C a t a n i a C u l t u r a . c o m




Vi ravviso luoghi ameni

Vi ravviso, o luoghi ameni
di Franco La Magna.
Città del Sole Edizioni.
210 pagine. Euro 15

Vincenzo Bellini ha incarnato perfettamente il personaggio del genio romantico. Ammirato dagli artisti contemporanei, osannato dal pubblico, corteggiato e conteso dai salotti aristocratici di tutta Europa. La morte prematura lo ha consacrato al mito. Ma è soprattutto la straordinaria bellezza delle sue opere ad incantare da due secoli il pubblico mondiale. Anche il cinema e la televisione, ma soprattutto la "settima arte", hanno contribuito in modo non indifferente ad accrescerne la fama immortale. Vi ravviso, o luoghi ameni è il racconto avvincente e appassionato della straordinaria avventura cinematografica e televisiva del "Cigno" di Catania.



FAI




       

CENTO ANNI FA NELLE SALE I PRIMI DUE FILM “BELLINIANI”
di Franco La Magna.
(Articolo pubblicato sul quotidiano "La Sicilia" il 4/4/2011).

Con i primi due film muti dedicati all'opera lirica "Norma", inizia ufficialmente nel 1911 l'ingresso di Vincenzo Bellini e delle sue opere nella storia del cinema. In questo articolo Franco La Magna, critico e storico del cinema siciliano, fornisce oltre ai dati storici, anche i giudizi critici e le motivazioni ideologico-culturali della trasposizione su celluloide del celebre capolavoro del compositore catanese.

Il flano pubblicitario di Norma (1911) Sebbene per pochi anni (nel periodo a cavallo tra i primi due decenni del XX secolo) prima cinematografia al mondo, la nascente industria filmica italiana non tarda molto ad accorgersi delle opere liriche di Vincenzo Bellini, quindi della possibilità di ridurle e (sommariamente) trasferirle sul grande schermo. Nonostante la momentanea defaillance artistica del compositore catanese, culminata all’inizio del ‘900, la straordinaria popolarità raggiunta soprattutto dall’opera “Norma” (considerata il suo capolavoro) offre, dunque, alla megalomane tendenza del cinema nazionale la ghiotta opportunità di sfruttarne la crescente celebrità, consentendo nel contempo di rappresentare un soggetto in grado d’essere facilmente manipolato a scopo propagandistico dall’ideologia imperialistica giolittiana ed altresì in linea con il magniloquente genere vincente dei kolossal. Nasce così “Norma” (“Episodio della Gallia sotto il dominio di Roma Imperiale”, 1911) regia di Romolo Bacchini, anche uno dei primi musicisti cinematografici, primo film “ufficialmente” tratto dal corpus artistico del “Cigno di Catania”.
L’anno precedente, tuttavia, altri due titoli rimandano (pur nel silenzio delle fonti) ad opere belliniane: “Beatrice di Tenda” (1910) attribuito a Mario Caserini, con Amleto Novelli, girato nella capitale, il cui titolo attinge sia alla tragedia di Carlo Tedaldi Fores che all’opera lirica composta su libretto di Felice Romani e “Zaira” (1910) di cui resta ignota la regia e il cui iperbolico intreccio (una donna diviene la favorita del sultano di Gerusalemme Orosmane, ma poi da questi - a sua volta, infine, suicida - ingiustamente accusata di tradimento e uccisa per gelosia) coincide con quella che lo stesso Romani trasse dalla tragedia di Voltaire. In entrambi i casi le fonti d’epoca non fanno cenno né all’opera lirica né al libretto e pertanto i due film non possono rientrare nella non strabocchevole “filmografia belliniana”.
Diverso il caso di “Norma”, inequivocabilmente tratto dalla più famosa delle tragedie liriche del “Cigno”, un film sincronizzato, lungo 332 m., prodotto dalla “Vesuvio Films” di Napoli, con musiche adattate e colorato, come viene presentato in un flano pubblicitario del tempo dove appare espressamente il nome del Catanese. Perfettamente coincidente con il libretto di Romani la sinossi pubblicata nel n. 9 de “La vita cinematografica” (30 maggio-5 giugno 1911), che notoriamente si discosta notevolmente dalla tragedia di Alexandre Soumet (dove la protagonista è una specie di strega-Medea) da cui il librettista ricavò i versi per l’opera. Film, dunque, ricavato dall’opera rappresentata per la prima volta alla Scala di Milano il 26 dicembre 1831, con scarso successo ma divenuta poi una delle composizioni più amate di Bellini, che la nascente critica del tempo accoglie benevolmente: «… la Vesuvio-films… ci ha offerto di quella tragedia (Norma) una proiezione degna di nota e di encomio, pur se meritevole di qualche appunto in fatto di tecnica. Ma l’appunto deriva soltanto dall’incertezza inevitabile ai primi passi di ogni iniziativa; quando la Vesuvio si sarà allenata all’opera, niun dubbio che essa ci offrirà pregevoli saggi della sua geniale attività. Norma è, per ora, un lieto annunzio; è svolta con garbo, è interpretata con zelo, è colorita con sobrietà. Qualità, queste, che, se curate attentamente e con vigile cuore, non potranno non produrre i loro buoni frutti»(Castagnola). Prodotto dalla Vesuvio Films di Napoli, reso disponibile nel giugno del 1911, “Norma” vanta anche ben quattro versioni “europee”, tutte con lo stesso titolo (inglese, spagnola, tedesca e austriaca).
Potente dramma musicale, l’opera belliniana - tragedia dell’amore tradito - contiene nel primo atto una dolcissima preghiera alla luna, la celeberrima aria “Casta Diva”, che il cinema sonoro mondiale utilizzerà quasi ad libitum nelle situazioni più disparate, in genere (ma non esclusivamente nei mélo) “narrando” e accompagnando l’infelice amore dei protagonisti, ma anticipandone “proletticamente” anche la conclusione e alimentando, attraverso l’uso sovrabbondante delle sue incantevoli note, quell’alone leggendario-idilliaco, vagamente eroico ed ultraromantico, creatosi intorno alla figura del grande compositore etneo. «Per i biografi - scrive Rosselli - il compositore costituisce un problema. Morì giovane e al culmine del successo, all’epoca in cui toccava l’apice anche il movimento romantico; non solo era di bell’aspetto, ma anche biondo con gli occhi azzurri; e, per giunta, un siciliano biondo con gli occhi azzurri. Per tali ragioni egli divenne subito un mito. La leggenda d’un personaggio languido ed esangue (“un sospiro in scarpine da ballo”, lo definì Heine) si trascinò, quantunque infondata, per tutto il resto del secolo ed oltre». E a dimostrarlo (per rimanere in tema) stanno le poche biografie cinematografiche, firmate da Carmine Gallone.
Evidente il pendant tra la tragica storia di Norma e l’ideologia imperialista dell’Italia esagitata del tempo, che s’infranse miseramente nel disastro di Adua, talché con la tormentata passione della sacerdotessa dei Druidi - ennesima eroina belliniana dell’amore ingannato, incapace dell’estrema vendetta ed altresì nobilitata da una morte spettacolare in un contesto di grandiosi eventi storici (la vittoriosa campagna bellica dei Romani contro i Galli) - il cinema somministra all’ancora ingenuo spettatore del tempo una vicenda “eroica” (Norma immola se stessa, seguita da Pollione che pentito decide di morire con lei sul rogo) e come, in modo non dissimile, farà successivamente il fascismo, mostra nel contempo, «…vasti affreschi storici che aiutino a costruire un monumento al presente come somma della millenaria storia d’Italia» (Brunetta).
Confermando una tendenza mercantile ad una concorrenza non sempre fondata sulla correttezza, anzi spesso decisamente sleale, un altro “La Norma” (mt. 267, Film D’Arte Italiana, regia ignota) viene altresì editato lo stesso anno, anch’esso tratto «dall’opera lirica omonima (1831) di Vincenzo Bellini (musica) e Felice Romani (libretto) »; interpreti: Rina Agozzino-Alessio (Norma), Bianca Lorenzoni (la sacerdotessa Adalgisa), Alfredo Robert (il proconsole Pollione). Di questa seconda versione di Norma dà notizia, nel giugno dello stesso anno, l’inglese “The Bioscope”, che ne attribuisce erroneamente la produzione alla francese Pathé. Due le versioni straniere: inglese e francese. Ma nulla più si conosce di questo e dell’altro film andati anch’essi, come la gran parte del patrimonio muto, irrimediabilmente perduti…a meno di miracolosi (quanto improbabili, ma non impossibili) ritrovamenti.

Nota. Si ringrazia il dott. Franco La Magna, storico e critico del cinema catanese e siciliano per aver concesso il presente articolo, originariamente pubblicato sul quotidiano "La Sicilia" il 4 aprile 2011. L'immagine riproduce il flano pubblicitario del film, ed è stata gentilmente concessa sempre dal dott. La Magna.

Questo articolo è stato inserito il 31/12/2011.



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