NEMESI. LE ORIGINI DEL DEBITO PUBBLICO IN EUROPA: GENOVA, I FUGGER E LE GRANDI BANCAROTTE DI STATO DEL CINQUECENTO.
di Ignazio Burgio.
Anche la storia finanziaria ed economica del passato può fornire utili consigli per l'attuale ed annosa crisi economica dell'Italia e di altri paesi europei. Dalla fine del Cinquecento le più veloci e meno costose navi olandesi e inglesi con la loro efficace concorrenza portarono al declino prima le città marinare e subito dopo anche le numerose città industriali italiane. La Penisola da prima potenza economica diventò così un Paese di serie B fino alla sua ripresa nell'Ottocento. Ma perchè Venezia e Genova non risposero alla sfida anglo-olandese rinnovando le proprie antiquate navi, in maniera da riuscire a competere efficacemente sulle rotte mediterranee ? Se grossi guai militari e commerciali tagliarono i capitali ai veneziani, tuttavia perlomeno Genova avrebbe potuto investire anche somme rilevanti, per esempio, nell'acquisto di qualche nave olandese, e magari rubarne anche i segreti. Ma specialmente dalla metà del Cinquecento, i rilevanti capitali delle maggiori compagnie genovesi vennero investiti altrove, ovvero a finanziare le guerre europee degli Asburgo.

La caratteristica più originale della finanza pubblica in età medievale era praticamente la sua inesistenza. Decaduto subito dopo le invasioni dei germani il sofisticato ma pesantissimo sistema fiscale romano, i sovrani oltre al reddito delle vastissime proprietà fondiarie personali potevano disporre soltanto di poche altre fonti di entrate, come i dazi commerciali e le gabelle sui mercati, sempre che queste non andassero alle molte città autonome. All'infuori delle decime che da tutti i paesi cattolici affluivano nelle casse pontificie, tasse vere e proprie, dirette e indirette, erano molto più rare di quanto comunemente si pensi, e proprio questo è un punto fondamentale, poiché praticamente la maggior parte delle ricchezze - una quantità enorme - prodotte in Europa occidentale venivano sempre in una maniera o nell'altra reinvestite nel ciclo produttivo, fosse agricoltura, industria o commercio. Praticamente soltanto gravi epidemie e carestie riuscivano a bloccare – anche per parecchi decenni – lo sviluppo dell'economia europea. Sovrani, principi e cavalieri allorché dovevano affrontare spese superiori alle proprie disponibilità, come ad esempio armarsi per le crociate, ricorrevano ai prestiti da parte di chi disponeva di grandi capitali: all'inizio vescovi e abati, successivamente i cavalieri templari, e negli ultimi secoli del medioevo le compagnie bancarie italiane, specialmente di Siena e Piacenza. Gli storici discutono ancora se debiti di questo genere anche se rilevanti siano oggi da considerarsi “debito pubblico statale” in senso moderno, poiché in realtà avevano tutta l'aria di obblighi individuali, anche se spesso garantiti non solo con le ricchezze personali dei sovrani (non di rado persino con le corone ed altri gioielli), ma anche con le entrate future di dazi e gabelle commerciali.
Il ritorno delle tasse.
Comunque sia, la necessità per i sovrani di alcune grandi nazioni, come per esempio la Francia, di far fronte a gravose spese belliche, favorirono lo sviluppo di un sistema fiscale generalizzato e costante nel tempo, non solo con dazi, imposte indirette su alcuni prodotti come il sale o la birra, ma anche con le prime imposte dirette vere e proprie, simili alle antiche tasse romane (testatico o “capitazione”), come la
taille introdotta stabilmente durante la Guerra dei Cento Anni contro gli Inglesi, e gravante soprattutto sui contadini (Miller, p. 373). E' ovvio che in tempo di pace l'aumentata disponibilità di tali risorse consentì alle monarchie di stipendiare forze militari permanenti, locali o mercenarie, e una amministrazione fiscale periferica, le quali garantendo il regolare afflusso delle imposte consentirono col tempo al sistema statale di reggersi praticamente da sé, ed in maniera sempre più unitaria e centralizzata, al di là dei semplici motivi ideologici e culturali. Ovviamente però con un certo costo in termini di (op)pressione fiscale e di ritardato sviluppo industriale e commerciale (che per alcune nazioni, come la Spagna del Cinquecento o la Francia del Sei e Settecento, non fu indifferente).
Nascita dei titoli di stato.
In tantissime città medievali era comune vendere rendite vitalizie o ereditarie in cambio di prestiti, per le necessità urbane. Specialmente nelle città italiane e spagnole questo sistema di credito diventò così sofisticato da condurre ad un vero e proprio commercio di titoli municipali.
“In quest'ambito il miglior esempio è costituito da Genova. L'emissione di un prestito a lunga scadenza al comune era chiamato Campera, e le quote (luoghi della Campera) avevano ognuna un valore nominale di 100 lire di moneta di conto genovese; ogni emissione prevedeva anche una tassa o qualche altro fondo di credito con cui finanziare l'interesse e il rimborso. Nel 1407 allo scopo di riorganizzare il debito pubblico, venne messo insieme un certo numero di Campere che formarono il nucleo della Casa di San Giorgio destinato in seguito ad aumentare ulteriormente. A partire dal 1453 la Casa di San Giorgio emise anche nuovi luoghi a suo nome. Tali luoghi furono registrati nel Cartulario delle Colonne di San Giorgio con il nome del possessore e potevano essere vendute e ipotecate: venivano, ad esempio, date in genere come garanzia nelle transazioni commerciali di credito. I luoghi venivano anche comunemente negoziati in Piazza Banchi e poiché il valore di mercato non era sempre identico al valore nominale e si verificarono fluttuazioni nei tassi d'interesse, essi venivano fatti oggetto di speculazione e a tale scopo si costituivano consorzi di compravendita. I luoghi di San Giorgio erano estremamente popolari: i registri elencano più di undicimila nomi fra cui anche quelli di persone molto umili – vedove, orfani, e comunità religiose sia genovesi che di altre località. In tal modo i risparmi di ampi settori della popolazione venivano drenati dall'ente pubblico.” (van der Wee, p. 418).
Finanza di guerra...
Finchè i grandi capitali come i più piccoli risparmi dei genovesi tornavano in qualche maniera ad essere reinvestiti nelle flotte, nell'organizzazione commerciale, nell'industria tessile, ecc., nelle attività produttive insomma, tutti normalmente finivano per guadagnarci, la ricchezza produceva altra ricchezza e la potenza di Genova restava intatta. Ma nel 1519 i banchieri genovesi parteciparono insieme a quelli fiorentini e tedeschi (Fugger e Welser) a finanziare l'elezione ad Imperatore del Sacro Romano Impero di Carlo I d'Asburgo, nipote dei cattolicissimi sovrani di Spagna Ferdinando e Isabella. Carlo venne eletto nel giugno dello stesso anno e prese il nome di Carlo V, ma due anni dopo scoppiò la guerra contro Francesco I, re di Francia che si sentiva accerchiato dagli immensi domini del nuovo Imperatore, che andavano dalla Germania alla Spagna, ai Paesi Bassi e ai domini italiani (più naturalmente i domini coloniali in America e in Asia). A sostenere le ingenti spese militari dell'Imperatore asburgico intervennero soprattutto i banchieri della Germania meridionale, i Fugger soprattutto (grandi proprietari di miniere e già finanziatori di vecchia data degli Asburgo) ma anche i Welser, gli Herwart, gli Hochstetter, gli Imhof, e diversi altri, che riponevano più fiducia nel potere economico del nuovo sovrano che non negli investimenti industriali e commerciali nell'ambito dei quali avevano subito qualche perdita. Anche diversi banchieri genovesi sostennero Carlo V, specie dopo che questi nel 1522 invase la Lombardia, ed occupò per sei anni anche la metropoli ligure. Altri banchieri sempre tedeschi come Hans Kleberg, insieme a molti altri banchieri di Lucca e Firenze (i Bonvisi, gli Strozzi, i Pazzi, i Capponi) che facevano capo alla fiera finanziaria di Lione, prestarono invece capitali al sovrano francese Francesco I.
A garanzia dei titoli di stato concessi da Carlo di Asburgo, che era anche sovrano di Spagna, vi erano anche gli enormi quantitativi di oro e argento che i convogli navali spagnoli trasportavano ogni anno dalle Americhe. Metalli preziosi dapprincipio sottratti alle annientate civiltà Azteche e Incas, e successivamente estratti dalle ricche miniere del Nuovo Mondo. Con una tale copertura i titoli venivano piazzati con facilità e ad interessi relativamente bassi (anche meno del 10 per cento), ed altrettanto facilmente venivano trasferiti di mano in mano, quasi come le moderne banconote, avendo la clausola al portatore. Proprio per facilitare questo sistema nel 1531 venne aperta una vera e propria Borsa ad Anversa, città dove operavano gli agenti ufficiali dell'Imperatore, come il fiorentino Gaspare Ducci (dal 1542 al 1550).
Il risvolto della medaglia fu tuttavia il dirottamento di ingenti risorse finanziarie dallo sviluppo di diverse regioni europee – come la Germania Meridionale – verso il finanziamento bellico ed il reclutamento di eserciti mercenari responsabili a loro volta di ulteriori saccheggi e devastazioni (come il sacco di Roma ad opera dei Lanzichenecchi Tedeschi, nel 1527). Secondo la testimonianza dei loro agenti, nel 1541 i Fugger avevano quasi prosciugato le proprie risorse a motivo dello sforzo finanziario in cui si erano impegnati, e si dice che Anton Fugger, il capo della società, disperato esclamasse: “Ma quando questi principi smetteranno di fare la guerra ?”.
...e bancarotte di Stato.
Dopo il 1550 i debiti di guerra arrivarono a cifre talmente astronomiche che l'imperatore Carlo V fu costretto a dare fondo alle risorse di tutti i suoi domini per convincere i banchieri tedeschi ed i genovesi a dargli ancora fiducia: tasse lì dove era possibile tassare, donativi forzosi concessi dai suoi domini italiani, pioggia di rendite annue vendute dai Paesi Bassi a favore della Corona, e soprattutto navi cariche d'argento americano che una dietro l'altra attraccavano ai moli spagnoli. Fu anche concesso ai genovesi di esportare i metalli preziosi fuori dalla Spagna, cosa molto rara in precedenza. Dopo qualche anno tuttavia nel 1556 Carlo V consapevole del suo fallimento pensò bene di ritirarsi in convento e di lasciare a suo figlio Filippo II l'anno successivo il gravoso onere di dichiarare la bancarotta (giugno 1557). Non fu il solo. Un anno dopo anche Enrico II figlio ed erede di Francesco I, morto nel 1547, alle prese anch'egli con un debito astronomico a otto cifre dichiarò bancarotta. I banchieri fiorentini e tedeschi creditori della corona francese furono rovinati. Anche i Fugger e gli altri banchieri tedeschi finanziatori di Carlo V furono costretti ad un accordo svantaggioso. Gli unici che ne uscirono con poco danno furono i banchieri genovesi, che prudenti sin dall'inizio avevano lasciato che i tedeschi si impegnassero con la fetta più grossa, e anche quando si erano trovati costretti ad allargare di più la borsa avevano almeno ottenuto di portarsi a casa l'argenteria.
Il risultato più immediato di queste crisi finanziarie a catena fu la fine della guerra: una volta finiti i soldi, sia il sovrano spagnolo Filippo II che Enrico II di Francia a Cateau-Cambresis nel 1559 misero la parola fine al fallimentare conflitto scatenato dai loro rispettivi genitori. A livello economico tuttavia era stato dato il via a un fenomeno che avrebbe accompagnato l'economia europea (e poi anche quella occidentale) fino praticamente ai nostri giorni. L'ingente quantitativo di oro e argento, soprattutto americano (ma anche in parte delle miniere tedesche), diffusosi in Europa al seguito degli eserciti mercenari, e la gran quantità di titoli che passavano di mano in mano come moderne banconote, svalutarono le monete ufficiali e diedero una rapida spinta all'inflazione facendo aumentare i prezzi di tutti i generi di merci, in media di 4 – 5 volte, in alcune regioni anche di 6. Questa “rivoluzione dei prezzi” come viene definita dagli storici, se nel lungo periodo finì con l'impoverire alcune nazioni, come la Spagna, ne avvantaggiò altre come i Paesi Bassi e l'Inghilterra che potevano vendere anche ad un prezzo più alto le proprie merci. Ma anche le città industriali dell'Italia centro-settentrionale – dopo un periodo di difficoltà a causa della guerra franco-asburgica - videro un'ulteriore espansione delle proprie esportazioni in tutto il Mediterraneo: l'ultima stagione dorata prima della decadenza del Seicento.
Il "secolo genovese".
Ritiratisi dalla scena i Fugger e gli altri grandi banchieri tedeschi, i genovesi rimasero gli unici prestatori di denaro del nuovo sovrano spagnolo Filippo II. Proprio a causa di ciò tuttavia erano adesso chiamati ad un impegno finanziario molto maggiore che non ai tempi di Carlo V, ed i grandi banchieri della metropoli ligure (Grimaldi, Gentile, Centurione, ed altri) che in precedenza avevano lasciato che fossero le compagnie genovesi più piccole a prestare soldi agli Asburgo, divennero praticamente gli unici acquirenti e negoziatori di tutti i titoli di stato spagnoli (asientos e juros). In cambio avevano l'esclusiva distribuzione di tutti i metalli preziosi in Europa. Poiché le truppe mercenarie spagnole, italiane e tedesche, volevano essere pagate in oro e al di fuori dell'Italia circolava soprattutto l'argento, i banchieri genovesi si facevano carico di convertire le monete spagnole d'argento in equivalenti monete d'oro, guadagnando ovviamente nel cambio grandi profitti. Gran parte delle risorse finanziarie vennero tuttavia distolte dall'attività commerciale per essere investite nel più lucroso giro della finanza. Già prima del 1580 i mercantili genovesi smisero di oltrepassare lo stretto di Gibilterra ed arrivare ai ricchi mercati settentrionali: la concorrenza delle navi locali era infatti agguerrita, e dunque sembrava non valerne più la pena. Più sicuro affidarsi ai traffici all'interno del Mediterraneo (certamente molto redditizi fino all'arrivo di inglesi e olandesi), e a maneggiare titoli di stato e metalli preziosi. Così perlomeno pensavano.
Nel 1575 la Corona spagnola constatò che il debito nazionale aveva nuovamente raggiunto la ragguardevole cifra di 15.184.464 ducati. Filippo II dichiarò nuovamente bancarotta e annullò con un colpo di spugna tutti i titoli acquistati dalla fine del 1560 in poi. I Genovesi reagirono disinteressandosi del cambio della moneta per gli eserciti mercenari, così che il pagamento del loro soldo diventò talmente caotico che nei Paesi Bassi si verificarono ammutinamenti e saccheggi. Il sovrano spagnolo fu costretto a venire a un compromesso, i titoli dei genovesi vennero in qualche maniera riconosciuti inserendoli in altre complicate operazioni finanziarie, e per parte loro i banchieri liguri scucirono altri 5 milioni di écus. Tuttavia la fiducia reciproca venne meno, e la Monarchia spagnola da quel momento in poi cercò di disimpegnarsi dalle compagnie genovesi. Filippo II tornò nuovamente a chiedere aiuto ai Fugger che in uno slancio di orgoglio sborsarono ben duecentomila corone per sostenere la Spagna contro i Paesi Bassi, una guerra già persa in partenza.
Il progetto della Monarchia spagnola era comunque di fare affidamento su banchieri nazionali, ma il tentativo non riuscì, e Genova continuò fino all'inizio del Seicento a detenere il suo potere-monopolio sulle finanze spagnole, dopo aver acquisito anche il controllo del bilancio nazionale della Spagna. Tuttavia una terza bancarotta nazionale nel 1607 e la diminuzione dei quantitativi d'argento provenienti dal Nuovo Mondo indebolirono definitivamente la potenza spagnola che si avviò al suo lento declino, e dopo un'ulteriore bancarotta nel 1627, anche il potenziale finanziario delle compagnie genovesi fu definitivamente compromesso. In quello stesso periodo, le navi mercantili e militari Inglesi e Olandesi erano ormai già padroni del Mediterraneo.
Debito, petrolio, energie alternative.
Oggi il debito pubblico di una nazione serve solo in parte per finanziare le spese militari. La maggior parte – com'è noto – viene utilizzato per coprire l'assistenza sanitaria, il sistema pensionistico e assicurativo, l'istruzione scolastica e universitaria, ecc. E' innegabile che molte di queste voci siano indispensabili ad uno stato moderno come l'Italia (compresa la spesa militare), considerato anche il fatto che alcune di esse, come l'istruzione e la ricerca sono da considerarsi (o perlomeno dovrebbero) investimenti a lunga scadenza per lo sviluppo economico. Negli ultimi decenni tuttavia il debito pubblico praticamente in quasi tutti i paesi industrializzati è cresciuto a livelli astronomici. Molti economisti hanno messo in relazione (con tanto di grafici statistici) l'innalzamento del debito con l'aumento del prezzo del petrolio. Considerato che molti degli istituiti e degli enti pubblici (scuole, ospedali, mezzi militari, ecc.) bruciano energia per poter funzionare ciò è molto plausibile anche intuitivamente.
Con queste premesse allora le soluzioni per contenere, o gestire al meglio (il che è lo stesso) il debito pubblico, sono sostanzialmente due:
1 – sviluppare quanto prima accanto al petrolio la produzione di energia da fonti alternative. Per quanto minima la loro produzione di Megawatt può comunque fornire un certo margine di risparmio nei confronti delle fonti da idrocarburi. In questi ultimi mesi è stata data notizia della realizzazione di un sistema a “fusione fredda” (E-cat) da parte dell'ing. Andrea Rossi e del prof. Sergio Focardi che anche se lascia ancora scettici non pochi scienziati internazionali (poiché il funzionamento è ancora in parte tenuto segreto in attesa del rilascio di alcuni brevetti) se confermato potrà certamente rivoluzionare la produzione di energia, riducendo drasticamente la stretta dipendenza dal petrolio (Focus, agosto 2011).
2 – Ridimensionare il proprio stile di vita, riducendo i consumi di merci e servizi non indispensabili, in maniera da ridurre anche i consumi energetici. Questo naturalmente dal punto di vista economico avrebbe anche l'effetto di mettere ulteriormente in crisi molte aziende produttrici di beni e servizi voluttuari, ma salvo una improvvisa ed improbabile grande disponibilità di energia, sembra essere proprio questa la via obbligata alla quale ci conduce l'attuale congiuntura economica. Il rimedio - alquanto fantascientifico purtroppo - potrebbe essere una ridistribuzione di nuovi e vecchi disoccupati fra le aziende private produttrici di beni e servizi essenziali, con una generalizzata riduzione dell'orario di lavoro: tutti part-time insomma, per continuare a lavorare tutti. L'effetto sarebbe anche una maggiore serenità sociale e individuale, dal momento che – come sostiene la Psicologia - ognuno di noi non lavora solo per trarne un utile, ma anche per occupare utilmente il tempo, sentirsi utile, ed essere considerato utile dalla società. Naturalmente, in merito soprattutto a quest'ultima soluzione sono personalmente più che pessimista, dal momento che oltre ad una forte cultura della solidarietà, occorrerebbero anche un livello di cultura e di informazione molto alti e generalmente diffusi nella società. Cultura e informazione di cui gli italiani – secondo i sondaggi - sono tutt'ora molto carenti.
Sullo stesso argomento:
Il declino dell'Italia nel Seicento: dalle grandi piogge al trionfo Nord-Europeo.
Bibliografia.
Carlo M. Cipolla,
Storia economica dell'Europa pre-industriale , Il Mulino, 1974, Bologna
Hermann Kellenbenz,
L'organizzazione della produzione industriale, in: Storia Economica Cambridge, vol V, Einaudi, 1978, Torino.
R. de Roover,
L'organizzazione del commercio, in: Storia Economica Cambridge, vol III, Einaudi, 1977, Torino.
Eleanora Carus-Wilson,
L'industria laniera, in: Storia Economica Cambridge, vol. II, Einaudi, 1982, Torino.
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La politica economica dei governi, Francia e Inghilterra, in: Storia Economica Cambridge, vol III, Einaudi, 1977, Torino.
E. B. Fryde,
Il credito pubblico, in: Storia Economica Cambridge, vol III, Einaudi, 1977, Torino.
Hermann van der Wee,
Sistemi monetari, creditizi, bancari, in: Storia Economica Cambridge, vol V, Einaudi, 1978, Torino.
Lucio Rovati, Bruna Mogni,
Ascesa e caduta dei Fugger, banchieri degli Asburgo, in: L'uomo e il tempo, Mondadori, 1973.
Luigi Bignami, Fabrizio Dottori,
La nuova fusione fredda, in: Focus n. 226, agosto 2011, p. 33.
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