C a t a n i a C u l t u r a . c o m

Il caffè.

LA SOLUZIONE 2 X 1, OVVERO: ANCHE LE IDEE VECCHIE COME L'ACQUA CALDA POSSONO GIOVARE CONTRO LA CRISI.

All'epoca in cui il giovane Harrison Ford con il film “Guerre stellari” veniva abilmente lanciato da George Lucas negli iperspazi della storia del cinema, in compagnia del suo peloso e lagnoso copilota Yeti, con una psichiatrica ciurma di samurai invasati e paranormali (qualcuno anche asmatico e di umor nero), e persino con un paio di commoventi esemplari di “deficienza artificiale” al seguito, io ero ancora un assiduo lettore di racconti di fantascienza, specie quelli editi dalla mitica collana “Urania”. Ricordo in quegli anni di aver letto tra le tante suggestive storie, anche un' ironica e gustosa satira sulla consumistica società americana degli anni '70 e '80, secondo uno stile che oggi definiremmo “no-global”.
In un immaginario mondo del secolo prossimo venturo - questo il succo della storia - sono i robot a fare ogni cosa: cibo, vestiti, case, automobili, ed ogni sorta di servizi, domestici e di ogni altro genere. Gli esseri umani devono solo preoccuparsi di smaltire tutta l'abnorme ricchezza prodotta, nel senso che sono proprio obbligati per legge a consumare ogni cosa, alimentare e non, in base naturalmente alla propria classe sociale: così in questa curiosa società al contrario, i “poveri” sono coloro che vengono obbligati a consumare di più, ed i “ricchi” coloro invece che possono permettersi di mangiare poco, guidare un'utilitaria e vivere in piccoli appartamenti. Il protagonista della storia - Arnold - è un “poveraccio” obbligato a vivere in una lussuosa villa piena di robot domestici, a passare il tempo a guidare lussuose Cadillac al fine di rottamarle quanto prima, e a fare salti mortali per riuscire a consumare entro la quarta settimana del mese le restanti merci che gli toccano. Per tentare la scalata sociale riesce anche a sposarsi con la rappresentante di un'altolocata famiglia che può permettersi di vivere in un appartamentino di periferia ed a mangiare così poco da mantenersi in forma anche senza la necessità di consumare i pesi di alcuna palestra. Ma con sua somma delusione i “ricchi” parenti della sposa si portano a casa ben poco di tutti i favolosi regali di nozze da lui messi a disposizione, dandogli ad intendere di non volerlo aiutare più di tanto a “consumare” (le sue merci ovviamente). I primi tempi sono proprio duri, anche perchè una volta sposato deve consumare anche per sua moglie. Poi improvvisamente trova una soluzione geniale, una vera illuminazione che in breve tempo gli consente di moltiplicare i consumi e di migliorare le proprie condizioni, balzando ai primi posti della scala sociale. Ben presto tuttavia le autorità si insospettiscono e per vederci chiaro mandano i loro ispettori governativi. Quando i finanzieri (chiamiamoli così) arrivano nella sua villa non riescono a credere ai propri occhi poiché assistono ad uno spettacolo mai visto in vita loro: decine e decine di domestici robot intenti continuamente ad ingurgitare cibo, a provarsi e riprovarsi vestiti fino a logorarli, a guidare macchine e moto fino a bruciarne il motore, e persino a fare sport con palloni, palle da tennis, palline da ping-pong fino a romperle e bucarle, per poi ricominciare con altre palle e racchette. Vistosi scoperto il povero protagonista non prova neppure a negare l'evidenza e si aspetta di venir arrestato. Ma gli agenti del governo invece sorprendentemente si congratulano con lui poiché ha trovato finalmente una geniale soluzione all'abnorme sovrapproduzione dei robot: far consumare le merci a loro stessi !

Premesso che il libro con il racconto in questione è rimasto coinvolto in una delle mie periodiche campagne di “riciclaggio carta”, non ricordo più dopo tanti anni né il suo titolo né tanto meno l'autore (sarò grato fin d'ora a chiunque, sapendone qualcosa, volesse gentilmente colmarmi questo vuoto di memoria via e-mail). Tuttavia questa storia non manca certamente di far riflettere i nostri neuroni, orgogliosamente liberi da paraocchi di ogni genere e perfettamente in grado di vedere non solo se l'imperatore è vestito o in mutande, ma anche la qualità della sua canotta.
Non siamo diventati nient'altro, noi esseri umani, che ingranaggi di un meccanismo economico di livello globale nel quale l'assorbimento continuo da parte di noi “consumatori” delle merci prodotte in maniera sempre più automatica, è strettamente essenziale per il buon funzionamento di questo perverso meccanismo, anche a costo di affogare nelle cambiali. Il bello è che tale sistema viene spacciato come l'unico possibile dai cosiddetti “guru” dell'economia, la cui cultura professionale si fonda spesso anche su falsi miti storico-economici, come quello che vuole che lo sviluppo industriale dal XVIII secolo in poi sia stato promosso esclusivamente dal commercio estero di lunga distanza. In realtà come hanno rilevato nelle loro ricerche generazioni di storici - da Phillis Deane, a Mantoux, Landes, Ashton, Hill, Hobsbawn, ed altri ancora - la rivoluzione industriale in Inghilterra, nel resto d'Europa ed in America si è letteralmente nutrita con la crescita del potere d'acquisto delle classi sociali più basse grazie in primo luogo al rapido miglioramento della produttività agricola e alla riduzione del prezzo dei beni alimentari, in primo luogo il pane (anche se la forte emigrazione verso le città industriali finì poi col peggiorare in definitiva la qualità della vita dei ceti operai). Anche l'analisi dei sistemi economici del passato - comprese società e civiltà diverse da quella europea - conferma dunque la fondamentale importanza della crescita dei redditi delle classi più deboli come motore sia della domanda di prodotti e servizi come anche dello stessa innovazione tecnologica e trasformazione della produzione (agricola e industriale).
Ad essere onesti e obiettivi, dunque, anche dal punto di vista puramente economico l'equilibrio di tutto il nostro attuale sistema risulta fragile e precario: basta infatti una semplice iniziale riduzione dei consumi (ad esempio per una stretta creditizia) e le imprese vanno in crisi, cominciano a licenziare o addirittura a chiudere. In tal modo si innesca un circolo vizioso di ulteriore disoccupazione-diminuzione degli acquisti amplificato anche dalla diffusione di un clima di sfiducia e pessimismo.
Ci si domanda se a contribuire all'uscita da questa seria crisi non possano giovare - anche temporaneamente - soluzioni non certo nuove, politicamente osteggiate, ma ciò nondimeno qualitativamente logiche dal punto di vista della pura e semplice funzionalità economica, come quella che si può definire la “soluzione 2 x 1” (2 lavoratori al posto di 1). Da più parti infatti ci si sta sempre più chiedendo che senso abbia lasciare a casa un numero sempre maggiore di lavoratori con il trattamento di Cassa Integrazione, quando sarebbe certamente più logico ridurre anche del 50 per cento l'orario di lavoro, impiegare tutti i disoccupati (o a rischio tale) per lo meno part-time e restituir loro la dignità di lavoratori (anche se “a metà tempo”). Uno dei primi risultati positivi - oltre a quello di frenare l'emorragia di fondi dalle casse della previdenza sociale per i sussidi ai disoccupati - sarebbe certamente una condizione generale di minor pessimismo e preoccupazione che contribuendo ad incrementare pian piano i consumi farebbe certamente bene alle imprese ed all'economia generale. E naturalmente risolleverebbe anche le condizioni di tanti “disoccupati di serie B”, soprattutto giovani, che avendo perso un lavoro precario (o anche dopo aver chiuso un'occupazione autonoma) non possono usufruire della cassa integrazione e si ritrovano dunque privi di risorse. Potrebbe costituire insomma anche un'ottima occasione di riportare - secondo una logica di buon senso - il sistema economico al servizio delle persone e dei lavoratori, e non il contrario come sostanzialmente è avvenuto fino adesso (con le inevitabili periodiche crisi da "consumo insufficiente").
E' chiaro che una soluzione come questa può portare con sé anche il rischio dell'aumento del debito pubblico e dell'inflazione, oltre che un ulteriore incremento del consumo di petrolio (e del suo prezzo) e di merci orientali a basso costo. Ma - considerando anche che questi potrebbero rappresentare gli effetti collaterali di un'economia in reale ripresa - una buona dose di adeguati appelli promozionali sui mezzi di comunicazione potrebbero di converso far crescere presso i consumatori e gli utenti l'informazione e la consapevolezza sul funzionamento dell'economia nazionale e globale al fine di promuovere scelte e comportamenti più oculati e utili in molte direzioni: per la propria salute, per l'ambiente, per i prodotti locali a chilometraggio zero, e via dicendo.

Possono sembrare queste delle proposte “anti-liberali”, estremiste, antiquate e persino ingenue come l'acqua calda, ma è certamente un fatto che uno degli effetti che sta provocando questa crisi è anche quello di costringere tutti a riflettere sui meccanismi più o meno perversi e paradossali del nostro sistema economico (con annesse questioni di globalizzazione, ambientalismo, squilibrio delle risorse, ecc.). Qualunque sarà infatti il modo in cui se ne uscirà (si spera in maniera rapida e indolore) non mancherà di lasciare in tutti noi qualche insegnamento e di renderci tutti più prudenti e accorti in futuro. Nel frattempo però in questi tempi di “gelo economico” anche soluzioni che possono sembrare scontate e ingenue come l'acqua calda possono certamente produrre il loro effetto positivo e dare molto più sollievo di quanto si pensi.


IF THE ITALIANS READ LITTLE, WHY DON'T WE WRITE IN ENGLISH, FOR THE ENTIRE WORLD ?
(SE GLI ITALIANI LEGGONO POCO PERCHE' NON SCRIVIAMO ALLORA IN INGLESE PER IL MONDO INTERO ?).

Non c'è bisogno di spiattellare molte cifre per rammentare quello che TV, giornali e studi sociologici vari hanno già evidenziato da parecchio tempo: chi scrive in lingua italiana, romanzieri, saggisti, critici, giornalisti, ecc., è penalizzato doppiamente dal mercato dei suoi potenziali lettori. In primo luogo in senso assoluto poiché oltre ai sessanta milioni di italiani che vivono nello stivale e nelle relative isole, poche altre decine di milioni fuori d'Italia - in Svizzera, in Europa, in America, in Australia, ecc. - sono coloro che parlano la lingua di Dante e di Pirandello e dunque in grado di leggere i libri scritti nella nostra lingua. Ma più ancora è penalizzato in senso relativo poiché gli italiani stessi leggono molto poco. A fronte di una ristretta minoranza che, o per motivi lavorativi o per semplice passione, legge per diverse ore al giorno tutti i giorni (come ad esempio i pensionati), vi è un'altra minoranza un po' più abbondante che legge libri o giornali durante i giorni festivi o i periodi di vacanza, sotto l'ombrellone d'estate o davanti al caminetto d'inverno. Accanto a queste due categorie poco numerose vi è la stragrande maggioranza degli italiani che legge pochissimo o addirittura per niente, non tanto per motivi di basso livello culturale quanto soprattutto per principio, in quanto trova molto più interessante altri modi di passare il tempo, fino addirittura a preferire alla lettura di un buon libro persino le parole crociate. La “sindrome del secchione” continua a dominare in maniera più o meno cosciente l'atteggiamento degli italiani: stare con gli occhi incollati ai libri è “da fessi” persino sui banchi di scuola. Sembra anzi una scelta perdente anche nella vita, poiché in questa nostra società dell'immagine e dello sport i modelli ideali sono soprattutto i calciatori e le veline, che più che curare la loro cultura sono costantemente impegnati a curare il loro fisico.
Questa identica situazione si riflette anche nel mondo della Rete, con l'aggravante che gli utenti di Internet sono ancora meno: un gran numero di anziani, molti dei quali sono ottimi consumatori di libri, infatti non navigano, per tanti motivi (poca dimestichezza con i computer, diffidenza verso la rete, ecc.).
Se tale è dunque la situazione, ci si chiede perché non si debba scrivere preferibilmente in lingua inglese in modo da essere letti, apprezzati o anche criticati dal vastissimo pubblico mondiale di lettori di libri o articoli, che pur non conoscendo la lingua italiana, parlano bene la lingua di Shakespeare. Non si tratterebbe naturalmente di abbandonare la nostra cara lingua, ma semplicemente di allargare l'esportazione della nostra cultura, come già fanno da più di cento anni molte case editrici che traducono le opere migliori (a loro insindacabile giudizio...) in altre lingue. I vantaggi sono immediatamente intuibili da tutti, da quelli puramente economici (per gli scrittori anche di talento che qui in Italia vendono a malapena poche migliaia di copie perchè magari non sufficientemente pubblicizzati) a quelli più squisitamente culturali, anche riguardanti ad esempio il turismo, dal momento che tantissime località italiane minori, ma di grande interesse culturale e paesaggistico, vengono ignorate dalle guide turistiche ufficiali estere.
Del resto tale opera di “esportazione culturale” viene già ampiamente portata avanti, ad esempio, dai ricercatori italiani, specie delle discipline tecnico-scientifiche, che pubblicano i risultati delle loro ricerche in lingua inglese sulle riviste internazionali (Science, Nature, ecc.), e spesso unicamente in questa lingua, senza fornire un'equivalente versione italiana.
A tutti coloro che comunque trovassero qualcosa di buono in tutte queste osservazioni e proposte, e dovessero decidere di convertire i propri scritti nella lingua dei Rolling Stones, si sconsiglia di appoggiarsi ai traduttori automatici presenti in rete, in quanto le loro traduzioni sono sempre più o meno imprecise e fuorvianti. Se non si conosce la lingua inglese è molto meglio ricorrere all'aiuto di qualcuno che la padroneggi bene, professionista o dilettante, oppure ancor meglio darsi da fare per apprenderla sempre meglio in maniera da tradurre da sé i propri scritti. Se poi si otterrà una traduzione stilisticamente poco raffinata e magari anche con qualche errore – come a volte capita anche al sottoscritto – pazienza: così come noi siamo sempre comprensivi con gli stranieri che masticano male l'italiano, anche gli anglofoni che ci leggeranno in tutto il mondo, perlomeno quelli intelligenti, saranno certamente altrettanto comprensivi con le nostre espressioni “grezze” e sgrammaticate, accontentandosi di averle capite perfettamente. Is it ok ?

To the next time !
(Alla prossima !)




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