TECNOLOGIE E RINASCIMENTI: LO STORICO RAPPORTO TRA MEZZI DI COMUNICAZIONE DI MASSA E CULTURA
di Ignazio Burgio.
Le nuove tecnologie - l'informatica, Internet, i nuovi strumenti multimediali - hanno già rivoluzionato oltre che la nostra vita quotidiana anche il nostro modo di produrre e consumare cultura. Sembra insomma un fenomeno analogo al Rinascimento italiano. Ma in realtà di "rinascimenti" se ne sono avuti almeno altri tre nel corso della storia umana. Sia questi che quello che stiamo vivendo ai nostri giorni sono stati il risultato di tre semplici ma fondamentali elementi: tipo di scrittura, supporti e tasso di alfabetizzazione.

Gli storici dei secoli scorsi sono stati spesso autori di certi giudizi paradossali nella valutazione delle diverse epoche della vicenda umana fino a creare pregiudizi e stereotipi giunti fino a noi. Così ad esempio il Cinquecento venne definito il secolo più “luminoso” della storia d'Italia, quello che pose termine all'oscurantismo dei secoli bui del medioevo e fece “rinascere” gli splendori dell'antichità classica. Peccato che si dimenticarono, e ci si dimentica ancora oggi, che per il nostro Paese fu anche un periodo di continue invasioni straniere, guerre e saccheggi, senza dimenticare naturalmente le carestie e le endemiche epidemie di peste.
Il fatto è che tanto nell'opinione degli storici, quanto nell'opinione comune, la differenza fra “periodi luminosi” e “periodi bui” nella storia di qualsiasi civiltà viene misurata soprattutto in base alla quantità ed alla qualità della propria produzione culturale, tanto letteraria, quanto soprattutto artistica. Così ad esempio, a differenza del secolo del “rinascimento italiano”, il successivo, il Seicento, viene considerato per l'Italia un secolo di declino – come certamente fu – non tanto per la sua critica situazione economica e sociale, quanto soprattutto per lo scarso rilievo della produzione culturale – letteraria, poetica, teatrale, artistica – (cosa anche questa, naturalmente vera). Ma ammettendo di accogliere in questa sede questo discutibile criterio di valutazione – esclusivamente da un punto di vista culturale – e volendo affrontare la questione dei “periodi bui” e “periodi di fioritura culturale” (o “rinascimenti” ) nella storia – non solo europea – ci possiamo porre una domanda fondamentale: quali sono gli elementi che hanno determinato nei vari periodi della vicenda umana, da quelli più antichi fino ai nostri giorni, la fioritura di un periodo culturalmente ricco, o al contrario, una fase di “oscurantismo” ?
Gli elementi in questione, come delle vere e proprie variabili matematiche, sono sostanzialmente tre.
Innanzitutto, la “qualità” del codice simbolico di trascrizione linguistica (quello che comunemente viene chiamata “scrittura”) usato per apprendere, elaborare, comunicare e rielaborare nuovamente le informazioni più o meno complesse.
In secondo luogo, il tipo, la qualità, e – cosa di fondamentale importanza – la quantità, del supporto fisico destinato a contenere, registrare e trasmettere le informazioni (ciò che normalmente viene definito “mass-medium”, o “mezzo di comunicazione di massa”).
Infine, terza variabile di importanza ugualmente fondamentale, il numero di persone che sono in grado di utilizzare e fruire i primi due elementi, cioè in altre parole gli alfabetizzati, i lettori, gli scrittori, ecc.
Il primo di questi elementi, cioè la scrittura, è già di per sè un elemento potente in senso lato, ma lo diviene ancora di più se si considera la sua evoluzione storica. Le prime forme di scrittura, quelle pittografiche ed ideografiche, come i geroglifici egizi o le scritture cuneiformi mesopotamiche, furono il pilastro della nascita e dell'evoluzione delle prime civiltà, quelle sorte lungo i fiumi, quali il Nilo, il Tigri-Eufrate, l'Indo ed i fiumi cinesi. Esse consentirono per la prima volta di archiviare permanentemente le conoscenze culturali (economiche, scientifiche, artistiche, ecc.) acquisite da ogni generazione e di trasmetterle alle successive in forme sempre più ricche, dettagliate e complesse. Inoltre, consentendo la trasmissione delle leggi e delle disposizioni dall'autorità centrale agli uffici amministrativi periferici, permisero lo sviluppo e la gestione di vasti apparati statali.
Le scritture ideografiche delle civiltà più antiche avevano tuttavia dei limiti, in sè e per sè. Innanzitutto il loro apprendimento era difficile e complesso, poichè erano costituite da un notevole numero di segni. Di conseguenza soltanto ad una ristretta cerchia di persone era concesso di alfabetizzarsi: ma ciò aveva anche un ben preciso significato politico, poichè in tal modo le autorità ed i funzionari a loro fedeli, considerando la scrittura una delle forme di conoscenza riservate a pochi – con un valore che si potrebbe definire religioso – riuscivano a garantirsi meglio il controllo sulla popolazione ignorante ed analfabeta.
L'altro limite intrinseco delle forme di scrittura ideografiche era la loro stretta correlazione simbolica con la realtà concreta. Ogni singolo geroglifico o ideogramma cuneiforme poichè raffigurava un aspetto della realtà – il fiume, le montagne, la mano, l'occhio, ecc. - non solo rispecchiava il linguaggio reale, pratico e concreto della società da cui si era originato, ma finiva anche per farlo perdurare tale nei secoli, di generazione in generazione. In altre parole, le scritture ideografiche costituivano un forte ostacolo all'elaborazione di idee e concetti astratti. Questo nonostante le stesse scritture ideografiche – ad esempio quella cinese - abbiano subito nel corso della loro storia una certa evoluzione, passando così dall'uso di segni che esprimevano un intero concetto, all'uso di segni combinati tra loro per esprimere, ad esempio, il nome di una persona.
La svolta evolutiva più potente nel campo della scrittura avvenne intorno al 1700 a. C. A tale periodo risale un'iscrizione trovata in un statua raffigurante una sfinge di arenaria, nelle antiche miniere di turchese di
Serabit-el-Kadim, nella Penisola del Sinai. I segni, tracciati probabilmente dagli operai devoti alla dea Hator, patrona di quelle miniere, costituiscono i primi esempi di scrittura alfabetica (strettamente consonantica), inventata in realtà – secondo gli studiosi – presso le città mercantili fenicie, come ad esempio Ugarit, che avevano stretti rapporti d'affari con l'Egitto. Il meccanismo che certamente portò alla nascita del primo alfabeto fu quello dell'acrofonia: il suono di ogni consonante proveniva dal primo suono della parola semitica atta a designare l'oggetto raffigurato nel segno grafico. La quantità dei segni componenti un alfabeto di conseguenza risultò di gran lunga più ridotto rispetto al gran numero di ideogrammi delle altre lingue, poichè ogni segno era convenzionale, rappresentava un singolo suono, o fonema, ed aveva senso solo in combinazione con altri segni al fine di riprodurre il suono dell'intera parola. L'estrema praticità e versatilità del nuovo sistema di scrittura ne decretò la rapida diffusione presso tutte quelle popolazioni del bacino orientale del Mediterraneo – dai Cretesi, ai Micenei, ai Greci della seconda ondata migratoria – dediti come i Fenici alle attività marittime e commerciali. I Greci tuttavia migliorarono ulteriormente l'alfabeto di origine fenicia, che era costituito solo di consonanti, inserendovi anche le vocali, prendendo a prestito dall'alfabeto semitico vero e proprio altre cinque lettere. Il risultato fu la possibilità di scrivere le singole parole in una forma più aderente con la lingua parlata, che usava naturalmente le vocali, quindi in maniera più universale – anche nel tempo -, e sempre più “addolcita” e meno gutturale: non per nulla i Greci si vantavano di parlare una lingua così musicale e armoniosa al cui confronto tutti gli altri popoli del mondo sembravano balbuzienti, cioè in greco “barbari” (dal vocabolo “barbaroi”, balbuzienti).
Le potenzialità dell'alfabeto greco (ed in seguito anche di quello latino, da esso derivato), furono di fondamentale importanza per la successiva storia della cultura occidentale, che grazie ad esso si sviluppò in maniera rapida e multiforme. Innanzitutto la relativa semplicità di apprendimento scolastico incrementò esponenzialmente il numero degli alfabetizzati, e dunque il numero dei “protagonisti” della scena socioculturale nelle città greche (le “polis”): scrittori, lettori, oratori, che grazie all'autostima fornita loro dal saper leggere, scrivere e dunque saper comunicare bene le proprie opinioni intendevano aver “voce in capitolo” nella vita politica, come anche nell'ambiente letterario, poetico e culturale in genere della propria città. Con delle peculiarità che si potrebbero definire “occidentali”, si verificò dunque nel mondo greco una situazione sociale e politica molto più dinamica, sfociante spesso in lotte aperte e violente, rispetto alla condizione politica e culturale molto più statica e conservatrice delle civiltà orientali antiche.
Ma la vera svolta rivoluzionaria dal punto di vista culturale donata dal sistema di scrittura alfabetico greco fu la grande facilità di coniare concetti astratti sempre più originali e complessi. Se le stesse lettere dell'alfabeto erano già di per sè dei segni astratti, senza alcun legame con la realtà, che avevano senso solo se unite insieme a formare delle parole, per i Greci dei tempi più arcaici anche le singole parole potevano essere unite insieme per formarne altre dal significato ancora più astratto. E' opportuno spiegarsi meglio con qualche esempio.
Nella famosa introduzione al poema dell'Odissea, Omero definisce Ulisse “anèr polùtropos” cioè letteralmente “uomo versatile” . L'attributo polùtropos, appunto versatile, è una parola composta da altre due parole base: “polùs”, cioè molto e “tropos” cioè direzione, versante (anche in senso simbolico). La parola così composta coniata originariamente per designare un tratto caratteriale, cioè la capacità di sapersi arrangiare su molti fronti e nelle difficoltà più disparate, finì nel linguaggio comune dei secoli successivi per essere considerata non più una parola composta, ma un singolo termine col significato, appunto, di “versatile”, “ingegnoso”, “astuto”, ecc.
Un altro esempio può essere tratto dal pensiero di uno dei primi filosofi della storia greca,
Anassimandro, il quale riteneva che l'universo fosse costituito da una sostanza infinita e “indefinita” da lui denominata “àpeiron”. Anche questo è un termine composto dalla parola “peras” che significa “finito”, “delimitato”, preceduta dalla vocale “a” (alfa), che nell'antica lingua greca, allorchè premessa ad una qualsiasi parola, aveva il significato di “non”, e quindi ne definiva l'opposto. Il termine “àpeiron” stava a significare dunque letteralmente “ciò che non è finito, o delimitato” (o anche “non determinato”), e da aggettivo che era originariamente – riferito ad esempio al cielo o al mare aperto - si andò trasformando in un vero e proprio sostantivo astratto: “in-finito”, appunto.
Vista secondo questa chiave si comprende bene allora lo straordinario sviluppo della lingua e della cultura greca, che crebbero generazione dopo generazione costruendo termini e concetti astratti utilizzando altri termini e concetti astratti di base, o anche apponendo a termini semplici le diverse proposizioni e particelle (come abbiamo visto appunto nel caso di “àpeiron”). Del resto anche ai nostri tempi nella lingua italiana sono stati coniati – e si coniano continuamente – nuovi termini unendo due parole più semplici, o una parola e una proposizione: salva-vita, ant-incendio, super-mercato, ecc. Così come nell'antica lingua greca anche nella nostra le nuove parole generate dall'unione di due termini più semplici, finiscono con possedere un significato più autonomo, preciso e dettagliato di quanto non venga fornito dalle due semplici parole scomposte o da frasi equivalenti. Così ad esempio il termine “analfabeta” richiama l'antico sistema greco di premettere ad un parola l'alfa privativa (a, o an se la parola inizia per vocale), come abbiamo visto nel caso di àpeiron-infinito: essa dunque significa letteralmente “senza alfabeto” e designa una persona che non è in grado di leggere e scrivere, ma – si badi bene – esclusivamente per non aver frequentato la scuola. Si può essere infatti incapaci di leggere e scrivere anche per altri motivi - per aver perso gli occhiali, perchè si è stranieri e non si conosce la lingua locale, perchè si è stanchi o ubriachi, ecc. - mentre il termine “analfabeta” ha un significato molto più esatto e preciso, designa anzi uno “status” sociale svantaggiato nel mondo attuale, e finisce addirittura con l'andare in contrasto con il suo significato letterale: se ci si riflette tutti i cinesi e i giapponesi, ad esempio, andrebbero definiti “analfabeti”, poichè la loro scrittura non si basa su alcun tipo di alfabeto ma su di una gran quantità di ideogrammi. Ma naturalmente non è assolutamente corretto attribuire loro tale termine, e questo perchè ormai questa parola si è allontanata dal suo stretto significato letterale, fornitole dai due singoli elementi originari, e vive di vita propria, con un significato ormai tutto suo. Proprio come, allo stesso modo, per gli antichi greci “àpeiron” da semplice aggettivo per definire il cielo ed il mare aperto (“non delimitato, non finito”) diventò un vero e proprio termine astratto: “l'Infinito”.
Quanto detto per questi esempi, vale naturalmente per qualunque altro nuovo termine nato da due altri elementi più semplici, sia nelle lingue attuali che nell'antica lingua greca. Ogni nuovo termine serviva (e serve tuttora) a definire e specificare nuovi elementi della realtà prima sconosciuti, come ad esempio una nuova professione nell'antichità (ma si pensi oggi anche ai nuovi termini scientifici) o anche a definire nuovi dettagli della realtà che erano stati sempre sotto gli occhi (si pensi ad esempio alla ripartizione degli antichi greci in classi sociali). Ma quel che è più importante, i nuovi termini potevano applicarsi non solo alla realtà ma anche ai mondi immaginati e immaginari, purchè ogni nuovo termine/concetto fosse coerente e non in contraddizione con le premesse e con i concetti più assoluti.
Si comprendono allora sotto questa luce anche la nascita e lo sviluppo della scienza e della filosofia greca, in quanto pensatori come
Talete, Anassimene, Anassimandro, Empedocle di Agrigento, insoddisfatti delle tradizionali spiegazioni mitologiche sull'origine e la costituzione dell'Universo – narrate in forma poetica per esempio da Esiodo – si sforzarono di dare a tale questione delle soluzioni alternative, molto più “meccaniciste” e “scientiste” rispetto al predominante pensiero mitologico dei loro tempi. Si comprendono allora anche quelle riflessioni di
Parmenide sulla natura dell'essere (“...non si può pensare che l'essere non sia, dunque l'essere è”) che a molti – studenti di filosofia compresi – possono sembrare dei vuoti giochi di parole. In realtà si trattava delle prime forme di riflessione sulla concordanza di significati intrinseci ai termini astratti medesimi specie se messi in relazione ad altri termini astratti: un'analisi delle regole interne del linguaggio e del pensiero che segnano la nascita della logica.
Qualunque tipo di scrittura, ideografica, sillabica, alfabetica, tuttavia in sè e per sè è solo un codice simbolico, una convenzione formale di comunicazione tra un gruppo di persone che come il moderno concetto di “software” non può esistere se non sostenuto da un supporto materiale, ovvero la seconda variabile che abbiamo indicato prima. Pietra, metallo, papiro, pergamena o carta, ognuno di essi ha avuto nelle diverse epoche i suoi vantaggi pratici ed anche il suo significato sociale e comunicativo. I monarchi delle antiche civiltà orientali, come i faraoni o i sovrani mesopotamici, incidevano sulla pietra le loro leggi o le loro gesta affinchè potessero durare eternamente ed essere letti dalle infinite generazioni a venire. Ma la pietra non era un materiale molto adatto per le annotazioni e le comunicazioni quotidiane, così si utilizzarono e si sperimentarono materiali sempre più pratici, dalle tavolette d'argilla, ai fogli di papiro, alla pergamena, fino alla carta. Fu necessario sempre trovare un compromesso tra il costo del supporto e la sua capacità di resistere al tempo e all'usura. Il papiro si rivelò molto più pratico delle tavolette d'argilla, in quanto occupava meno spazio e poteva contenere una maggior quantità di informazioni, specie allorchè in luogo della scrittura egizia cominciarono a usarsi due lingue alfabetiche, come il greco ed il latino. La produzione di fogli di papiro in larga quantità consentì così alla letteratura ellenistica e romana di espandersi e progredire in pochi secoli più di quanto fosse stato possibile alla letteratura egizia dei geroglifici in migliaia di anni. Il papiro era però un materiale delicato e deperibile. La pergamena viceversa, essendo pelle animale, era molto più resistente, ma naturalmente più costosa. Dunque nel mondo antico veniva utilizzata solo per atti ed opere molto importanti. Ma ai monaci amanuensi dell'Alto medioevo fu per forza di cose l'unico supporto di scrittura che rimase a disposizione, poichè le autorità arabe che governavano l'Egitto avevano decretato l'embargo sulle esportazioni di fogli di papiro verso i territori cristiani. Ecco spiegato il motivo principale (problemi demografici ed economici a parte) della perdurante crisi culturale dell'Europa cristiana fino al XII secolo, finchè cioè non fece il suo ingresso nella civiltà occidentale l'invenzione cinese della carta. Già in un altro precedente articolo (“Il bello della brutta copia”) si è messo in evidenza la profonda rivoluzione culturale promossa da questo supporto di scrittura grazie alla sua estrema economicità: i libri costavano di meno, se ne potevano produrre di più, ed i lettori alfabetizzati aumentarono. Ma soprattutto chiunque si poteva permettere di sprecare letteralmente i fogli di carta di seconda qualità per scriverci qualsiasi cosa e rielaborarla fino a farla diventare alta poesia, alta filosofia, alta matematica, ecc. Quella poderosa macchina fabbrica-carta che fu nel Medioevo e nel Rinascimento la cittadina di
Fabriano, nelle Marche (che riusciva a produrre anche un milione di fogli l'anno !) sostenne la rinascita culturale italiana ed europea, alimentando anche la nascente industria della stampa. Non solo la nascita delle lingue e delle letterature nazionali nei vari Paesi europei, ma anche la Riforma protestante e la rivoluzione del metodo scientifico furono tutti conseguenza della grande produzione di carta – stampata e non – delle numerosissime cartiere italiane ed europee.
Ma ad un certo punto l'industria italiana della carta entrò in grave crisi nel Seicento. A causa delle gravi epidemie di peste che imperversarono anche nella nostra penisola durante il XVII secolo le autorità sanitarie dei vari staterelli in cui era suddivisa l'Italia imposero di bruciare gli indumenti dell'enorme numero di vittime del tremendo flagello. Poichè all'epoca i fogli di carta venivano prodotti con gli stracci vecchi, venne improvvisamente a mancare la materia prima, e la quasi totalità delle cartiere di Fabriano e del resto d'Italia si trovarono costrette a chiudere. L'industria italiana della carta venne inoltre penalizzata anche dall'introduzione di dazi e gabelle un po' dovunque, anche nella stessa località marchigiana che nel 1610 perse la sua autonomia comunale e venne direttamente amministrata dal governo pontificio di Roma. Ci si chiede, per inciso, se la temporanea crisi letteraria e culturale, sofferta dal nostro paese nel Seicento, non abbia avuto tra le sue cause anche questa carenza di materiale su cui scrivere, oltre naturalmente al clima troppo “barocco” ed “inquisitorio” di quel secolo.
Al contrario che in Italia, la produzione della carta nell'Europa settentrionale conobbe nel Seicento un grande sviluppo, dal momento che gli Olandesi introdussero una nuova tecnologia: un cilindro dotato di lame in grado di eseguire la sfilacciatura e la macerazione degli stracci in minor tempo rispetto alla pila a magli multipli di Fabriano. Vi era un risparmio di manodopera e di tempo, ma anche un miglioramento nella qualità della carta, poichè gli stracci venivano sminuzzati più finemente. Tramite questo meccanismo conosciuto come
Hollander, le cartiere del Nord-Europa, in primo luogo quelle olandesi, ottennero il primato nella produzione della carta, contribuendo così a deprimere ancor più l'industria italiana che non adottò tale tecnologia fino alla fine del '700. Il risultato più straordinario tuttavia fu che le tipografie e la cultura nord-europea ebbero a disposizione tutta la carta che volevano per scrivere e stampare libri, proprio nell'epoca in cui entrava in scena l'Illuminismo. I costi per stampare diminuirono, e così vennero messi in circolazione anche i primi giornali e persino opuscoli critici - o addirittura irriverenti - contro le monarchie assolute, in primo luogo quella francese. Nel 1788 in Francia avvennero contemporaneamente sia una crisi finanziaria – dovuta ad una pessima gestione del debito pubblico – sia una seria carestia dovuta ad una delle tante ricorrenti annate cattive. Naturalmente non era la prima volta che accadevano gravi crisi alimentari nel paese transalpino. Perlomeno sin dal XIV secolo in seguito ai mutamenti climatici ed alle devastazioni della Guerra dei Cent'anni erano capitati anni di penuria di pane e di prezzi rincarati. Normalmente in tali occasioni ricorrevano spontanee, ma scoordinate, manifestazioni popolari anche violente – le cosiddette “jacquerie” nel Medioevo o le “fronde” nel Seicento – ma puntualmente le autorità finivano per riavere tutto sotto controllo, anche perchè nessuno dei rivoltosi in fondo metteva in discussione il governo e l'ordine costituito. Ma nella seconda metà del Settecento in Francia l'Illuminismo era in ogni angolo del paese sotto forma di libri a poco prezzo, giornali, opuscoli, che sostanzialmente ripetevano che in qualche modo le cose dovevano cambiare. Come risultato, avvenne che in occasione della carestia del 1788-89, invece della solita sommossa popolare di breve durata, scoppiò una rivoluzione di livello epocale.
Sempre in Francia nel 1792, in pieno clima rivoluzionario,
Louis Nicola Robert brevettò un macchinario per produrre carta a ciclo continuo, dagli stracci al foglio finito in maniera totalmente automatica. La produzione della carta raggiunse in tal modo livelli finalmente industriali per sostenere sia l'organizzazione capillare della burocrazia, sia la documentazione commerciale e finanziaria, ma anche naturalmente l'attività culturale ed editoriale. Sotto l'influsso sia delle nuove ricerche storico-archeologiche, da un lato e delle nuove idee rivoluzionarie dall'altro, all'Illuminismo subentrarono il Neoclassicismo ed il Romanticismo, ed i milioni di fogli di carta a basso costo prodotti dalle nuove tecnologie alimentarono le nuove forme culturali.
Se è vero però che delle tre variabili che abbiamo indicato all'inizio dell'articolo – lingua scritta, supporto di scrittura, numero di alfabetizzati – il secondo, cioè appunto l'abbondanza di carta, era sostanzialmente uguale nel secolo XIX in ogni paese d'Europa, lo stesso non si poteva dire delle altre due variabili, dal momento che nelle nazioni nord-europee l'alfabetizzazione era maggiore grazie all'istruzione statale e obbligatoria. E naturalmente, ogni paese aveva la sua propria lingua scritta, a volte anche un alfabeto differente, come nei paesi di lingua slava, con le sue proprie caratteristiche e peculiarità, tutt'altro che indifferenti. Ad esempio fra tutte le altre lingue europee la lingua tedesca presentava, così come oggi anche nei secoli passati, parecchie qualità in comune con l'antica lingua greca: la facilità di coniare nuovi termini unendo parole con proposizioni o parole con altre parole, per creare così nuove definizioni, termini scientifici, concetti filosofici astratti, ecc. Non deve sorprendere dunque se proprio nell'Impero Germanico, una volta ripresosi dai disastri della Guerra dei Trent'anni, cioè a partire dalla seconda metà del '600, iniziò una delle maggiori fioriture culturali, letterarie e filosofiche della storia europea: da Leibniz e Kant fino ad Heidegger e Wittgenstein, i concetti filosofici, politici, economici, e logico-linguistici dei pensatori di lingua tedesca sia conservatori che progressisti, di destra o di sinistra, finirono per diventare i veri protagonisti della scena culturale internazionale, condizionando anche le vicende politiche (e purtroppo anche la scena militare) dei secoli più vicini a noi.
I progressi dell'informatica e la nascita di Internet alla fine del XX secolo hanno posto seriamente le premesse per un'ulteriore fioritura culturale, tanto letteraria e artistica quanto scientifica. La maggiore capacità di archiviazione delle informazioni, ma soprattutto la loro velocità di elaborazione e di diffusione in ogni angolo del nostro pianeta indubbiamente consentono un enorme sviluppo della produzione scientifica e culturale, sia in quantità, in qualità ed anche in minor tempo. Basti pensare – tanto per fare un esempio banale ma molto significativo – alle enormi possibilità che oggi hanno i laureandi di stilare tesi qualitativamente migliori ed in minor tempo con l'ausilio della Rete rispetto ai loro colleghi di alcuni decenni addietro costretti a servirsi unicamente delle biblioteche tradizionali. Il processo di scambio delle informazioni è ormai talmente vasto e accelerato da promuovere una radicale evoluzione delle stesse tre variabili da noi trattate sopra. Si notano infatti sia una sempre più larga alfabetizzazione informatica, sia uno straordinario progresso nelle nuove tecnologie e nei nuovi supporti (come l'e-paper, e il librofonino), e addirittura anche un vero e proprio mutamento della stessa lingua in funzione sempre delle nuove tecnologie (come ad esempio lo “slang” usato dai più giovani negli SMS). E naturalmente siamo solo all'inizio di quello che qualcuno ha chiamato il “Rinascimento informatico”.
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