IL REGNO DI MANFREDI ED I SUOI PARENTI LANCIA
di Giuseppe Burgio
(da una conferenza tenuta alla "Libera Università della Terza Età" di Catania).
Dopo la morte di Federico II avvenuta nel 1250, una potente famiglia di origini lombarde, i Lancia, strettamente imparentata con l'ultima moglie dell'imperatore svevo e con il suo figlio e successore, Manfredi, ebbe in mano le sorti dell'intera Sicilia. Il ramo principale di questa casata era probabilmente quello residente nel castello di Naro, cittadina ad una ventina di chilometri da Agrigento (a quei tempi Girgenti) che fino al '500 rimase ricca e potente. Le vicende di questa città, insieme a quelle dei Lancia e di re Manfredi, vengono descritte in questo articolo da Giuseppe Burgio, narese "doc", e cofondatore di importanti associazioni culturali, quali "Naro che rinasce" e la "Libera Università della Terza Età" di Catania, il quale purtroppo ci ha lasciato poco tempo fa. Quest'articolo vuole anche essere un'occasione per ricordarlo affettuosamente.

Il primo pensiero che sorge, osservando l'ubicazione della città di
Naro (Agrigento), è quello di capire il perchè sia stata voluta in quel sito sopra la collina, e da quale popolazione sia stata fondata.
Lillo Novella nel suo libro “Naro, leggenda, arte, tradizione”, tratta degli autori antichi che hanno parlato della fondazione di Naro.
Tralasciando i molti, voglio solo citare
Padre Giovanni Paolo Chiarandà che nella sua “Piazza” libro I, cap. VII f. 72, dice: “...Naro è nell'altezza situata del monte Agragante, quando fu aumentata (la popolazione) da una colonia di greci dell'antica Gela, otto anni dopo la sua fondazione e cento anni innanzi la fondazione di Girgenti...”.
Se ho voluto citare il Chiarandà è perchè, quando nel 1986, l'allora sindaco di Naro, il dott. Terranova costruì una cisterna sotto la scarpata della Matrice Vecchia, ebbi la curiosità di andare a vedere se si potevano trovare resti di ceramica del passato. La mia sorpresa fu grande dato che trovai, alla base dello scavo, ceramica del Neolitico Inferiore (circa 1800 a. C.). Salendo dal basso verso l'alto, trovai ceramica dell'età del ferro (1200 a. C.), più in alto ancora ceramica greca con vernice nera (500 a. C.) e andando sempre più in alto ceramica bizantina, un frammento di piatto con disegni arabi con un coccio verde invetriato. Della stessa fattura esiste un piatto intero al Museo della Ceramica di Caltagirone. Inoltre trovai il fondo di una tazza da latte con lo stemma degli Aragonesi, disegno molto comune nella ceramica di quei tempi.
Tutti questi reperti, cioè testimonianze documentarie, furono divisi in due parti e consegnati, dal presidente dell' ”Associazione Naro che Rinasce”, Avv. Jolanda Grillo Nicolaci, parte al sindaco dott. Terranova e parte alla Sovrintendenza alle Antichità di Agrigento. Personale della Sovrintendenza, dopo la nostra segnalazione, venne a studiare il sito e relazionò che l'abitato doveva trovarsi sulla sommità della collina, così che ogni qualvolta la ceramica si rompeva veniva gettata nella scarpata.
Dopo questa riflessione posso quindi affermare, documenti alla mano – ovvero i reperti di ceramica – che la collina di Naro è stata abitata da sempre, anche prima della colonizzazione greca.
In seguito la cittadina assorbì, come tutte le altre città sicane e sicule, anche coloni provenienti da diverse città greche. Lascio ai docenti di Storia Greca stabilire da dove vennero i greci che ingrandirono Naro.
Di certo penso che l'importanza di questo piccolo centro abitato aumentò quando divenne avamposto della grande Akragas, dato che dal punto più alto di Naro – dove poi venne costruito il castello – si domina ancora oggi tutta la pianura che si estende fino a Caltanissetta, le terre all'interno di Licata, e la pianura “Valle del Paradiso” che arriva fino al Mar Mediterraneo. Inoltre, cosa molto importante, da quel punto si vedeva anche l'Acropoli di Agrigento, dove fu poi costruita la Cattedrale.
Naro in tal modo era in grado di segnalare con fumo o con fiamme (di notte) i diversi spostamenti di eserciti invasori.
Stabilite le origini, l'incremento di popolazione e le etnie di Naro, parliamo ora dei suoi sviluppi nel periodo medievale, puntualizzando come a noi ragazzi di liceo degli anni '40, veniva insegnata la storia, ovvero in maniera molto diversa da oggi.
All'epoca la storia ed i libri che ne trattavano, erano rivolti alla dimostrazione della grandezza di Roma. La Sicilia era ricordata perchè la sua parte occidentale fu strappata dai Romani ai Cartaginesi nella Prima Guerra Punica (264-241 a. C.), mentre di Siracusa veniva ricordata la sua occupazione da parte del console romano Marcello avvenuta nell'aprile del 211 a. C., come ne precisa la data il Prof. Giacomo Manganaro. In quella occasione avvenne anche la morte cruenta del siracusano Archimede.
L'Italia era stata grande insomma – secondo quel vecchio modo di pensare – perchè Roma era stata grande. La storia delle singole regioni aveva poca importanza, e si studiava solo per i costumi e l'arte locale.
Oggi gli studi sono completamente cambiati. Gli archivi si sono aperti ai volenterosi ricercatori. Le pubblicazioni di questi studiosi sono sempre più frequenti dimostrando come anche le singole regioni avevano una vita sociale ed una cultura propria.
Il Prof.
Domenico Ventura, docente all'Università di Catania, ha trovato nell'Archivio Storico Siciliano, volumi XII e XIII, dei nominativi di siciliani che si sono laureati in medicina nelle Università di Padova, Bologna, Ferrara e Catania, tra gli anni 1400 ed il 1500.
La città di Catania, dopo il placet del re
Alfonso d'Aragona (19 ottobre 1434) e la bolla pontificia di
Papa Eugenio IV (18 aprile 1444) era diventata la prima sede universitaria tra le città isolane, attenuando, ma non arrestando, il notevolissimo flusso migratorio di studenti siciliani verso le università della penisola.
Da questi elenchi risulta ad esempio un Filippo di Naro della città di Modica – ma di sicura origine narese – laureatosi in medicina a Padova nel 1417; un Giovanni Burgio da Caltagirone, anch'esso laureatosi in medicina a Padova nel 1438; un Giovanni de Luna da Agrigento laureatosi in medicina a Ferrara nel 1463; un Antonio de Iunio da Naro, anch'esso laureatosi in medicina a Ferrara nel 1483. Il lavoro pubblicato dal Prof. Domenico Ventura, a cui sono grato per avermene dato una copia, da me è stato donato alla Biblioteca comunale di Naro.
Oltre agli archivi, sono stati portati alla luce molti siti archeologici.
La tradizionale coltivazione delle nostre terre, un tempo lavorate con l'aratro a chiodo tirato da muli o buoi, capace di fare un piccolo solco per la semina del frumento, è stata sostituita con la lavorazione a mezzo trattore capace di fare uno scasso di mezzo metro per la coltivazione di vigneti o di altri alberi da frutta.

Da questi terreni rivoltati sono venuti alla luce una gran quantità di testimonianze, tra cui una “tessera” che altro non era che una “bomboniera di nozze” del matrimonio, avvenuto a Naro, nel marzo del 1324, tra
Giovanni d'Aragona, conte di Randazzo e duca di Atene, figlio di
Federico III d'Aragona re di Sicilia, con la contessina
Cesarea Lancia, figlia di
Don Pietro Lancia, conte di Caltanissetta e castellano a Naro.
La tessera, del diametro di 2 cm. in rame, il margine tutto di grosse perline, nel diritto ha uno scudo: “campo di oro con 4 pali in rosso (famiglia Aragona). Nel rovescio, il margine sempre di grosse perline, ha uno scudo: “leone coronato in nero, rampante a sinistra e la bordura grigia e rossa (famiglia Lancia). Questa tessera è stata coniata appunto in occasione del matrimonio Aragona-Lancia e distribuita agli invitati a “ricordo della partecipazione al matrimonio”, come oggi si distribuiscono le bomboniere.
Questa tesi viene avvalorata dalla presenza nello spazio tra il cerchio interno e lo scudo, sia nel diritto che nel rovescio, di foglie di vite con piccioli lunghi che escono dallo scudo. E la pianta di vite, nella liturgia evangelica, significa abbondanza, fertilità, quindi matrimonio. Uno studio di questa tessera è stato da me pubblicato nell'aprile del 2006 sul mensile “La tribuna del collezionista” edita a Gaeta.
Riflettiamo su questi fatti. Pietro Lancia, castellano e residente a Naro, era parente in linea diretta di
Bianca Lancia, IV moglie del grande imperatore
Federico II, e quindi anche del loro figlio
Manfredi, re di Sicilia dal 10 agosto 1258 al 26 febbraio 1266. Riflettiamo su questo matrimonio di Cesarea Lancia e Giovanni d'Aragona, officiato e benedetto nella cattedrale di Naro – poichè è consuetudine che lo sposo vada a sposarsi nel paese della sposa - e immaginiamo il raduno di tutta la nobiltà siciliana venuta a Naro per assistere allo sposalizio: allora potremo vedere il corteo di tutte queste dame e cavalieri uscire dal castello e andare alla cattedrale, tra suoni di campane a festa, cantori, musici, ed i bambini che corrono a inseguire i giullari che offrono loro qualche dolcetto.
Quanti giorni durò questa festa non lo sappiamo. Di certo sappiamo che re Federico d'Aragona soggiornò molto tempo a Naro, e come testimonianza di questo lungo soggiorno abbiamo i 21 capitoli del “Buon Governo” diretti a tutte le Università della Sicilia ed ai cittadini di Palermo: questi sono firmati “Datum Nari... die nono martii... anno 1324” (Castelli, P. - Storia di Naro” - Manos. Palermo).
Diciamo dunque che Re Federico, oltre ad assistere al matrimonio, venne a trascorrere la primavera nel castello narese del consuocero.
Ma andiamo per ordine.
I miei primi scritti sugli uomini e le cose di Naro sono stati pubblicati su “Risveglio Narese”, un mensile diretto dal dott. Vincenzo Cavalieri, attuale vice segretario nel comune di Naro, il quale era coadiuvato dal prof. Tito Cimino, dalla prof.ssa Maria Riolo Cutaia, dal signor Nino Curto e da altri volenterosi naresi, come me. In quel giornale io curavo la rubrica “C'era una volta a Naro”, ricordando gli uomini – come “u zi Tanu u tuortu” ed anche le cose e i fatti di Naro, quali il mestiere del lampionaio, o i caffè di Piazza S. Francesco. Pubblicai anche una riflessione su l'espressione narese “vaju di fora”, che significa “vado in campagna”. L'espressione “vaju di fora” non è completa, perchè in origine doveva essere: “vaju di fora le mura di Naro”, quindi in campagna. Con il passar del tempo dunque dovette abbreviarsi nella forma che abbiamo appena detto.
La città di Naro era circondata da solide mura, fatti costruire da Re Manfredi nel 1263, nello stesso anno nel quale furono costruite le mura della vicina Girgenti (cfr. Pitruzzella – Naro, storia ed arte – 1938, p. 62).
Re Manfredi era figlio dell'Imperatore Federico II e della marchesina Bianca Lancia, sua quarta moglie (cfr. Pispisa, E. - Nicolò di Jamsilla – p. 84). Le traversie da parte del papato con Federico II prima, ed anche con il figlio Manfredi dopo, sono molto note. I ricercatori scoprono negli archivi sempre più documenti che riguardano questo periodo ed i suoi personaggi. E' il caso del prof.
Enrico Pispisa, docente di storia medievale all'Università di Messina, che ha pubblicato: “Nicolò di Jamsilla, un intellettuale alla corte di Manfredi”.
Nicolò di Jamsilla era un notaio che viaggiando al seguito di Manfredi svolgeva l'attività di cronista. I suoi diari sono quindi i documenti di un uomo che ha vissuto quei tempi, anche se possono risultare un po' partigiani.
Ma perchè queste traversie, queste discordie tra il papato e Federico II e poi tra il papato e Manfredi ? Più che parlare del perchè di queste discordie, cosa che mi impegnerebbe molto, preferisco seguire il ragionamento di un libro dal titolo “I Papi ed i Vespri Siciliani, edizione “Librerie Siciliane Palermo”, pubblicato “in occasione del VII centenario del Vespro”, cioè nel 1982.
L'autore, che non firma il libro ma sicuramente deve essere un prelato, cita molte lettere e documenti, incominciando dalla morte di
Costanza d'Altavilla che dopo aver riconosciuto al Papa tutti i diritti sul Regno di Sicilia, aveva affidato Federico, suo figliolo, quasi ancora fanciullo, sotto la tutela di
Innocenzo III. (cfr. Gesta Innocentii III, cap. 23, pag. 24 del libro). In un'altra lettera fa dire a Federico: “...Devo al Papa non solo il regno ma la vita stessa” (p. 25).
“...Il giorno 1 luglio del 1216 Federico, eletto già imperatore, giurò che avuta la corona imperiale lascerebbe interamente alla Chiesa Romana il Regno di Sicilia al di qua e al di là del Faro non restando nè dicendosi più Re di Sicilia...” (p. 26).
Dopo poco tempo però Federico comprese che il titolo altisonante di imperatore non gli portava denaro nelle casse personali, anzi era diventato un imperatore senza impero. Così reclamò il “diritto di proprietà” del regno di suo nonno Ruggero II il Normanno, che era passato alla madre Costanza e quindi, per legittima successione, gli apparteneva.
“...Federico invocava per sè i diritti dell'antico impero pagano, Papa Gregorio gli opponeva quello dei popoli cristiani...Federico, rotto ogni freno, dicevasi legge viva, fonte del diritto, creatore del Giure Pubblico, signore di tutto...”. A lui Gregorio rispondeva che “fonte del diritto essere Dio, sopra la legge di Cesare stare quella di Dio, della quale la Chiesa era custode e depositaria” (pp. 30-31).
A questi dissidi
Papa Innocenzo IV fa seguire la scomunica “come sacrilego, come fellone, come spergiuro, come nemico della Chiesa, usurpatore delle terre papali delle quali da nove anni non pagava il censo, tiranno ed eretico...” “...Federico fu privato del Regno e dell'Impero: nè mai sentenza fu più giusta di questa. E dopo averla pronunziata Innocenzo IV esclamò: - Ho compiuto il mio dovere; nel resto sia fatta la volontà di Dio”. Ed il testo continua: “Il grande Innocenzo IV denunciando alla cristianità Federico II, aveva detto apertamente: Lo scettro su di un popolo cristiano non deve rimanere a costui più a lungo, nè sarà trasmesso alla sua viperina progenie” (pp. 34-35).
Ho voluto parlare dei rapporti tra il papato e Federico Imperatore per spiegare l'atmosfera che si viveva in quel tempo e quindi il regno che ereditò Manfredi alla morte del padre.
Quanto a Re Manfredi, il papato aveva ancora più motivi per additarlo come usurpatore del Regno di Sicilia, da cui le discordie che si vedono già all'inizio del suo regno, tanto che per la sua incoronazione, avvenuta a Palermo il 10 agosto 1258 “la maggior parte degli ecclesiastici del regno in effetti disertò, con scuse varie, la cerimonia, come attesta, tra gli altri, Saba Malaspina...”. Manfredi per essere consacrato re di Sicilia dovette chiamare il vescovo di Girgenti
Raimondo d'Acquaviva, il quale era probabilmente un beneficiario della famiglia Lancia. Quest'ultima infatti era proprietaria della Comarca di Naro, e Girgenti confinava con le terre di Naro.
La posizione di Manfredi in seno alla famiglia dell'Imperatore Federico era molto delicata, dato che nei patti matrimoniali del 21 aprile 1247 con
Beatrice di Savoia, la citazione di Manfredi era ancora come Lancia, quindi con la casata della madre. Questo ci induce ad accettare l'ipotesi, sostenuta anche da Salimbeni nella sua Cronaca a pag. 296 e 509, che Federico abbia sposato Bianca Lancia soltanto nel letto di morte e che il principe non fosse un figlio legittimo, ma un legittimato (cfr. Pispisa, E. op. cit. p. 84).
Questa eventualità avrebbe dato al Papato un motivo in più per gridare contro un principe nato al di fuori del matrimonio, e quindi usurpatore di diritti legali.
Nel tempo che intercorse tra la morte di Federico Imperatore e l'incoronazione di Manfredi – cioè tra il 1250 ed il 1258 – molti dei Baroni di Sicilia si crearono uno stato nello stato, con l'aiuto del clero locale e la benevolenza papale. Per conoscere bene gli intrighi fra il principe Manfredi ed il papato rimando al testo di
Raffaele Morghen “L'età degli Svevi in Italia”, Palermo 1974.
Il Morghen descrive molto bene questi otto anni di mancanza di un sovrano. I partigiani del papato, con a capo
Pietro Ruffo di Calabria, nominato “Vicario della Chiesa”, radunarono un esercito pronto ad attaccare i seguaci dei Lancia. Manfredi dal canto suo si circondava dei suoi fedeli, primo fra tutti
Galvano Lancia, fratello della madre, il quale era Conte di Butera, Paternò e Agira, ed era stato nominato capo dei consiglieri. Altro consigliere era lo zio
Corrado Lancia, Conte di Caltanissetta, il cui figlio Federico era stato nominato da Manfredi Vicerè di Sicilia.
In Sicilia una delle città che era rimasta fedele al papa era
Messina in possesso di autonomia comunale. L'esercito di Manfredi, comandato da
Federico Lancia, si diresse verso questa città per scacciare i nemici. All'apparire dell'esercito il comune di Messina si sfaldò senza combattere, il podestà fuggì ed i fedeli del principe si impadronirono della cosa pubblica. Federico Lancia, quale vicerè di Sicilia, pose a governatore della città il figlio Corrado, la cui tomba oggi si trova nella cattedrale.
Nello stesso periodo anche Pietro Ruffo venne assassinato, e ciò ebbe come conseguenza che l'intero esercito papale presente in Sicilia si sciolse. I Lancia allora poterono impossessarsi di tutti quei feudi di proprietà dei nemici per distribuirli ai propri parenti ed ai nobili fedeli.
Corrado Lancia, Conte di Caltanissetta e Governatore di Messina aveva un figlio, Pietro, che ritroviamo a Naro come castellano, con i titoli di Barone di Delia, Barone di Sabuci, Conte di Caltanissetta e Conte di Cerami. Alla sua morte fu sepolto nella cattedrale di Naro in un sarcofago che oggi si trova nel Museo della Grafica.
Dissoltosi l'esercito papale e rimasto senza un campione come Pietro Ruffo, il papa, una volta avvenuta l'incoronazione di Manfredi contro la sua volontà, cercò di riavvicinarsi politicamente al nuovo sovrano di Sicilia.
“...Il papa sarebbe giunto fino a riconoscere il regno di Manfredi, ma le trattative subirono un arresto decisivo di fronte alla questione della restituzione dei beni ai baroni esuli...” (p. 186). Fin qui il Morghen. Il Pispisa continua: “...Alla restituzione si opponevano i Lancia ed i loro fedeli, con Galvano Lancia in testa. Costoro avevano sequestrato a molti feudatari i loro averi per accaparrarseli, creando un solco profondo tra il re ed i suoi sudditi” (p. 38).
Da queste notizie del Morghen e del Pispisa viene facile intuire che la Sicilia era in possesso di zii, cugini e procugini di Re Manfredi. Una riprova di ciò l'abbiamo leggendo i titoli nobiliari da cui si può dedurre il possesso di terre e città che avevano i Lancia.

Fra tutti questi Lancia proprietari di più di mezza Sicilia e residenti in tutte le città, qual era il ramo più importante tanto da essere considerato, ed ascoltato, come il capo della casata ?
Credo di essere nel giusto se dico che il ramo più importante fosse quello della città di Naro e rappresentato proprio da Pietro Lancia, figlio di Corrado – il governatore della città di Messina – figlio a sua volta di Federico Lancia, Vicerè di Sicilia e cugino di re Manfredi, che proprio a Messina sconfisse l'ultimo esercito papale.
Ad avvalorare questa mia tesi vi è il fatto che la figlia di questo Pietro Lancia, Cesarea, si sposò nel 1324 con Giovanni D'Aragona, Conte di Randazzo e Duca d'Atene, figlio di Federico III Re di Sicilia. E' noto che i matrimoni dei figli dei sovrani sono matrimoni politici, e dunque volendo il sovrano far accasare il proprio figlio con la famiglia più importante esistente in Sicilia, scelse la figlia dell'uomo più rappresentativo della casata Lancia. Questo dimostra che Naro, anche se piccolo centro agricolo, era politicamente molto importante grazie alle famiglie che vi risiedevano e davano lustro alla piccola città.
Continuando alla ricerca del passato di Naro, ho trovato una “Guida alla Sicilia Jacopea” a cura del Prof.
Giuseppe Arlotta e pubblicato dal Centro di Studi Compostellani dell'Università di Perugia.
Questo testo descrive in primo luogo i compiti dei
Cavalieri di San Giacomo di Compostella, meglio conosciuti come
Cavalieri di Malta. Ma poichè questi avevano aperto delle locande per ospitare i pellegrini in viaggio per i santuari, parla anche delle località dove essi risiedevano.
“...All'inizio del Trecento i cavalieri di San Giacomo in Sicilia erano presenti a Enna, Vizzini, Mineo...Nel 1373 vennero a Naro tre visitatores per coordinare le attività degli Hospitalia dislocati nel territorio siciliano. L'Hospitalia di Naro nel 1459 fu elevato a Gran Priorato. Nel 1487 l'importanza di Naro era tale che da esso dipendevano gli Hospitalia di Licata, Nicosia, Enna, Piazza, Mineo, Lentini e Caltagirone. Nel 1588 il Gran Priorato di Naro fu affidato a Don Giovanni Peres de Herrera, cavaliere di San Giacomo della Spada. Il Priore di Naro e il Precettore di Lentini, entrambi cavalieri di San Giacomo della Spada, erano membri del braccio ecclesiastico del Parlamento Siciliano...” (pp. 15-16).
Se noi osserviamo l'ubicazione di queste otto città collocate in una zona centrale della Sicilia – tra Nicosia (quella più a nord) e Licata e Lentini (rispettivamente più a sud e più ad est) – possiamo notare che la città di Naro è al margine estremo (sud-ovest) di questo territorio. Considerando che nel Quattrocento non esistevano ancora vere e proprie strade e si viaggiava solo nei mesi estivi, cioè quando le terre erano asciutte, perchè fu scelta Naro come sede del Gran Priorato ? Sarebbe stato più razionale scegliere Enna o Caltagirone, città al centro di questo territorio e per di più sedi vescovili.
E' risaputo che nel mondo comanda il denaro e nella città di Naro vi erano tanti di quei nobili detentori di proprietà e feudi che difficilmente poteva trovarsi in Sicilia altra città pari ad essa. Credo che fu anche per questo forte potere economico che Naro nel 1459 fu elevata a Gran Priorato.
A metà del 1500, sotto l'imperatore Carlo V, a circa 10 chilometri a nord-est di Naro, intorno ad una villa romana sorse Canicattì, città fortemente commerciale, che cominciò ad attirare nei suoi magazzini tutta la merce della comarca di Naro. I proprietari terrieri fino ad allora erano soliti lasciare le merci nelle masserie disperse nelle campagne, aspettando che i commercianti forestieri facessero loro visita per la compera. Dopo la nascita di Canicattì preferirono al contrario concentrare le merci nei magazzini di questa nuova città, dove per i commercianti era più facile arrivare e dunque era anche più certa la vendita.
A Naro quindi cominciarono ad arrivare sempre meno forestieri, mentre anche molti nobili finirono col trasferirsi nella grande città di Palermo per studiare, ma soprattutto per assumere gli appalti, dato che l'amministrazione pubblica con tutte le alte cariche di prestigio, doveva essere esclusivamente amministrata dai nobili.
In tal modo la “Fulgentissima” Naro di Federico Imperatore, di Re Manfredi, di Re Federico III d'Aragona, dei conti Lancia, dei conti Gaetani, dei Lucchesi-Palli duchi della Grazia, dei conti Palmeri, dei Marchesi Specchi, e degli innumerevoli baroni che vi risiedevano, tagliata fuori dalle vie di comunicazione più importanti, si addormentò dimenticando il proprio fulgido passato.
BIBLIOGRAFIA.
Lillo Novella – "Naro. Leggenda, Arte, Tradizione." - Edizione a cura dell'Amministrazione Comunale – Naro, 2002.
Domenico Ventura – "Medici e istituzioni pubbliche in Sicilia. Una condotta medica a Randazzo nel 1467" – Edizione a cura della Società Siciliana per la Storia Patria, Palermo, 1986-87.
Giuseppe Burgio - "Una tessera con le armi di Aragona e di Lancia", in: "La tribuna del collezionista", n. 342, aprile 2006, p. 62.
Giuseppe Burgio: Una tessera con le armi di Aragona e di Lancia
(versione elettronica dell'articolo pubblicato su "LA TRIBUNA DEL COLLEZIONISTA").
P. Castelli - "Storia di Naro" - Biblioteca Comunale, Palermo.
Pitruzzella – "Naro, storia ed arte" – 1938.
E. Pispisa - "Nicolò di Jamsilla. Un intellettuale alla corte di Manfredi" – Rubbettino Editore, 1984.
Anonimo – "I Papi ed i Vespri Siciliani" – Ed. Librarie Siciliane, Palermo, 1982.
Raffaele Morghen “L'età degli Svevi in Italia”, Palermo 1974.
Giuseppe Arlotta (a cura di) – "Guida alla Sicilia jacopea" – Edizione del Centro Italiano di Studi Compostellani, Università di Perugia, 2004.
Nota. Si ringrazia il Sig. Vincenzo Terranova per aver gentilmente concesso (esclusivamente al nostro sito e per questo articolo) la foto notturna del castello di Naro. (Contatto:
Vincenzo Terranova).