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Il caffè

Archeologi vecchi e archeologi nuovi.

L'articolo sullo tsunami scatenato dall'Etna 8000 anni fa ha suscitato sin dai primi giorni di pubblicazione parecchio interesse, anche all'estero. Molti si sono complimentati con me dichiarando di aver apprezzato l'argomento. Ed oltre a molti “links” da parte di altrettanti siti web, l'articolo è stato ripubblicato da parte di un paio di portali, mentre altri ne hanno dato notizia.
Il fatto è che, oltre a toccare molti punti d'interesse, quest'articolo – a parere perlomeno di quelli che mi hanno scritto - segna anche una piccola rivincita metodologica nei confronti degli archeologi cosiddetti “accademici”, i quali specialmente se europei, sono coinvolti, dagli anni '90 ad oggi, in una accalorata polemica con altri studiosi o ricercatori, cosiddetti “indipendenti”, dalle idee più o meno eterodosse. Un po' è indubbiamente anche colpa della loro mancanza di contatto con il grande pubblico, che poi oltre ad essere quello che finanzia, con le proprie tasse, ricerche e campagne di scavo degli archeologi “di stato” è anche quello che con piacere entra nei musei e nei parchi archeologici, sempre a pagamento. Come ripagavano fino a qualche tempo fa molti degli archeologi ufficiali i loro contribuenti, poco acculturati di cose antiche ma proprio per questo assetati di conoscenza ? Troppo spesso ignorandoli dall'alto delle loro cattedre e limitandosi a pubblicare manuali così accademici e pedanti, anche nello stile, da far venire il mal di testa già all'inizio della seconda pagina. Logico che il grande pubblico dei lettori si sia rivolto dunque ai testi scritti da maestri del giornalismo come Hancock, Baigent ed altri, i quali – a prescindere dai contenuti delle loro opere - avevano come pregio non indifferente perlomeno quello di scrivere in maniera semplice e divulgativa, adatta anche a tutti coloro che non hanno mai sentito in vita loro termini come “stratigrafia”, “epigrafia”, e cose simili (figuriamoci poi a conoscerne l'esatto significato).
Ma ad alienare ancor più le simpatie di tanti nei confronti degli archeologi ortodossi, secondo il mio modo di vedere, si è rivelata anche la loro formale prevenzione nei confronti non soltanto di qualunque idea “estranea” alla loro metodologia scientifica, ma anche ad ogni nuova idea che non provenisse dal loro chiuso mondo, storcendo il naso alle nuove scoperte della geologia, della climatologia, dell'archeoastronomia, ecc. Si ha quasi la sensazione che gli archeologi, ancora adesso, rifiutino a priori qualunque nuovo apporto provenga da altre discipline scientifiche, anche più antiche dell'archeologia medesima. Così ad esempio anche se per la geologia gli ultimi dodicimila anni sono stati pieni di mutamenti climatici, tsunami, ed eruzioni devastanti, essi faticano ancora ad ammettere che le catastrofi naturali possano aver avuto un fondamentale ruolo nel corso della storia umana, e nel faticoso cammino delle civiltà. Le rovine sommerse di Atlit-Yam sono lì nel mare israeliano, a dimostrare che esistevano certamente città preistoriche poi sommerse dal mare sotto l'effetto della fusione dei ghiacci (e nel contempo anche degli tsunami): eppure sembra proprio che preferiscano ignorare questi “scomodi” ritrovamenti, di cui si è parlato ben poco (molto ma molto meno ad esempio di quanto non si parli dei film sull'Era Glaciale).
Fortunatamente qualcosa sembra che stia cambiando soprattutto ad opera delle nuove generazioni e delle nuove tecnologie (due elementi che non a caso vanno a braccetto). Ho scoperto con piacere la presenza in rete di siti e blog gestiti da giovani archeologi che si propongono di gettare un ponte tra il loro freddo lavoro accademico di scavo, misurazione e classificazione, ed il grande pubblico, che, lo si ribadisce ancora una volta, tira fuori i soldi anche per loro, ed è assetato di conoscenza storica ed archeologica. Siti come Archeoblog.net, Mondo Archeologia, e Comunicare l'archeologia per citarne solo alcuni, parlano di questa disciplina con un linguaggio semplice e divulgativo: è già un inizio, e si spera anche che queste giovani leve non disdegnino i contributi delle altre discipline scientifiche collegate.
D'altra parte le nuove scoperte archeologiche e geologiche – di cui lo tsunami dell'Etna ed Atlit-Yam sono solo un esempio – insieme alla capacità di Internet di abbattere – era ora ! - il monopolio censorio dell'informazione editoriale e televisiva anche sul mondo dell'archeologia, consentono ormai anche al vasto pubblico di tenersi aggiornato e di farsi un'idea sempre più precisa degli eventi del passato, a prescindere dalla quantità e qualità di notizie che fornisce l'archeologia ufficiale. Dunque tutto sommato conviene soprattutto a loro, alle nuove generazioni di archeologi, assumere oltre che una più produttiva metodologia di ricerca, anche un atteggiamento differente nei confronti del pubblico (pagante). E sono più che certo che loro non sono né sprovveduti né tanto meno miopi.

Alla prossima !


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