C a t a n i a C u l t u r a . c o m

QUANDO I GHIACCI SI SCIOLSERO MILLE ANNI FA: LE MIGRAZIONI DEI VICHINGHI, LA RINASCITA DELL'ANNO MILLE IN EUROPA, E LE “CITTA' SOMMERSE” ALLA LUCE DEL PERIODO CALDO MEDIEVALE
di Ignazio Burgio.

A cavallo dell'anno mille, all'incirca tra il regno di Carlo Magno e quello di Federico II di Svevia, l'Europa, insieme al resto del mondo, visse una fase climatica "calda", con inverni miti ed estati bollenti, proprio come ai nostri giorni. A livello naturale gli effetti furono un arretramento dei ghiacciai in tutto il mondo, ed una riduzione delle calotte polari. Ma quali furono gli effetti sulle società umane e sulle loro attività, come l'agricoltura ed i commerci ?

Vascello scandinavo Nel mese di novembre dell'anno di grazia 800 il re franco Carlo Magno giunse nella città di Roma. Lo scopo ufficiale era quello di rappacificare gli animi tra il Papa Leone III e la nobiltà romana dopo un periodo di contrasti sfociati anche in aperta violenza. In quella stessa occasione tuttavia, durante la messa di Natale in S. Pietro, il medesimo sovrano ricevette dal Papa l'incoronazione ad Imperatore Romano, inaugurando così, dopo più di tre secoli di interregno, la rinascita dell'Impero d'Occidente,
L'attenzione degli storici del clima è stata attirata dalla relativa facilità con la quale Carlo Magno ed il suo seguito avevano varcato le Alpi pur essendo autunno inoltrato. Perlomeno dalla tarda età romana infatti l'intera Europa – e non solo – era stata attanagliata da un clima tendenzialmente gelido che aveva alimentato e fatto avanzare i ghiacciai di tutto il mondo, compresi quelli alpini. Ma in realtà al tempo in cui Carlo veniva incoronato imperatore, già da una cinquantina d'anni, sulla base delle analisi del clima del passato, le temperature medie annuali stavano già lentamente risalendo, gli inverni miti si stavano facendo più frequenti, ed anche le estati stavano diventando tendenzialmente più calde. Il primo effetto di questa inversione di tendenza climatica si produsse nei ghiacciai alpini che dopo aver arrestato la loro avanzata – per la verità già prima del 750 – subirono una tendenza ad arretrare, in quanto non essendo più adeguatamente alimentati da sufficienti precipitazioni nevose negli inverni più miti, perdevano a causa dello scioglimento estivo sempre più massa glaciale senza riuscire a guadagnarne nella cattiva stagione. Questa tendenza tuttavia non fu tipica solo delle Alpi ma è stata riscontrata con adeguato sincronismo dagli studiosi moderni anche in tutti gli altri ghiacciai del mondo, da quelli dell'Alaska a quelli della Patagonia, fino ai ghiacciai della Nuova Zelanda, per citare solo quelli meglio studiati. Dunque fu un fenomeno a livello planetario, provocato, con tutta probabilità, da un aumentato livello di attività del sole, con relativo incremento medio delle macchie solari.
Se la fase iniziale di questo “ciclo climatico caldo” può farsi risalire, come abbiamo già detto, all'incirca alla metà dell' VIII secolo, il punto finale viene fissato dagli studi degli storici del clima al XIII secolo, allorchè i ghiacciai iniziarono nuovamente ad avanzare, preannunciando una fase di clima tendenzialmente freddo che avrebbe spaziato dalla seconda metà del '200 fino alla prima metà dell'Ottocento, con una pausa di clima più temperato dalla seconda metà del '300 alla metà del '500. Poco prima dell'anno mille, all'incirca nel 975, le ricerche degli studiosi del clima hanno individuato uno dei due punti culminanti nella fase medioevale di clima caldo, durante il quale le temperature medie furono più alte ed i ghiacciai arretrarono di più. L'altro “picco” di clima caldo si verificò un secolo e mezzo più tardi, intorno al 1125. Sembra che il limite massimo di arretramento dei ghiacciai, comunque, sia stato in tutto quel periodo all'incirca uguale a quello della fine del secolo scorso, metro più metro meno, dopo di che i fronti glaciali si stabilizzarono, per poi riprendere ad avanzare, come già detto nel XIII secolo (alcune osservazioni suggeriscono già intorno al 1220).
Tra il regno di Carlo Magno e quello di Federico II di Svevia dunque anche l'Europa, al pari di tante altre piccole e grandi civiltà del pianeta, attraversò un periodo dal clima più dolce e temperato, caratterizzato da inverni generalmente miti ed estati spesso “bollenti”. Ma quali furono gli effetti di queste mutate condizioni climatiche sulla popolazione, l'economia e di conseguenza sulle vicende storiche e sociali ? Bisogna considerare infatti che il periodo in questione è caratterizzato da un forte incremento della popolazione, da una spinta all'estensione delle coltivazioni agricole, e dallo sviluppo del commercio e dell'artigianato, dopo il lungo periodo di depressione seguito alla fine dell'età antica. Possono essere tutti questi elementi ritenuti indipendenti dalle condizioni climatiche più favorevoli ?
Il fattore principale che determina un maggiore o minore incremento demografico – in qualsiasi società, tanto al passato che al presente – è la natalità, cioè la percentuale di bambini che nascono e che riescono ad arrivare a loro volta all'età riproduttiva. Ai giorni nostri la larga disponibilità di cibo ed i progressi della medicina e della puericultura (in primo luogo la diffusione delle buone norme igieniche) consentono alla quasi totalità dei nuovi nati di arrivare all'età adulta – perlomeno nei paesi più ricchi. Ma in passato la totale ignoranza delle più comuni norme igieniche, l'assenza di farmaci come gli antibiotici, e la malnutrizione di gestanti e neonati, determinavano un'altissima mortalità infantile anche in periodi non caratterizzati da gravi epidemie. Se i neonati sopravvivevano al travaglio del parto, avevano infatti alte probabilità di soccombere per un gran numero di infezioni alle vie respiratorie, all'apparato digerente ed anche a causa di tutte quelle malattie portate dai parassiti, in primo luogo la malaria. Ma spesso le reali cause della mortalità infantile – anche dietro le malattie meno gravi – erano più semplicemente la malnutrizione ed il freddo che indebolendo l'organismo di madri e figli riducevano le probabilità di superare le patologie meno letali.
Il rialzo medio delle temperature a partire dal regno di Carlo Magno intervenne in maniera favorevole nei confronti di tutte queste variabili: i raccolti corsero mediamente meno rischi di venir distrutti da gelate fuori stagione o dall'umidità eccessiva – specie alle latitudini continentali - , ed anche se i rendimenti medi per semente erano ancora bassi (a volte solo due o tre volte la quantità seminata) perlomeno cominciarono a mantenersi più stabili consentendo ai contadini di mettere da parte più chicchi da seminare per la successiva mietitura. Donne e bambini riuscirono in tal modo a nutrirsi meglio, o perlomeno in maniera adeguatamente sufficiente: da alcuni studi sui resti di contadini del IX e X secolo rinvenuti in Francia, risulta che le ossa di costoro erano più robuste e meno fragili rispetto ai loro antenati dei secoli precedenti.
A quanto pare inoltre, il clima più caldo – come sostenuto da alcuni studiosi – ebbe un ruolo importante nel far cessare le gravi e ricorrenti epidemie di peste, praticamente endemiche in Europa sin dal VI secolo, poichè proprio a partire dal 750 le cronache medievali non riportano più alcun caso di questo flagello, fino naturalmente alla metà del Trecento, allorchè – in un periodo climatico più freddo – riapparirà con la grande epidemia del 1347. La migliore alimentazione unitamente alle temperature meno rigide ed alla fine delle grandi epidemie, consentì ad una percentuale maggiore di bambini – percentuale certo pur sempre marginale, difficile da quantificare, ma sicuramente in sensibile progresso di generazione in generazione – di sopravvivere e di raggiungere a loro volta l'età fertile nella quale iniziare a procreare (secondo la mentalità dell'epoca ci si sposava molto presto, anche a 14-15 anni). Tutto questo lento ma costante incremento demografico significò già nel IX secolo un certo sovraffollamento dei tradizionali villaggi dove viveva la maggior parte della popolazione rurale, sia libera oppure vincolata ad un signore feudale (laico o ecclesiastico). Poichè a causa della semplicità degli attrezzi rurali e delle conoscenze agronomiche la produttività agricola non poteva essere incrementata più di tanto, il risultato fu allora una prima fase di espansione delle coltivazioni a danno della foresta, sia quella circostante il villaggio, come anche altre porzioni di essa limitrofe ai campi di vecchia data. Il fenomeno ancora in questa prima fase finì per provocare anche casi di conflitto tra i rustici ed i signori – specialmente quelli laici – che intendevano preservare le foreste soprattutto come riserve di caccia, ma talvolta anche per semplice affermazione di supremazia signorile.
Altri signori, soprattutto ecclesiastici, come i fondatori di nuove abbazie, intravidero al contrario in tale processo la possibilità di accrescere le proprietà terriere e le rendite in dotazione alle chiese ed ai monasteri – sia di vecchia che di nuova edificazione. Dunque si diedero da fare, spesso in accordo con i poteri più alti – sovrani e imperatori – per disboscare quelle aree forestali in prossimità degli enti ecclesiastici che necessitavano di nuovi arativi, attirandovi con patti agrari favorevoli nuova manodopera rurale da altre regioni sovraffollate. Gli interessi pratici ed economici alla base di tali attività di dissodamento erano evidenti, ma i signori ecclesiastici venivano guidati anche da uno spirito “pionieristico” e missionario di tipo biblico (“...se devi essere un popolo numeroso, sali nelle regioni boscose e dissodati là le tue terre...”, Giosuè, XVII,15) che ricorda per certi versi lo spirito di colonizzazione del West americano nel XIX secolo. Un tale atteggiamento culturale era ignoto alle genti ancora pagane all'interno ed all'esterno dell'impero cristiano dei carolingi, animate da un sacro timore reverenziale nei confronti delle foreste, dimore delle loro divinità, o perlomeno ad esse consacrate. Merito dei monaci “disboscatori” fu anche l'aver fatto superare (in quei tempi in cui – al contrario di quelli odierni – le foreste erano sovrabbondanti) la paura di abbattere gli alberi per trasformare i boschi in campi di grano, e dunque incrementare popolazione e redditi. La chiave per la rinascita economica dell'Europa fino a farle superare – già nel XII secolo - i limiti dell'economia antica sta in gran parte proprio qui.

Al contrario dell'Europa cristiana, nei territori scandinavi, la religione locale imponeva di rispettare le foreste, poichè il loro abbattimento era considerato un sacrilegio. In una delle tante saghe è riportata la storia di un sovrano che ordinò di disboscare alcune porzioni di manto boscoso nella regione del Varmland per far posto ai seminativi. Ma il raccolto andò male, i suoi sudditi interpretarono questo segno come una punizione divina ed allora uccisero il loro re per placare i loro numi.
Normalmente tuttavia nelle regioni scandinave, specialmente in Norvegia, la popolazione non si sosteneva tanto con la coltivazione dei cereali quanto piuttosto con l'allevamento. Nonostante la documentazione circa il periodo storico anteriore al XII secolo sia scarsa – se non addirittura quasi inesistente – è ragionevole presumere che gli effetti del clima più mite si siano fatti sentire anche a quelle latitudini, tanto sulle persone quanto sugli animali, i quali ultimi, se è vero che spesso trovavano il loro cibo nelle foreste, non è escluso, che grazie al ritiro dei ghiacciai da valli e pianure abbiano potuto godere anche di pascoli più estesi. In altre parole, sia gli abitanti che le mandrie dei cui prodotti si cibavano i primi, crebbero anch'essi di numero, e ciò portò anche in Scandinavia ad un problema di sovraffollamento dei villaggi, che non potendo trovare sfogo nel dissodamento delle foreste e nella coltivazione di più terre, divenne seria crisi.
Gli storici tradizionalmente sono sempre stati concordi nell'attribuire all'insostenibile sviluppo demografico una delle cause fondamentali del riversamento degli Scandinavi al di fuori della loro penisola, ma sarebbe un errore considerare questo movimento costituito unicamente da saccheggi, razzie e devastazioni. Accanto alle sanguinarie imprese di pirateria, narrate nelle saghe, ma riportate anche dalle cronache ecclesiastiche del tempo, che consideravano i Normanni (uomini del nord) come un vero castigo di Dio, gli Scandinavi esercitavano normalmente un'intensa attività di scambi commerciali, via terra e via mare, che proprio dalla sovrappopolazione della penisola trovò una poderosa spinta verso un ulteriore sviluppo. Nonostante infatti che le leggi ed i costumi di questo popolo fossero carichi di una buona dose di violenza, specie prima della loro cristianizzazione, le normali attività produttive avevano comunque largo spazio nella loro società. Tradizionalmente infatti i contadini e gli allevatori scandinavi portavano da se stessi ai luoghi di mercato ciò che producevano nei propri villaggi, come il burro e gli altri prodotti dell'allevamento. E proprio ai più strategici luoghi di scambio, situati normalmente all'incrocio di vie e rotte commerciali, denominati vic, o wik, alcuni storici fanno risalire il nome di Vichinghi, qualificante proprio l'attività preminente di queste genti, cioè quella commerciale.
Espansione degli Scandinavi Questa spinta soprattutto mercantile (oltre che piratesca), il cui inizio è da porsi già nella seconda metà dell'VIII secolo, com'è noto, da un lato portò ad est gli antenati degli Svedesi – i Variaghi (o Vareghi, nome forse di origine slava, dal significato appunto di “mercanti”) - a navigare con le loro navi lungo i fiumi russi per raggiungere Costantinopoli e persino Baghdad (sempre attraverso i fiumi che sfociano nel Mar Nero e nel Mar Caspio). Dall'altro versante indusse i Norvegesi ad affrontare il Mare del Nord e l'Atlantico alla volta di Islanda, Groenlandia e naturalmente della famosa Vinland, la “Terra della vite selvatica”, ovvero – come comprovato archeologicamente sin dagli anni sessanta – l'Isola di Terranova (insieme forse ad altre zone del Nord-America). L'apice di questo movimento di esplorazione venne toccato proprio nella seconda metà del X secolo ed intorno all'anno mille, cioè nel periodo in cui si ebbe il primo dei due “picchi” di clima caldo. La riduzione della banchisa polare artica ed il ritiro più a nord della linea di deriva degli iceberg avrebbero infatti favorito – secondo il parere di molti storici del clima – la navigazione delle navi vichinghe, che in tal modo non solo potevano affrontare rotte più settentrionali, e dunque più brevi, ma, cosa non indifferente, navigando nella bella stagione potevano usufruire di luce anche di notte (per effetto del ben noto fenomeno del “sole di mezzanotte”, alle alte latitudini), senza dunque correre il rischio di sfracellarsi contro scogli, secche o altri pericoli del mare notturno.
Tra il 978 ed il 986, navi scandinave comandate prima da Snaebiorn Galti e poi dal più famoso Erik il Rosso partirono dall'Islanda per colonizzare la parte meridionale della Groenlandia. Qui fondarono colonie e “wik”, riuscirono a coltivarvi anche alcuni cereali, come l'orzo ed una varietà di avena, più adatti ai climi freddi, e naturalmente si prodigarono anche nell'allevamento del bestiame. Lo sviluppo demografico e commerciale dei primi colonizzatori di quest'isola fu tale che nel 1126 l'”isola verde” venne eretta a diocesi episcopale con sede a Gardar. Agevolati dal mare sgombro di ghiacci, ed appoggiandosi così ai porti ed ai wik di Groenlandia ed Islanda i navigatori-mercanti scandinavi crearono tra l'altro, a quanto pare, anche il primo embrionale commercio transoceanico, poichè come raccontano le saghe del Flatey Book, i Vichinghi della colonia di Terranova abilmente scambiavano con i pellerossa locali delle modeste strisce colorate di stoffa con preziose pellicce che poi esportavano in Europa.
In seguito, a partire dall'inizio del Trecento, le cose tuttavia presero una piega diversa, poichè mutando nuovamente il clima in direzione del freddo, i ghiacci polari avanzarono nuovamente, numerosi porti della Groenlandia e dell'Islanda restarono bloccati, e le rotte più settentrionali risultarono sempre più ingombre di iceberg pericolosi, costringendo i coraggiosi naviganti ad affrontare rotte più meridionali, dunque più lunghe e più rischiose a causa della mancanza del “sole notturno”. Ciò fu certamente la causa più probabile della decadenza dei traffici commerciali, con il conseguente abbandono della Groenlandia entro la prima metà del XV secolo, insieme ai relativi “wik” di Terranova-Vinland (forse già abbandonati in precedenza).

Tornando al periodo climatico favorevole preso in esame, è ovvio che possono ugualmente rientrare in una logica di surplus demografico – è giusto ricordarlo – anche, oltre ai fenomeni di pirateria e saccheggio, anche quelli di arruolamento come soldati mercenari al servizio di altre nazioni (ad esempio Bisanzio), ed infine anche di conquista e colonizzazione di intere regioni, come la Normandia, l'Italia del Sud e la Sicilia, di cui si resero protagonisti i temibili "Uomini del Nord" o Normanni.
Ma tanto le incursioni dei Normanni, quanto quelle dei Saraceni nel Mediterraneo, e degli Ungari in Germania e nell'Italia settentrionale ebbero un importante effetto per la rinascita economica europea dopo l'anno mille: costrinsero buona parte della popolazione rurale a rifugiarsi tra le confortevoli mura delle città ancora semispopolate, e dei castelli e delle fortezze alle frontiere dell'Impero. Le città semivuote cominciarono a riempirsi, quelle più piccole cominciarono ad allargare le proprie mura, mentre anche molti grossi villaggi ricevettero dai loro signori il permesso di erigere strutture difensive. Spesso a tali “borghi”, nuclei di future nuove città, venivano concessi i diritti di tenere mercato per le loro necessità, ed in tal modo iniziavano ad allacciare una rete di scambi tra città e campagna, e tra città e città anche distanti, da essere spinti anche alla specializzazione artigianale e alla produzione di beni diversi da quelli agricoli, come i tessuti. Inoltre mentre i ghiacciai alpini si ritiravano, facilitavano anche il trasporto delle merci tra la pianura padana e le regioni transalpine, a volte anche su antichi sentieri e strade romane liberatesi dalla copertura dei ghiacci, mentre i montanari lentamente prendevano possesso di nuove terre e nuovi pascoli, costruendo villaggi ed opere murarie anche a ridosso dei fronti glaciali in ritiro. D'altra parte, il naturale sviluppo demografico, che anche in quei tempi così pervasi da invasioni e saccheggi, non si arrestava, continuava a sovraffollare le campagne e spingeva molti ad emigrare nelle città, le quali per quanto molto più malsane sotto il punto di vista igienico rispetto ai villaggi rurali, tuttavia cominciavano a svilupparsi sotto ogni profilo, e sviluppando se stesse sviluppavano di conseguenza anche l'economia dell'intera Europa.

Ma naturalmente anche in tale periodo la parabola non era sempre ascendente, ed a volte si rischiò di ripiombare nel regresso economico, demografico e persino morale. Proprio negli anni intorno all'anno mille, una grave carestia imperversò in diverse regioni d'Europa : la produttività agricola era infatti ancora così scarsa, per la rudimentalità di attrezzi e conoscenze agronomiche, che bastava un'annata cattiva, o anche semplicemente insufficiente a sfamare tutte le bocche messe al mondo dall'esplosione demografica, da far saltare quell'equilibrio così precario tra domanda e disponibilità di cereali. Non è escluso che la scarsità dei raccolti fosse da imputarsi proprio al culmine di quella fase di clima caldo che si ebbe proprio in quel periodo, con un grave squilibrio - per effetto della forte evaporazione dei mari - anche nelle normali precipitazioni piovose. Come raccontano i cronisti del tempo come il monaco francese Raoul Glaber (Rodolfo il Glabro) “...le condizioni atmosferiche erano così avverse che non c'era mai il tempo adatto per la semina di qualsiasi pianta, nè il momento opportuno per la mietitura, soprattutto per le inondazioni. Sembrava infatti che gli elementi stessi si combattessero tra di loro...la terra era stata talmente bagnata dalle frequenti piogge che a distanza di tre anni non c'erano più solchi adatti alla semina...”.
La fame fu tale che si verificarono anche frequenti casi di cannibalismo, a volte anche così impressionanti da far venire alla mente i nostri film dell'orrore. Non soltanto i morti ma anche i vivi, i viandanti e persino i bambini erano costantemente a rischio di venire aggrediti e divorati. A quel che racconta il cronista francese, addirittura vi erano anche individui che cercavano di fare commercio di carne umana sulla pubblica piazza, spacciandola per carne animale. Le autorità ecclesiastiche, seguite dal resto della popolazione naturalmente reagirono a tali mostruosità, sfociando tuttavia a loro volta – secondo la mentalità del tempo – in altri eccessi, cioè bruciando vivi gli antropofagi ed i mercanti dell'orrore.
La Chiesa tuttavia, in una forma più serena e laboriosa, si preoccupò proprio a partire da tale periodo anche di sfamare la traboccante popolazione europea, sviluppando l'agricoltura, disboscando le foreste, promuovendo attraverso la rete delle proprie aziende agricole, varietà di sementi migliori, attrezzature più efficaci e tecniche agronomiche più produttive. Se la civiltà medievale non ripiombò nel caos, nel declino demografico e nella depressione economica, ma anzi progredì ulteriormente sotto il punto di vista economico e culturale, in gran parte fu merito anche degli ordini monastici come i cistercensi che a partire dall'XI secolo cominciarono a trasformare intere foreste in campi da seminare: l'Occidente in tal modo scampò al destino toccato in sorte a tante altre civiltà con un'agricoltura più precaria, cioè quello di soccombere a causa di gravi crisi climatiche e di sovrabbondanza demografica.

Ci si può domandare a questo punto, se la situazione climatica e sociale a cavallo dell'anno mille che è stata delineata sin qui – in maniera estremamente superficiale, dato il carattere divulgativo del presente articolo – possa in qualche modo essere di confronto con l'attuale situazione climatica che stiamo vivendo oggi. Possono le previsioni catastrofiche dei nostri meteorologi apparire troppo pessimistiche se raffrontate con quanto accaduto mille anni fa in un'epoca di arretramento dei ghiacciai e di riduzione delle calotte polari ? Le opinioni contrastanti di scienziati e meteorologi dissidenti che attribuiscono l'attuale riscaldamento climatico del nostro pianeta a normali fenomeni ciclici, del resto non mancano, anche se sono pochi per la verità.
Occorre essere molto cauti nel fare questi raffronti. Il clima è un meccanismo molto complesso, influenzato da moltissime variabili e sensibile anche a minime variazioni: non per nulla la scienza che studia i fenomeni caotici ha mosso i suoi primi passi, subito dopo la seconda guerra mondiale, proprio come ausilio allo studio della meteorologia. I mutamenti climatici dipendono in primo luogo dal sole e dal livello della sua attività, che non è sempre la stessa nei diversi periodi storici di “clima caldo”. Anche le normali variazioni astronomiche del moto terrestre (come la precessione degli equinozi, le minime variazioni dell'inclinazione dell'asse, e la maggiore o minore ellitticità dell'orbita - fattori tutti questi suscettibili di riscaldare in maniera differente gli oceani e l'atmosfera -), e persino le eruzioni vulcaniche possono determinare differenze apparentemente minime, capaci tuttavia di conseguire anche nel lungo periodo significativi e macroscopici effetti climatici. In altre parole, anche ammettendo l'ipotesi che l'attuale clima caldo risponda a fenomeni esclusivamente naturali, come l'attività solare (solo in parte vero), non si può assolutamente affermare in maniera matematica che l'andamento climatico possa procedere in maniera uguale a mille anni fa, anche se dovessimo trovarci ancora in una società medievale e non industriale come quella odierna. Chiarito questo concetto, si può allora comprendere molto più facilmente il grosso significato di imponderabilità climatica determinato dai ben noti fenomeni causati dall'attività umana quali l'effetto serra, il danneggiamento dello strato di ozono, la riduzione delle superfici forestali, e via dicendo.
Tuttavia, tornando al periodo medievale può essere interessate cercare di completare il quadro degli effetti del riscaldamento climatico sulla natura e sulle società umane di quel periodo alla luce delle conoscenze climatologiche attuali – e compatibilmente con le scarne testimonianze documentarie dell'epoca. Ci si può domandare – ad esempio - se lo scioglimento dei ghiacciai e la riduzione delle calotte polari provocarono, ed in che misura, fenomeni di innalzamento dei mari, inondazioni di isole e città costiere, ed erosione delle coste. A quanto pare qualcosa del genere avvenne, ma soprattutto nelle regioni settentrionali dell'Europa.
Fonti documentarie risalenti ai decenni immediatamente successivi all'anno mille attestano ad esempio le frequenti inondazioni a cui erano soggette le zone costiere delle Fiandre e della Frisia (cioè Belgio e Olanda), tanto da ostacolare anche il semplice pascolo delle mandrie. Signori e contadini del luogo unirono allora i loro sforzi per contenere l'avanzata del mare, ed in ciò vennero aiutati dalla massima autorità della regione, il conte Baldovino V (1035-1067) che si adoperò per attirare sulle coste nuova manodopera dalle zone più interne. La loro attività nella costruzione di dighe, argini ed altre strutture di contenimento, consentì non solo di proteggere le linee costiere originarie, ma anche di strappare nuove superfici di terra al mare, dando il via a quel fenomeno dei cosiddetti “polder” caratteristico della successiva storia dei Paesi Bassi.
A dar credito poi ad alcune leggende che cominciarono a circolare in quel periodo, si potrebbe pensare che vi fosse qualcosa di vero nelle famose (artisticamente parlando) città sommerse (villes englouties). La più famosa di esse era la città di Vineta, localizzata in una imprecisata zona del Mar Baltico. Si dice fosse ricchissima grazie ai suoi commerci e dotata di cento campanili. Sommersa dal mare per l'immoralità dei suoi abitanti, la leggenda dice che passandovi nelle vicinanze si sentirebbe ancora il sinistro rintocco delle sue campane sommerse. Un'altra città, Ys (o Ker-Ys, in lingua bretone), secondo un'altra leggenda sarebbe stata edificata in Bretagna, nella baia di Douarnenez, e trovandosi sotto il livello del mare era protetta da dighe. Il re-mago che la governava, Gradlon, affidò a sua figlia Dahud le chiavi delle dighe, e questa a sua volta le consegnò nelle mani di uno straniero di cui si era innamorata. Ma sotto le mentite spoglie del bel forestiero, sempre secondo la leggenda medievale, non si celava altri che il diavolo che prontamente aprì le dighe affinchè il mare sommergesse l'isola e la città. Soltanto il re Gradlon riuscì a fuggire mentre sua figlia venne mutata in una sirena destinata ad incantare i marinai. Una terza località leggendaria, di pari fama, era Lyonesse, isola che si riteneva facesse parte delle Scilly, un arcipelago pieno di numerosissimi isolotti al largo delle coste della Cornovaglia. Collegata al ciclo letterario di re Artù – tra gli altri vide come protagonisti, sempre secondo la leggenda, i famosi Tristram e Iseult (Tristano e Isotta) – venne sommersa anch'essa dal mare per punizione divina. Soltanto ad un uomo su di un cavallo bianco fu concesso di salvarsi, un antenato della casata inglese dei Trevelyan. Nonostante i parallelismi fra questi miti siano evidenti, unitamente ai toni moralistici che vedevano nella fine di queste città una punizione divina, le ultime due leggende in particolare possono forse conservare qualche elemento di verità, dal momento che in età medievale le Isole Scilly, al pari di altre regioni vicine come appunto la Bretagna e la Cornovaglia erano ripetutamente soggette a mareggiate e inondazioni.
Altre città del Nord – la cui esistenza storica è accertata – come Quentovic e Duurstede localizzate nell'antica Frisia (la regione dell'attuale Olanda più esposta al mare), commercialmente attive al tempo di Carlo Magno e dei suoi successori, decaddero non soltanto per via dei saccheggi dei Vichinghi, ma soprattutto a causa proprio delle inondazioni, sia dal versante dei fiumi sulle cui foci erano poste, sia dal versante del mare, come già detto più sopra.

Il problema che obiettivamente si deve porre tuttavia lo storico del clima è quanto di queste devastazioni marine siano da imputarsi ad un presunto innalzamento dei mari a quell'epoca, dal momento che fenomeni di questo genere, con annesse rovine di città e porti avvennero anche dopo la metà del XIII secolo, allorchè il clima divenne più freddo e tanto i ghiacciai quanto le calotte polari ricominciarono a crescere (con un ipotetico abbassamento del livello del mare). Un esempio per tutti è costituito dal porto di Dunwich, nella parte sud-orientale dell'Inghilterra. Nonostante la città fosse posta tra le foci di ben due fiumi (il Blyth ed appunto il Dunwinch), e sulle rive di una baia al riparo dal mare aperto, nei secoli critici di deglaciazione essa prosperò e si arricchì coi commerci senza subire particolari danni meteorologici. La sua rovina cominciò proprio all'inizio della “fase fredda” (cioè quando in teoria i fenomeni idrogeologici avrebbero dovuto apparire più “moderati”): nel 1286 infatti una terribile tempesta allagò gran parte della città. I suoi abitanti cercarono di costruire strutture di contenimento contro la minaccia del mare, ma nel 1328 un'altra tempesta si abbattè su Dunwich, e nel 1347 una terza fu così devastante da sommergere o rendere inabitabili ben 400 edifici, e, cosa ancora più grave, modificò la stessa linea costiera rendendo ormai impossibile ogni attività portuale e commerciale.
L'esempio di questa vicenda dimostra che anche per quanto riguarda il clima del passato è impossibile applicare modelli rigidi validi per tutti gli anni delle diverse fasi “calde” o “fredde”. Così ad esempio, dagli studi paleoclimatici eseguiti pare risultare che i due secoli dopo il mille, l'XI ed il XII, una volta passate le catastrofiche piogge narrate da Rodolfo il Glabro, siano stati tendenzialmente caratterizzati da clima secco, date le temperature mediamente più alte. Nonostante ciò tuttavia, non sembra che l'Europa, ed in particolare le regioni mediterranee abbiano sofferto particolarmente di aridità e tanto meno di desertificazione – al contrario di quanto oggi viene, giustamente, paventato. La produttività agricola in quel periodo infatti fu sempre sufficiente ad alimentare una popolazione europea sempre crescente ed uno sviluppo urbano e commerciale sempre più intenso, ed anche la Sicilia, governata dai Normanni, appariva come un vero giardino, grazie anche alle sofisticate tecniche agricole arabe.
Sarebbe senz'altro un errore tuttavia, se basandosi solo sulla scorta degli avvenimenti climatici ed economici del passato, si fosse tentati di dar torto agli ammonimenti dei moderni meteorologi: basterebbe solo considerare che al contrario di quanto accaduto nel Medioevo, gli attuali ghiacciai non danno il minimo segno di voler arrestare la loro ritirata...

FONTI BIBLIOGRAFICHE E OSSERVAZIONI.

Le Roy Ladurie, E. - Tempo di festa, tempo di carestia (storia del clima dall'anno mille) – Einaudi, Torino, 1982. (Si veda in particolare il capitolo VI, “Dati storici sul clima medievale”. In merito al ruolo fondamentale svolto dal raffreddamento climatico a partire dal XIV secolo ed al conseguente abbandono delle comunità scandinave della Groenlandia, si segnalano le discussioni dell'autore alle pagg. 286 e 290: "...Ivar Baardson, un sacerdote norvegese, vissuto in Groenlandia fra il 1341 e il 1364, come intendente del vescovo di Gardar, scrive: "Da Snefelness in Islanda fino in Groenlandia la via più breve: due giorni e tre notti. Navigazione diretta verso ovest...Era l'antica rotta, ma adesso il ghiacciaio è venuto ("en nu er kommen is") dal nord, così vicino alle scogliere che nessuno può seguire la vecchia rotta senza rischiare di perdere la vita..." (p. 286) "...la già citata cronologia di Ivar Baardson divisa in due periodi. Il primo - fine del secolo X, l'XI e il XII - durante il quale la metà meridionale della costa orientale della Groenlandia, alla latitudine di Gunnbiorn's Skerries, è relativamente sgombra dai ghiacci, tanto che le navi provenienti dall'Islanda possono navigare in linea retta in direzione est-ovest verso la Groenlandia...Il secondo periodo di Baardson comprende i secoli XIII e XIV, e probabilmente anche il XII: durante questa fase il ghiaccio si sposta verso sud, rendendo così impraticabile il percorso attraverso il Gunnbiorn's Skerries e costringendo le navi, provenienti dall'Islanda e dalla Norvegia e dirette in Groenlandia, a seguire una rotta molto più meridionale..." (p. 290). Non si esclude naturalmente - secondo le ipotesi più recenti - che possano esservi stati anche altri motivi, (eventuali attacchi degli esquimesi Inuit, difficoltà agricole per cattiva gestione del suolo, ecc.) all'origine dell'abbandono della Groenlandia oltre alle difficoltà date dalla situazione climatica ai collegamenti marittimi. In proposito si può confrontare la recente raccolta di articoli di Sandro Carocci, "Groenlandia avamposti d'Europa", nella rivista "Medioevo" - gennaio 2007).

Verdier, M. - La rivoluzione ? Nasce col caldo - in: www.italy.peacelink.org/ecologia/articles/art_5630.html

Vacca, R. - Il clima cambia da secoli, ma come ? - in: www.ilcrocevia.net

McNeill, W. H. - La peste nella storia – Einaudi, Torino, 1982. (Gli storici recentemente hanno notato una stretta correlazione tra epidemie di peste vera e propria e periodi storici “freddi”. Si sono fatte varie ipotesi, tra cui una particolare reazione fisiologica della pulce che ospita il bacillo della peste: soltanto in presenza di temperature rigide il suo apparato boccale si riempirebbe di bacilli e dunque sarebbe in grado, coi suoi morsi, di trasmettere il morbo. In realtà è ancora tutto da chiarire. Il solo dato certo è che l'assenza di epidemie di peste durante i periodi caldi della storia costituì una variabile importante nei progressi demografici).

Koebner, R. - Popolamento stanziale e colonizzazione dell'Europa - in: Storia Economica Cambridge, vol. I – Einaudi, Torino, 1976. (In particolare, dalla p. 44 alla p. 83).

Bolin, S. - La Scandinavia - in: Storia Economica Cambridge, vol. I – Einaudi, Torino, 1976.

Postan, M. - Il commercio dell'Europa medievale: il Nord – in: Storia Economica Cambridge, vol. II – Einaudi, Torino, 1982.

Carus-Wilson, E. - L'industria laniera – in: Storia Economica Cambridge, vol. II – Einaudi, Torino, 1982. (A p. 411 viene riportato l'episodio dei traffici dei Vichinghi con gli indigeni del Nord-America)

Parain, C. - L'evoluzione delle tecniche agricole. - in: Storia Economica Cambridge, vol. I – Einaudi, Torino, 1976. (Spesso si sopravvalutano - per quello che riguarda l'Alto Medioevo - tanto le "precoci" innovazioni nelle tecniche agricole, quanto soprattutto la loro diffusione che non fu affatto omogenea. L'introduzione dell'aratro a versoio sostenuto dalle ruote viene spesso citato come l'evento più rivoluzionario nell'agricoltura altomedievale. Ma le prove della sua esistenza partono dai documenti del XIII secolo e la sua diffusione non fu rapida neppure in età moderna, in quanto più costoso dell'aratro semplice. A quanto pare, l'unica vera novità rivoluzionaria nell'agricoltura dell'Alto Medioevo fu la rotazione triennale delle colture, eseguita regolarmente nelle grandi aziende francesi già a partire dall'età di Carlo Magno anche probabilmente perchè consentiva di produrre molto foraggio per i cavalli).

Lumbelli, A. M., Miccoli, G. (a cura di) – La storia medievale attraverso i documenti – Zanichelli, Bologna, 1974. (A p. 82 viene riportato il racconto di Rodolfo il Glabro sulla grave carestia).

Si veda anche l'enciclopedia libera www.wikipedia.org alla voce: Vichinghi.
Le immagini fra il testo sono tratte dalla medesima enciclopedia.

Questo articolo è stato inserito il 19 gennaio 2007.





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