce poi per rivolgersi anche a tutti gli altri aspetti culturali e sociali del tempo.
Allorché entra in scena un nuovo medium testuale, e la sua potenzialità di memorizzazione e diffusione delle informazioni si combina con i
media già presenti (la carta più la scrittura alfabetica, la stampa più la carta, ecc.) ecco che la cultura del tempo subisce forti sollecitazioni verso sempre più accelerate trasformazioni, diversificazioni e capillare diffusione. Tutti gli aspetti culturali della società, dalle convinzioni religiose, cosmologiche e scientifiche fino anche a quelli più quotidiani, come ad esempio la gastronomia, sono soggetti a rivoluzionari mutamenti. Nessuno può mettere ormai in dubbio che Teoria Copernicana, Riforma Protestante e metodo scientifico galileiano furono conseguenze della frenetica attività delle prime tipografie (più di cento nella sola Venezia cinquecentesca, che contava più di 400 editori). Anche la matematica subisce un radicale mutamento, finendo quindi col rivoluzionare la stessa scienza: se fino all'antichità, dove per risparmiare il prezioso papiro i teoremi si dimostravano sulla sabbia, essa era di tipo geometrico (e dunque offriva una pratica visione geometrico-pitagorica del mondo), nel medioevo arabo e poi occidentale, ricco di carta da sprecare per i calcoli, diventò algebrica invitando gli studiosi ad una visione astratta, logico-numerica e dinamica della realtà, mentre ai giorni nostri con le potenzialità offerte dai super-computer essa ha sempre più assunto una natura statistica e probabilistica, proponendo un modello di Universo sempre più imprevedibile e caotico.
Il maggior accumulo di informazioni di tipo scientifico ha anche l'effetto di modificare profondamente la percezione cosmica e di allargare gli orizzonti geografici e astronomici, con la conseguenza collaterale, ma seriamente negativa, di ingenerare disorientamento ed angoscia in tantissime persone. Nel I secolo a. C. Ipparco di Rodi studiando una gran quantità di registrazioni stellari babilonesi scoprì la precessione degli equinozi, e secondo le ultime ricerche la confutazione dell'idea che le stelle non erano “fisse” ma lentamente si muovevano condizionò fortemente sia l'umore collettivo, sia i nuovi culti – come quello di Mitra – che si stavano diffondendo nel mondo greco-romano. Questo, insieme alla diffusione di notizie su nuove parti del mondo e nuovi popoli prima sconosciuti, ad opera ad esempio dei geografi come Strabone o Tolomeo, fece vacillare l'atavica visione mentale – ridotta e statica – sul mondo e l'universo. Allora una più o meno palese paura del futuro, ed un'ansia da pessimismo, spesso anche con risvolti patologici, iniziò così ad imperversare nella società romana come hanno ben evidenziato studiosi come Eric Dodds ed altri.
Inutile ricordare che il medesimo fenomeno si rinnovò nell'Europa rinascimentale al diffondersi della teoria copernicana e delle rivoluzionarie osservazioni galileiane. In entrambi i periodi storici si verificarono forti reazioni culturali di rigetto e chiusura da parte dei settori più tradizionalisti nei confronti dei nuovi ed inquietanti modelli cosmici, con l'esasperata difesa in forma “fondamentalista” e dogmatica dell'antiquata - ma anche più rassicurante, perchè statica e più familiare - vecchia e tradizionale visione culturale dell'universo. Se ci si riflette è quanto continua ad accadere ancora oggi – ma a partire perlomeno da un secolo fa - dopo che la scienza ha enormemente allargato, in forma spesso “inquietante”, gli orizzonti macrocosmici dell'infinitamente grande e microcosmici dell'infinitamente piccolo, e dopo che il nostro pianeta grazie alle rivoluzioni nei trasporti e nelle telecomunicazioni è diventato un piccolo villaggio sovraffollato di gente continuamente in movimento in un microscopico angolino dell'Universo: il disorientamento, la spersonalizzazione nell'anonima foll(i)a ed il rischio di perdere le ataviche convinzioni, impietosamente giudicate dai tempi stessi come “superate”, portano molti, anche nel mondo occidentale, ad un atteggiamento di “chiusura” culturale anche nei confronti delle nuove tecnologie, ad una fondamentalista difesa ad oltranza della propria cultura tradizionale, in quanto vista come propria identità individuale e collettiva.
...ed il significato di suoni e immagini.
Accanto ai
media testuali, ma con effetti radicalmente opposti, l'entrata in scena di mezzi di comunicazione di massa non basati sulla scrittura, ma visivi e sonori, forniscono al contrario informazioni collettive, e di natura soprattutto emotiva. Le grandi piramidi e le colossali statue di divinità e monarchi, i templi, le cattedrali ma anche le rappresentazioni teatrali, la radio, il

cinema, la televisione vengono assorbite passivamente dagli utenti, che sovrastati da uno spettacolo che non possono controllare (se non allontanandosene o distaccandosene) finiscono per accettarne acriticamente messaggi e modelli culturali e di comportamento – assecondando un atteggiamento definito dal filosofo Adorno come “esternalizzazione”. C'è una profonda differenza ad esempio tra abbandonarsi ad un film al cinema, davanti ad un grande schermo ed immersi in effetti sonori e speciali (adesso anche in 3d), e vederlo al contrario in videocassetta o DVD, strumenti che consentono di gestire in maniera attiva l'opera culturale, di mettere in pausa la pellicola e riaccendere la nostra critica razionale per analizzarne forme e contenuti, e poi magari continuare con un altro spezzone, o rivedere il film daccapo per capire finalmente quanto era sfuggito alla nostra percezione e comprensione.
Di fronte a spettacoli sovrastanti le nostre dimensioni fisiche e sensoriali – grandiosi monumenti, kolossal in cinemascope, o voci e suoni amplificati – la mente dei singoli tende ad accettarne passivamente emozioni, messaggi subliminali e modelli comportamentali, sincronizzandosi e conformandosi ad essi, spegnendo così il proprio pensiero individuale per diventare entusiasticamente un gruppo collettivo, con valori, identità e comportamenti collettivi. D'altra parte proprio perché spettacoli soprattutto di natura più collettiva che individuale, i mass-media audio-visivi sono sempre stati (e lo sono ancora) più facilmente gestiti e controllati dai poteri al vertice delle società, finendo per diventare uno dei più efficaci strumenti politici. Non a caso, dai Faraoni egizi ai dittatori del XX secolo (ma anche al marketing pubblicitario), i
media non testuali, visivi o anche verbali, sono sempre stati utilizzati per controllare, riaggregare e gestire le masse incolte (fino ad ottenerne facilmente anche il consenso e l'adesione alle "avventure militari"), ed in tal maniera mantenere immobile e statica la società. Le ricerche nel campo dei mass-media e dei loro effetti nel marketing pubblicitario hanno ad esempio dimostrato che le persone non istruite si fidano più facilmente ed in un tempo più breve dei messaggi promozionali (specie se sintetici come slogan ed esteticamente seducenti), senza sentire alcuna necessità di approfondire l'argomento e di conoscerne i pro ed i contro.
Più il messaggio audio-visivo è emotivamente coinvolgente, più la parte verbale può essere ridotta, e proprio per questo risultare maggiormente efficace e persuasivo. L'esasperato estetismo, la passione per l'apparire, il culto dell'immagine – non solo di Faraoni e dittatori, - seguono la medesima logica della trasformazione in “opera d'arte” visiva del corpo fisico, di potenti o “divi” del cinema, con la riduzione al minimo di ogni forma di messaggio testuale, tanto da parte dei personaggi quanto nei confronti della massa.
Una guerra fra mass-media.
Si viene a creare dunque nel corso della storia, specie della civiltà occidentale, una forte contrapposizione tra due diversi tipi di
media, quelli testuali e quelli visivi, che producono effetti profondamente diversi sia a livello individuale che collettivo. I secondi proprio perché passivamente recepiti riescono ad incidere sulla psiche solo in virtù di una prolungata e ripetuta esposizione limitandosi a indurre risposte emotive-comportamentali (l'esempio classico è naturalmente il marketing pubblicitario). Ovviamente le opere artisticamente e storicamente rilevanti sono in grado di comunicare messaggi simbolico-emotivi di elevata qualità, ma soprattutto quando la loro fruizione rientra in una esperienza individuale: una cosa è entrare in una stupenda cattedrale gotica in mezzo ad un “bagno di folla”, ed un'altra cosa ammirarla quando è vuota, poiché soltanto in queste condizioni è possibile percepire i “messaggi” artistico-simbolici provenienti da ogni minimo dettaglio architettonico-figurativo. Ed uguale discorso è possibile fare anche per le opere sonore e visive veicolate dagli altri mass-media.
Sono soprattutto i
media testuali a fornire invece informazioni vere e proprie, e dunque oltre che far progredire la letteratura, il pensiero e la scienza, per loro natura – essendo la lettura un'esperienza soggettiva ed attivamente gestita dal lettore – inducono alla riflessione, dunque alla maturazione della coscienza individuale, e quindi, cosa molto importante, anche all'aumento del proprio senso di responsabilità nei confronti di se stessi, della collettività e del suo futuro. Ne consegue tra l'altro che soltanto nelle società caratterizzate da una libera circolazione di notizie e informazioni può esistere una reale democrazia, in quanto percentuali sempre maggiori di cittadini possono acquisire quelle conoscenze e quelle qualità (generali e specifiche) per partecipare e contribuire in maniera consapevole ed efficace alla gestione dell'amministrazione pubblica (locale e nazionale) ed al progresso della propria nazione. Ciò tuttavia presuppone una vasta e facile acculturazione da parte dei cittadini, ed una reale ed effettiva libertà di informazione, cosa che nel corso della storia i governanti hanno come prima cosa ostacolato. Uno dei capisaldi della teologia luterana è costituita, ad esempio, dalla libera interpretazione personale (anche se, come tengono a sottolineare i protestanti, “non maliziosa”) delle Sacre Scritture. L'organizzazione e la diffusione delle scuole anche per i ceti più poveri, in vista di una alfabetizzazione universale, in Germania e negli altri Paesi protestanti rispose già nel XVI secolo a questa necessità religiosa e culturale. Secondo studiosi come Olson tuttavia, a suggerire a Martin Lutero il valore della lettura individuale della Bibbia e della riflessione su di essa fu la vasta diffusione dei libri e la natura obiettiva e universale del testo stampato, il cui significato per chiunque sapesse leggere non dipendeva più dalla personale interpretazione dei predicatori verbali, ma era già di per sé nelle parole impresse sui fogli: una constatazione di cui si tenne conto anche nei saggi scientifici, politici e filosofici che nell'Europa del nord spalancarono le porte alla cultura moderna ed all'Illuminismo, ma che al contrario nei Paesi cattolici venne mandata letteralmente al rogo.
Nel corso della storia, questa contrapposizione, a livello culturale, sociale e politico, tra i due differenti tipi di mass-media viene da un lato interpretata, gestita e promossa dagli intellettuali borghesi che sulla scorta della riflessione testuale rivendicano esigenze di miglioramento delle strutture sociali – uguaglianza dei diritti, riforme politiche, progresso economico – seguendo uno slancio ideale di fiducia nel futuro: anche se, come fanno notare molti studiosi, l'influenza di teorici e filosofi si è sempre concretizzata nei secoli passati solo e soltanto con l'appoggio ed il consenso delle classi più basse di contadini ed operai, ogniqualvolta carestie e malcontento popolare s'incontravano con l'insoddisfazione a mezzo stampa degli intellettuali. A questi ultimi dall'altro lato si contrappone la visione politico-culturale delle classi più conservatrici – non solo alte ma anche del popolo minuto e analfabeta che si accontenta del pane quotidiano – che diffidando dei possibili mutamenti anche positivi e temendo il futuro, difendono l'immobilismo sociale e culturale e si adoperano a vantaggio di questo, boicottando libri e stampa, e coltivando quelle espressioni artistico-figurative, o semplicemente audio-visive tipiche di una cultura “nazional-popolare”.
Nella storia delle civiltà la prevalenza di un tipo di
media – audio-visivi piuttosto che testuali – ha finito per decretare il destino di una società o di una nazione, nel senso del progresso o della decadenza, e gli esempi dimostrativi possono andare da alcune civiltà precolombiane – come i Maya o gli Anasazi – fino all'Italia estetizzante e barocca del XVII secolo, ma politicamente inerte e priva di fiducia nel futuro perchè intellettualmente sterilizzata dall'Inquisizione cattolica.
Il “peccato mortale” dell'Italia barocca.
In un qualsiasi gruppo sociale dunque i
media in genere costituiscono la variabile di mutamento più importante dell'equazione riguardante la dinamica storica: tanto più essi sono liberamente diffusi ed efficaci, e tante più informazioni e conoscenze forniscono alla società, tante più possibilità si hanno di superare le frequenti crisi climatico-ambientali (e dunque anche agricole, economiche e politiche) che storicamente colpiscono ogni civiltà.
Tuttavia l'educazione ai valori della libertà individuale ed alle responsabilità nei confronti della collettività, così come lo stesso progresso tecnologico, sociale ed economico, passano soprattutto per il testo scritto, ed anche nell'era di Internet, gli articoli e le informazioni testuali possiedono un potenziale di progresso culturale, individuale e collettivo, maggiore rispetto ai messaggi sociali in video.
A tal proposito si vuole chiudere – analogamente con l'inizio di questo articolo – con un altro esempio storico molto significativo. Fino a tutto il '500 l'Italia fu la regione più ricca e industrializzata d'Europa, le navi mercantili di Genova e Venezia dominavano il Mediterraneo ed i telai di numerose città del Centro-Nord producevano un'enorme quantità di tessuti di ottima qualità che venivano poi esportati in tutte le direzioni marittime e terrestri. Ma come risulta dalle cronache dell'epoca e dalle ricerche storico-climatologiche, nell'ultimo decennio del XVI secolo il clima si rivelò in tutta Europa estremamente freddo ed umido. Da un paio di secoli, dall'inizio del 1300, si era in una fase climatica fredda, definita dagli storici del clima “la piccola era glaciale” durante la quale anche i ghiacciai alpini tornarono ad avanzare, travolgendo campi coltivati e villaggi montani. Ma nel periodo a cavallo dell'anno 1600, forse anche a causa dell'eruzione di alcuni vulcani, come il Ringitt in Islanda (1593) ed il Huaynaputina in Perù (1600) si riversarono piogge torrenziali in tutta l'Europa occidentale che distrussero i raccolti e provocarono gravi carestie. Anche la Sicilia che riforniva di grano le città industriali del resto d'Italia (ed esportava anche in altre parti del Mediterraneo) si ridusse alla fame. A cominciare dalle città toscane, molti grandi centri manifatturieri italiani cominciarono allora ad acquistare grano nordico dagli Inglesi e dagli Olandesi che in tal modo trovarono l'occasione giusta per penetrare massicciamente nel Mediterraneo con le proprie navi cariche di cereali. Quando nel corso della prima metà del '600 l'emergenza terminò, le città italiane continuarono ad acquistare il grano dalle medesime compagnie anglo-olandesi meglio organizzate: in Sicilia infatti a causa della mancanza di strade interne e della pessima e dannosa speculazione sulle licenze di esportazione, il grano veniva a costare di più che non farlo venire dal Nord-Europa, su navi Inglesi e Olandesi ovviamente. Morale della storia, in meno di un secolo le più veloci, efficienti ed organizzate navi nord-europee riuscirono a surclassare le più antiquate flotte genovesi e veneziane, impadronendosi di tutte le rotte mediterranee e trasportando anche prodotti diversi dal grano, come i panni di lana italiani, che in breve vennero però abilmente sostituiti dai più scadenti ma più economici tessuti inglesi e olandesi. La Sicilia la cui ricchezza principale era il grano entrò in crisi, ma anche le città manifatturiere del resto d'Italia decaddero per crisi di esportazioni. Nel secolo del barocco decadente, gli imprenditori – veneti, lombardi, fiorentini, ecc. - non volendo rischiare di investire in nuovi metodi di produzione e di commercio, abbandonarono le città per le campagne, non soltanto per immobilizzare i propri capitali in terre e ville, ma anche per trovarvi manodopera più a buon mercato per continuare una produzione più limitata: una sorta di “delocalizzazione” nostrana.
Una serie di “cause ed effetti” a catena condussero dunque alla decadenza dell'ex-potenza industriale e commerciale italiana, dove tuttavia il fattore determinante non fu la crisi climatica – limitata ai due decenni a cavallo dell'anno 1600 - bensì il modo di pensare fortemente statico e conservatore, in primo luogo a livello culturale, e di conseguenza anche a livello politico ed economico. La strenua difesa delle consuetudini tradizionali anche in materia finanziaria e commerciale impedì di rispondere alla trionfante concorrenza inglese e olandese ad esempio con investimenti in navi più efficienti e veloci, o con la riforma dei meccanismi di esportazione, o ancora con la produzione di nuovi prodotti più economici anche se di minor qualità, ecc. ecc. Ciò che mancava all'Italia divisa e soffocata dallo straniero e dall'Inquisizione era lo sguardo rivolto al futuro, la volontà di innovare, mutare e progredire anche in politica ed economia, come avrebbero potuto sollecitare in primo luogo gli intellettuali e la stampa se non fossero stati annientati dalle autorità politiche e religiose. Ma la dogmatica e fondamentalista difesa del cattolicesimo barocco e del suo modo di pensare (ormai per tanti versi superato dall'attuale Chiesa post-conciliare) era tuttavia funzionale alla preservazione di un sistema sociale, ancora di tipo feudale, basato sull'immobilismo politico-economico, secondo il quale il mondo cattolico non aveva alcun bisogno di mutare e progredire, ma solo di conservarsi statico e spiritualmente puro fino al giudizio universale. Ed in mezzo all'impetuosa corrente della Storia, qualsiasi persona, società o civiltà che pretenda di rimanere uguale a se stessa nel tempo, in realtà finisce senza rendersene conto per andare indietro. Una verità di cui fecero tesoro, al contrario, le molto più libere – in primo luogo culturalmente – nazioni inglese e olandese, liberatisi tra l'altro proprio dalla rigida e ingessante mentalità inquisitoria della Chiesa di quel tempo, ed aperte con entusiasmo alle sfide del mondo moderno.
Autori e libri citati nel testo.
Brian Fagan,
La lunga estate, Codice Edizioni, Torino, 2005.
Eric G. Dodds,
Pagani e cristiani in un'epoca di angoscia, La Nuova Italia, Firenze, 1970
David R. Olson,
Linguaggi, media, e processi educativi, Loescher, Torino, 1979.
Nota. L'immagine all'inizio del testo è tratta da www.wikipedia.it; il fotogramma a colori è una scena dal film "Fahrenheit 451" di Francois Truffaut (Gran Bretagna, 1966).