C a t a n i a C u l t u r a . c o m

Il caffè. Curiosità, riflessioni, opinioni.




L'IMPORTANZA DEI CENTRI DI RICERCA ETICA (ALL'ESTERO): STATISTICHE E CONSIDERAZIONI
di Ignazio Burgio.

Navigando in rete in quest'ultimo periodo mi sono casualmente accorto della frequente presenza in molti paesi esteri, specie quelli anglosassoni, di un genere di istituti, associazioni, centri di ricerca, sia pubblici che privati, che qui da noi in Italia muoverebbero molti al sorriso (e se ci si riflette, è un atteggiamento molto significativo). Mi riferisco ai Centri di ricerca sull'Etica, ovvero sulla condotta morale e sulle relative decisioni, individuali e collettive, pubbliche e private in ogni ambiente della società: da quello sanitario, a quello giudiziario, all'ambito lavorativo, e via dicendo. Qui in Italia, è vero, esistono moltissimi centri di studio sulla Bioetica, spesso collegati ai maggiori ospedali, anche per l'ovvio motivo che essendo il nostro un Paese profondamente cattolico, è molto sentito anche a livello culturale, oltre che politico e medico, il dibattito su procreazione assistita, cellule staminali, e via dicendo. Ma da quanto mi sono accorto in Rete, in Italia tutta la riflessione etica si limita praticamente solo a questo argomento.
Anche all'estero infatti sono molti i centri di ricerca sulla Bioetica (anche nelle lontane isole tropicali o negli staterelli africani alle prese con l'emergenza climatico-economica), e tutto ciò non è affatto un male. Ma negli Stati Uniti, in Australia, nei Paesi nord-europei e in diverse altre nazioni economicamente più sviluppate, accanto ai centri che si occupano di bioetica, ne sono presenti ed attivi tanti altri che si dedicano a studiare le più corrette regole di condotta da tenere ad es. nel mondo degli affari, nella sostenibilità ambientale, nei rapporti tra Pubblica Amministrazione e cittadini, e nell'attività politica. «Allo scopo di creare una stabile, coerente e prospera società al presente ed al futuro, crediamo che vi sia necessità di studiare i nostri valori – quelle permanenti convinzioni che dirigono le nostre azioni» è ad esempio riportato nella pagina delle finalità (Aims) del Centro di Etica Applicata della Stellenbosch University del Sud Africa.
Il Centro per l'Etica nel mondo del lavoro e nel settore pubblico di Cambridge (Regno Unito) che diffonde le proprie pubblicazioni anche per via multimediale, come il suo “Corso di Etica ed anticorruzione” disponibile in video e DVD, adotta una metodologia di ricerca multidisciplinare, possiede una ricchissima banca dati e fornisce consulenza anche a molti enti governativi britannici, dalla Camera dei Lord alla “UK Committee on Standards in Public Life”(Commissione per gli standard di qualità della vita pubblica).
Un altro prestigioso ente americano, il CAPE, Centro per l'Etica Professionale ed Applicata, dell'Università Statale della California, ha addirittura creato un gioco accademico, l'Ethics Bowl nel quale gli studenti sono chiamati a risolvere e motivare diversi problemi etici nei campi più svariati (ambientali, lavorativi, istituzionali, biomedici, ecc.) . «L'Etichs Bowl» si legge nella pagina di presentazione del sito «ha preziose applicazioni educative. Primo, dimostra e rinforza il fatto che i concetti etici teorici e le loro applicazioni hanno un'utilità pratica. Incoraggiando l'apprezzamento e l'applicazione della teoria etica a vivere i problemi morali, l'Ethics Bowl consolida le recenti ricerche pedagogiche che dimostrano che gli studenti imparano – ed acquisiscono – di più quando l'attinenza con la “vita reale” del contenuto da apprendere è chiaro. In secondo luogo, l'Ethics Bowl si rivolge contemporaneamente sia al mondo accademico che a quello professionale. Il corpo accademico predilige studenti che abbiano confidenza con i principali concetti filosofici (Utilitarismo, Kantismo, ecc.) e che apprezzino la loro pertinenza con le attuali questioni morali. Il mondo professionale, da parte sua, cerca professionisti che si sentano membri di una comunità con valori condivisi, e che siano capaci di prevenire o risolvere i concreti problemi morali che possono sorgere nel campo del lavoro».
Sono soltanto tre esempi tra tanti, di importanti strutture del mondo anglosassone il cui staff è composto anche da docenti di filosofia (sì proprio quei tipi che qui da noi fanno addormentare gli studenti sui loro banchi), che continuamente si confrontano con le realtà sociali, organizzano seminari e conferenze, pubblicano articoli e soprattutto forniscono consulenza ai loro clienti pubblici e privati, distinguendosi dai classici “consulenti d'immagine”: non dicono infatti come ci si deve vestire, che faccia fare, quali parole dire, insomma quale maschera indossare, bensì quello in cui bisogna credere per prendere le decisioni più efficaci.
Secondo il censimento raccolto nel Global Ethics Observatory (GEObs) dell'Unesco in Italia a parte i numerosi Centri di Bioetica, soltanto due altre strutture si occupano anche di altri campi di intervento, a giudicare perlomeno da quanto risulta dai rispettivi siti web: la Fondazione Lanza di Padova che svolge ad es. anche studi sull'etica applicata alle professioni e alla sostenibilità ambientale, e il Centre for Science, Society and Citizenship (CSSC) con sede a Roma ma di respiro europeo (e non a caso ha il sito esclusivamente in lingua inglese). L'elenco dell'Unesco per la verità non sembra molto aggiornato, poiché tramite i motori di ricerca si riesce a trovare perlomeno un altro ente non compreso nella lista, il Centro di Etica Generale e Applicata di Pavia.
Si ha l'impressione tuttavia che l'attività di ricerca, e soprattutto di diffusione degli studi, di queste poche realtà italiane sembri ostacolata da una persistente mentalità arretrata presso il grande pubblico. C'è una profonda differenza infatti tra i Paesi in cui la ricerca etica è ben sviluppata ed organizzata, come abbiamo visto, e l'Italia (e certamente molte altre nazioni). Tale fondamentale differenza verte sul valore che si dà alla condotta morale. In Usa, Inghilterra, Australia, ecc. l'etica è un fattore di fondamentale importanza nel mantenimento della coesione sociale, nella reciproca fiducia tra i cittadini ed i loro governanti, nel buon funzionamento del “sistema nazione” e dunque in definitiva, anche nel progresso economico e tecnologico. Ciò anche a prescindere dagli immancabili episodi di corruzione e di immoralità anche in quei paesi, i quali tuttavia quando accadono suscitano maggior scandalo e clamore che qui da noi in Italia (o perlomeno, fino a qualche anno fa, come oggi possono assicurare anche escort e tesorieri).
Qui da noi in Italia al contrario per una serie di motivi di ordine soprattutto storico, l'etica e la condotta morale sono sempre state considerate, anche da molte persone di una certa cultura, come elementi appartenenti esclusivamente alla sfera religiosa. La loro infrazione può dunque riguardare semmai il confessionale, non una sanzione sociale, mediatica o in qualche maniera pubblica, anche in assenza di specifici reati. Pertanto, qualsiasi tipo di divieto di “mettere le mani dentro la marmellata” proprio perchè lo dicono soltanto i preti dai loro pulpiti, paradossalmente perde qui da noi tutto il suo valore intrinseco ed autonomo: ossia di danno, anche minimo, per tante altre persone e per l'intera collettività. Significato che invece possiede negli altri paesi, e che ti porta a considerare un reale valore sociale l'onestà anche quando sei sicuro di poterla fare franca.
Non sembra dunque - o no ? - che possa sussistere una stretta relazione di causa /effetto tra un così diffuso atteggiamento mentale in Italia, e lo stato di corruzione a tutti i livelli – dall'evasione fiscale, agli scandali finanziari, al degrado della politica – con la conseguente crisi generale di fiducia di tutti nei confronti di tutti, specie in chi appartiene alla sfera pubblica (burocrati, politici, direttori generali, ecc.) ? E dal momento che le leggi, anche quando vengono efficacemente applicate, non bastano certo da sole a garantire la pubblica onestà, se non si fondano su profondi valori in cui credere, ci si domanda se non potrebbe risultare più efficace anziché inasprire controlli e sanzioni, imboccare anche da noi in Italia come negli altri paesi, la via della promozione culturale dell'etica pubblica? Per dirla con un esempio pratico, sarà proprio vero, una volta terminati i blitz dei finanzieri nelle località dei “vip”, che negozianti ed esercenti continueranno ad emettere lo scontrino fiscale ?
Cosa succederebbe, allora, se i docenti ed i ricercatori di Filosofia Morale delle nostre università, si associassero in veri e propri centri di ricerca applicata, con organizzazioni e metodi da laboratorio di sociologia, anche in modo da far superare nella testa degli italiani il classico luogo comune che equipara i filosofi ai teologi (o anche all'opposto, ad estremisti sovversivi) ? Cosa succederebbe inoltre se i medesimi docenti di etica uscissero di tanto in tanto dalle loro aule universitarie per girare le scuole, anche quelle elementari, organizzare convegni, dibattere nei talk-show, scrivere articoli sui quotidiani a tiratura nazionale sottolineando in un linguaggio laico e rigorosamente logico e comprovato da fatti, la fondamentale importanza di una corretta condotta morale per il benessere ed il progresso di tutta la società e quindi di ciascuno di noi, dei nostri figli e dei nostri nipoti ? E cosa accadrebbe se anche i docenti di storia li accompagnassero nei loro seminari per illustrare la decadenza socio-economica dell'antico Impero Romano e dell'Italia Barocca sotto l'effetto della generale corruzione della società di allora ?
Chissà, magari le nuove generazioni, perlomeno loro, potrebbero anche dissentire da quello che spesso sentono dire in giro, ovvero che “la legge è fatta per i fessi, e Dio perdona volentieri anche i ladri (cfr. Luca 23, 42)”. Potrebbero trovare al contrario una pragmatica motivazione, tutta laica e terrena, alla corretta condotta morale, lasciando per il resto esclusivamente all'ambito religioso l'infinita misericordia divina.
Non si può escludere dunque che sotto l'effetto del continuo e martellante dibattito sull'importanza dell'etica, tanto da parte di filosofi, quanto da parte di veri e propri centri ed istituti di ricerca esclusivamente laici, nel giro di alcuni anni l'atteggiamento mentale degli italiani (anche dei più ostinati e recidivi) possa anche mutare, e che non sia più indispensabile mantenere un (costoso) controllo fiscale di livello poliziesco ogni volta che si ricevono finanziamenti pubblici, si dichiarano le proprie entrate, si emettono gli scontrini fiscali, ecc. ecc. E questo ovviamente di qualunque genere sia il governo di turno, di destra, di sinistra, politico, tecnico, ecc.
Ovviamente tutto ciò costituisce soltanto un'idea, un'aspettativa di chi come me, e certamente tantissimi altri, non si rassegna all'attuale decadenza economica, sociale, politica, che in prima istanza deriva da una lunga e storica decadenza morale, e dunque certamente impossibile da risolversi con pure e semplici riforme finanziarie o con l'intensificazione e l'inasprimento dell'attività giudiziaria.
Un'ultima osservazione infine. Non è inutile raccomandare ai filosofi ed ai futuri ricercatori dell'etica applicata di utilizzare un linguaggio quanto più semplice ed elementare possibile, poiché ho sempre avuto il forte sospetto che ogni volta che ad es. le alte istituzioni dello stato utilizzano nei propri discorsi espressioni come “coesione sociale”, “senso civico” e simili, il loro significato sfugga alla stragrande folla di coloro che comprendono esclusivamente il linguaggio dei cronisti sportivi.


Nuovo articolo. Essere, comunicazione, linguaggio La “Teoria dell'Informazione” di Claude Shannon - una formulazione matematica che definisce scientificamente le condizioni e la dinamica di ogni comunicazione, fisica, biologica e umana - può confermare anche a livello filosofico quanto suggerito dall'epoca attuale, ovvero che ogni cosa che esiste si dimostra in qualche maniera "comunicazione": anzi, non potrebbe esistere senza comunicare, ovvero senza condizionare in qualche modo quanto gli è intorno, anche senza volerlo. Tutto quanto si deduce da questa premessa ontologica - ovvero l'Essere = Comunicazione - può gettare piena luce sia sul comportamento umano individuale e di gruppo, sia sugli altri tradizionali problemi filosofici, quali ad es. l'Etica, l'Estetica, ecc. Anche la Filosofia della Storia, infine, può essere considerata sotto un'ottica diversa, come suggerito ad es. da Pier Luigi Fagan e dalla recente scoperta in Turchia di uno dei più antichi monumenti costruiti dall'uomo, risalente al 10.000 a. C. Leggi l'articolo . (For the English version click here).


Nuovo articolo. La crisi del movimento filosofico scettico post-moderno sotto l'effetto della nuova grande filosofia: Internet. La navigazione sulla rete in questi ultimi anni è diventata sempre più una vera filosofia di vita, i cui elementi essenziali - l'interattività, la condivisione delle risorse, la solidarietà, la capacità di fornire aiuto e risposte - sono diffusi ed accettati praticamente da ogni internauta di qualsiasi nazionalità, e sembrano spesso adombrare anche la volontà di ricostruire il mondo reale sul modello di quello virtuale. Tutto ciò contrasta con le affermazioni del movimento filosofico post-moderno - inaugurato dal francese Lyotard alla fine degli anni settanta - che rileva (in maniera a suo dire definitiva nella storia del pensiero) il venir meno delle grandi filosofie dell'epoca moderna e contemporanea - l'Illuminismo, l'Idealismo, ecc. - ed invita ad aderire a valori ed orientamenti di tipo non più universali bensì di tipo pratico e contingente. In realtà Internet si è dimostrato (e si dimostra tuttora) sia l'apice del pensiero post-moderno (nel senso del pluralismo), sia la sua negazione ed il suo superamento, verso appunto una nuova grande filosofia. Leggi l'articolo.

Nuovo articolo. Robot, produttività e recessione. Secondo alcuni esperti come Pierre Larratourou l'attuale crisi economica sarebbe dovuta ad un esponenziale aumento della produttività industriale avvenuta in questi ultimi cinquant'anni, a motivo dell'installazione di robot e sofisticati software nelle fabbriche di mezzo mondo (specie quello occidentale). La disoccupazione, l'impoverimento dei ceti operai, la crisi dei consumi e la recessione sarebbero allora gli effetti a catena della "rivoluzione informatica" anche nell'industria. Il passato ci offre d'altronde diversi altri esempi di forte discrasia tra iperproduttività dei macchinari e crisi della domanda. Se le cose stanno realmente così allora a soffrirne sempre più saranno anche gli stessi imprenditori. Leggi l'articolo.


LE LIBRERIE CHIUDONO, LA CULTURA DECADE, GLI INTELLETTUALI S'IMPOVERISCONO ?
UNA CURIOSA (E DIVERTENTE) PROPOSTA PER RISOLVERE LA CRISI,

di Ignazio Burgio.

In questi ultimi anni, per diversi motivi, qui a Catania e nei suoi dintorni si è assistito alla chiusura di diverse librerie, alcune piccole come la Gramigna, ma altre abbastanza importanti oltre che storiche come la Libreria Crisafulli di Via Etnea, o la Bonanno ad Acireale.
Le cause come ben si può intuire, solo in minima parte sono riconducibili alle nuove tecnologie – Internet in primis – che offrono gratuitamente non soltanto notizie, articoli, libri interi, ma soprattutto l'opportunità ai lettori di interagire attivamente, sui forum o sul proprio blog personale, con gli autori e gli altri lettori. Maggiori responsabilità forse (ma personalmente non ne sono molto convinto) hanno le nuove catene di grandi librerie nazionali che razionalizzando i costi – o anche semplicemente offrendo vetrine più grandi e luccicanti - riescono ad esercitare una più efficace concorrenza.
La colpa maggiore tuttavia dovrebbe essere imputata alla crisi generale dei consumi: se la gente ha meno soldi (o meglio: potere d'acquisto) rispetto al passato e risparmia anche sulla spesa alimentare, è ovvio che i tagli si ripercuotono anche sui consumi culturali.
In realtà – come ho già avuto modo di spiegare in altri precedenti interventi – bisogna tener conto anche e soprattutto del limitato mercato culturale italiano. Nel nostro Paese si è sempre letto poco. Da tantissime persone - specie quelle delle fasce sociali più basse e meno acculturate – la letteratura, ma anche la musica classica, i musei, il cinema impegnato, sono sempre stati svalutati perchè poco compresi e considerati inutile perdita di tempo e di fatica mentale. Tradizionalmente i lettori – anche sotto gli ombrelloni d'estate – vengono spesso considerati antiquati secchioni, snob asociali o addirittura anche pericolosi intellettuali sessantottini intossicati dalle idee sovversive dei libri di sinistra. E' la triste eredità storica lasciataci da secoli di dominazioni straniere, di Inquisizione e di rigorose censure, sia religiose che statali.
Per converso – ma in realtà come automatica conseguenza - si sta assistendo già da parecchi anni, a livello sociologico e di costume, ad una sempre più spavalda ostentazione di orgogliosa ignoranza da parte di tanti possessori di un ricco conto in banca, che come tanti parvenu non si fanno scrupolo di disprezzare apertamente qualunque prodotto culturale – letteratura, arti, cinema impegnato, persino la ricerca scientifica – per esaltare oltre al duro lavoro manuale (e fin qui si può anche essere d'accordo) anche aspetti culturali molto più nazional-popolari e folkloristici, quali ad es. il calcio, i motori, l'avanspettacolo (o il cinepanettone) e naturalmente i piaceri di Bacco e Venere (il Tabacco, grazie proprio alla ricerca, viene sempre più tralasciato). E' quello che alcuni intellettuali definiscono come la Dittatura dell'Ignoranza, una politica “culturale” portata avanti anche dall'attuale governo che con accenti marinettiani invita a tralasciare le “improduttive” spese culturali (dal sostegno agli enti lirici, alla scuola e alle Università fino al restauro dei monumenti), per dirottare gran parte delle risorse verso l'acciaio, l'asfalto, il cemento (e ultimamente anche l'uranio). Governo e “parvenu” confortati certamente anche da tantissimi italiani, che nella propria ingenuità e disinformazione ritengono ad esempio di primaria importanza costruire palazzoni a schiera – giudicati fonte di ricchezza e lavoro – anche a costo di buttar giù “quattro alberi” o “quattro pietre” archeologiche, importanti solo per quei “pochi studenti scioperati”.
Tanto meno questa stessa maggioranza di italiani, poco più che alfabetizzata, può riuscire a comprendere l'importanza di sostenere politicamente e finanziariamente stampa, editori, librerie, teatri, ecc. ecc.: e questo semplicemente perchè chi è già culturalmente povero non può comprendere i seri rischi di un impoverimento culturale, che significa anche, a lungo andare, impoverimento sociale ed economico per tutti, anche per tutti quegli onesti, ma incolti e ingenui lavoratori di tutte le altre categorie (la mia macchina da più di due anni non vede un carrozziere: dati i miei problemi economici sono costretto a scegliere, o “tirarla a lucido”, oppure lasciarla ammaccata e pagare la benzina...). Possiamo comprenderlo noi, “ricchi” di buona cultura, buona informazione e dunque anche di una mente aperta e predisposta a guardare oltre l'orizzonte degli anni a venire. Anche se poi il nostro portafoglio “piange”.

A mio modesto giudizio, gran parte della responsabilità è anche nostra, che non riusciamo a far capire alla grande folla delle persone poco colte (quelle a cui – come s'è detto – basta la “cultura” del panem et circenses) la necessità, l'importanza ed il valore della cultura più alta e raffinata, sia scientifica che artistico-letteraria. E non ci siamo riusciti finora perchè abbiamo sbagliato modalità di linguaggio e di comunicazione. Non serve, sempre a mio parere, nè lamentarsi sulle pagine culturali – che consultiamo solo noi intellettuali – di giornali e televisione, nè agitarsi in piazza sventolando striscioni e gridando slogan: a quanto pare infatti le leggi che penalizzano la cultura – ed anche noi persone di cultura - vengono varate ugualmente e gli studenti e gli intellettuali che protestano appaiono ancor di più, agli occhi della maggioranza ingenua che non comprende, i soliti “quattro scioperati” che non hanno voglia di studiare o lavorare. A mio parere esiste al contrario un'altra forma di comunicazione, un linguaggio più sobrio, silenzioso, “che non fa notizia”, ma forse proprio per questo più efficace di tanti altri più “assordanti”. Far parlare i propri soldi (quei pochi che si hanno). Mi spiego meglio.
Chi più chi meno, noi operatori culturali – docenti, librai, editori, ecc. ecc. - siamo tutti in bolletta, anche chi ha ancora un lavoro. Con quei pochi soldi che ci rimangono non possiamo comprarci molti giornali, molti libri, molti CD, ecc. perchè dobbiamo anche spenderli per comprarci il pane, il pesce, le scarpe (l'affitto, la luce ed il telefono in genere invece li pagano i nostri, ormai calvi, genitori pensionati). Il panettiere, il pescivendolo, il negoziante da cui ci riforniamo tuttavia possono appartenere – non tutti certamente – a quella categoria di esercenti che davanti ai propri clienti piangono miseria e se la prendono coi politici, la crisi, la globalizzazione, ecc. ecc. per poi dietro le quinte accumulare un bel conto in banca – anche a spese nostre – benedire il fatto di non avere studiato e quindi di non essere dei poveri morti di fame illusi come gli studenti, i laureati, i docenti, ecc. Libri, concerti, mostre, teatri: ma che scherziamo ! Questo genere di negozianti – sostenitori della “politica dell'ignoranza” - non buttano via i soldi con queste sciocchezze che fanno venir loro anche il mal di testa ! La domenica vanno allo stadio o al multisala a vedere un film “da ridere”, inneggiando tacitamente ai politici che tagliano gli “inutili” fondi al “cinema impegnato” dove loro si annoiano, non capiscono niente e finiscono per addormentarsi. E il lunedì poi si rimettono la maschera e aprono di nuovo bottega.
Ma da qualche tempo presso di noi, colti sognatori di un mondo alternativo, più ecosostenibile e meno inquinato e cementificato, è diventato di moda un concetto molto importante: “la tua spesa è come un voto: scegli di comprare lì dove la pensano come te, e incoraggerai tanti altri a promuovere le tue stesse idee”. E' uno slogan, risultato tutto sommato efficace, nato per sostenere appunto i prodotti biologici o del commercio equo e solidale. Ma il medesimo lo si può applicare anche ai negozi tradizionali, fino agli ipermercati ed ai centri commerciali, e potrebbe risultare alla lunga – molto alla lunga, non ci s'illuda - uno strumento prezioso per incoraggiare tanti orgogliosi illetterati a cominciare a consumare libri, riviste, spettacoli impegnati, oltre che le lezioni di tanti docenti licenziati dalle scuole.
Anche qui a Catania ci saranno pure panettieri, pescivendoli, parrucchieri, meccanici, ecc. un po' più colti, appassionati di letteratura, musica lirica, teatro serio, cinema impegnato, e che acquistano romanzi, saggi, abbonamenti teatrali, ecc. Saranno certamente pochi, molto pochi, l'1 per cento o anche meno: cosa succederebbe se tutti i docenti, precari e non, i librai, gli editori, tutti gli operatori culturali in crisi, delusi e demotivati si dessero la voce “in rete”, per spendere i propri soldi – anche come una sorta di premio - solo e unicamente da quei pochi panettieri, pescivendoli, parrucchieri, negozianti vari, che in queste festività di fine d'anno hanno letto almeno un libro, hanno visto almeno un film premiato a Venezia o a Torino, hanno visto almeno una mostra, ecc. ecc. Proviamo ad immaginarlo, se non altro per divertirci.

“Gruppo Facebook circuito culturale Ursino – Comunicato in bacheca a tutti gli aderenti: la Sig.ra Camilla del panificio “Tuttacrusca” di via Vittorio Emanuele proprio oggi ha acquistato in libreria l'ultimo volume di Camilleri: si suggerisce di comprare lì le mafalde (oggi ci trovate anche gli arancini) ma per carità non ditegli come va a finire...”

“Forum del Movimento-Fahrenheit.com. Dal Prof. Bellantonio: si rende noto che Gaetano, il pescivendolo di Via Peppa La Cannoniera si è iscritto al corso di scrittura creativa. Regalerà anche il suo libro di poesie appena pubblicato a chi comprerà oggi il pesce da lui (le triglie sono freschissime e stanno a 15 al chilo !).

“Associazione Culturale Catania-Editori.it – News: grande folla di negozianti ieri alla presentazione dell'ultimo romanzo di Turolifa Archirafi. Il salone di bellezza IL LATO B di Piazza dei Martiri ha effettuato l'acquisto di 100 copie del libro come dono natalizio alle sue più affezionate clienti. Il centro estetico – com'è noto – è diventato negli ultimi tempi il ritrovo esclusivo di tutte le docenti catanesi...”

(n.b. I nomi sono ovviamente tutti di fantasia. Eventuali riferimenti sono naturalmente casuali).

Non è escluso che piano piano gli esercenti preferiti da docenti ed intellettuali si sentano incoraggiati ad accostarsi maggiormente ai diversi prodotti ed eventi culturali, a scambiare opinioni e riflessioni con i propri titolati clienti e magari anche a trasformare l'arredamento del proprio negozio rendendolo sempre più simile ad un circolo letterario. Probabilmente gli altri esercenti concorrenti meno colti rimarrebbero all'inizio disorientati, qualcuno potrebbe anche rimanerne contrariato (si consiglia per i primi tempi di lasciar fuori dal giro i macellai...). Ma forse qualcuno di questi vedendo la folla ed il continuo via vai nei fruttivendoli, nei pescivendoli e nei parrucchieri “culturali” potrebbe anche imitarli e senza nemmeno crederci più di tanto all'inizio provare a leggere qualche libro casomai passasse per caso per il loro negozio qualche studente o docente “scioperato”. Molti potrebbero addirittura tornare ad affollare librerie, associazioni culturali, caffè letterari, ecc. lasciando anche il bigliettino da visita della propria bottega. E ciò potrebbe anche diventare un'ottima opportunità per eliminare ad esempio anche la reciproca disistima che nell'Italia storicamente “snob” e classista ha spesso diviso intellettuali e persone “senza cultura”.
Utopie ? Probabilmente. Ma in ogni caso resterebbe a noi poveri intellettuali squattrinati la soddisfazione di poter esercitare quel libero “potere di scelta” che ci consentono le nostre limitate risorse economiche, ed acquistare il pane, la frutta, il pesce, da chi essendo più simile a noi e al nostro livello culturale potrebbe – tornando a finanziare nel suo piccolo la cultura – indirettamente sostenere anche noi. D'altra parte, se in Italia vi sono tantissime persone convinte che “con la cultura non si mangia”, per quale motivo allora la cultura – rappresentata da tutti noi intellettuali – dovrebbe per forza dar loro da mangiare ? Ma ragazzi, rispettiamo la libertà di scelta, per diamine !

Comunque se trovate qualcosa di buono in tutto quanto detto sin qui, passate parola...


IL REALE VALORE DEI BENI NATURALI E CULTURALI. UN'OPINIONE
di Ignazio Burgio.

Penso che noi italiani dovremmo riflettere molto di più sul significato ed il valore della cultura. Sono convinto infatti che da tanti, da troppi, venga sottovalutata e sottostimata, anche quando viene inconsapevolmente utilizzata – e sarebbe veramente difficile riuscire a farne completamente a meno ! - anche da chi, orgogliosamente incolto, dichiara di non curarsene.
Mi vengono in mente a questo proposito alcuni miei colleghi, giovani professionisti con cui ho lavorato per qualche tempo a Milano una decina di anni fa. Al ritorno da un periodo di vacanza qui in Sicilia elogiarono – più che legittimamente - il sole, il mare e tutte le svariate prelibatezze gastronomiche. “E avete visitato anche musei, monumenti, scavi archeologici... ?” domandai allora io. “No. Siamo stati tutto il tempo al mare” - mi risposero candidamente. “Del resto per quattro pietre...” (!).
Chi ha avuto l'occasione di vivere a Milano anche solo per un breve periodo, conosce perfettamente l'intenso desiderio di evasione, di sole e di mare che prende chiunque, specie nei mesi più freddi. Dunque più che comprensibile che una volta giunti in Sicilia, o in qualsiasi altra assolata spiaggia italiana, ci si possa abbandonare nel più completo relax e pigrizia fino a dimenticare di trovarsi in una delle nazioni più ricche di storia e monumenti. Ciò che si comprende molto meno è invece l'atteggiamento di svalutazione, indifferenza, fino al completo disprezzo dimostrato dagli atti di vandalismo, grafomania o semplice incuria, verso tutti i beni artistici e monumentali, che dimostrano tanti italiani (di qualsiasi età e condizione sociale), e spesso anche le autorità preposte alla loro salvaguardia e alla loro gestione.
Tale atteggiamento, figlio della diffusa ignoranza, ha radici indubbiamente storiche, ma in questi ultimi trent'anni non è stato certamente contrastato efficacemente dai mezzi di comunicazione di massa, troppo spesso dominati da una “anti-cultura” volgare e superficiale, mirante quasi unicamente alla sfera emozionale e molto meno alla corteccia grigia. Ovvio che il patrimonio culturale, storico e monumentale italiano continui ad essere svalutato e disprezzato dagli stessi italiani, convinti che “la cultura non dia da mangiare”, come dichiarato recentemente da qualcuno (ma gli albergatori di Firenze e Venezia saranno proprio d'accordo ?). Ovvio che le fragili rovine pompeiane crollino non tanto per colpa della piogge, quanto a causa dell'indifferenza della maggior parte degli italiani per quelle “quattro pietre”.
Se gli italiani fossero universalmente convinti che beni archeologici, chiese medievali e musei storici – oltre che i paesaggi incontaminati, ovviamente - avessero solo un importante valore di richiamo turistico, sarebbe già un gran risultato. Ma in tante altre nazioni – anche economicamente più dissestate come la Grecia – regna in più anche una consapevolezza più matura che vede nell'equazione “storia e territorio = identità nazionale” una verità assodata. Nessun tedesco così ad esempio oserebbe pensare che continuare a curare il patrimonio artistico e culturale della Germania, anche a costo di tagliare molte altre spese importanti, sia un inutile spreco di soldi. Ed in tante altre nazioni europee e non, la convinzione è praticamente identica ed universale.
Qui in Italia tuttavia la cosa è più difficile, non solo per motivi di analfabetismo culturale, ma perchè – come diceva anche il Gattopardo nel famoso libro di Tomasi di Lampedusa – i tanti monumenti che arricchiscono la nostra penisola sono anche il doloroso lascito dei tanti invasori che nel corso degli ultimi 1500 anni si sono insediati nelle diverse contrade italiane. Dunque la nostra “identità” storica oltre che composita ed eterogenea sembra soffrire ancora oggi di una traumatica sindrome, che si traduce in una psicologica “reazione di rigetto” sin dai banchi di scuola, nei confronti di tanta parte di elementi culturali visti come estranei e distanti (e dunque quasi "forzatamente imposti" dalla Storia ed ancora oggi dalla scuola): così come - tanto per fare un esempio - fino al secolo scorso tanti scolari provavano difficoltà ad imparare l'italiano (anche semplicemente a parlarlo!) perchè abituati sin dalla nascita soltanto al proprio dialetto. E' più facile dunque che i tantissimi monumenti greci, romani, normanni, svevi, spagnoli, ecc. risultino compresi, studiati e rispettati come testimonianze del passato dalle poche menti colte e preparate, invece che amate dal grosso pubblico, più legato semmai – spesso inconsapevolmente! - alle tradizioni gastronomiche dei differenti invasori del “Bel Paese”. Eppure dovrebbe far riflettere ad esempio il fatto che esiste un preciso rapporto tra il livello culturale di un popolo e la sua crescita democratica - e dunque anche economica e sociale - come in tanti Paesi anche extra-europei. E ciò perchè, sin dai tempi dell'antica Atene, chi è incolto e disinformato si accontenta facilmente di “panem et circenses”, mentre chi ha un certo bagaglio culturale in mezzo alle orecchie, riesce a filtrare criticamente le entusiastiche e facili “promesse” dei politici, rendendo dunque molto più difficile la scalata degli autocrati di ogni tempo e paese.
Ma ovviamente il valore della cultura, e della conservazione di paesaggi e monumenti, non sta soltanto nel turismo e nell'identità nazionale, che in definitiva non rivestono neppure l'aspetto più importante. Un paio di esempi possono chiarirlo efficacemente. A metà del secolo scorso il ritiro del ghiacciaio di Aletsch sulle Alpi svizzere lasciò scoperti i resti di un canale di irrigazione risalente a mille anni fa, un'epoca in cui evidentemente il fronte glaciale era più a monte a motivo del clima più caldo (come nell'era attuale). Quelle “quattro pietre” - la definizione stavolta potrebbe essere corretta – pur essendo prive di qualsiasi valore artistico, tuttavia risultarono preziose per una nutrita schiera di ricercatori, glaciologi, climatologi, storici del clima, ecc. poichè si dimostrarono una prova flagrante in più dell'alternanza di cicli climatici diversi nel corso della storia delle civiltà, e degli effetti sociali, economici e culturali sulle società umane, sia locali che globali.
Uguale discorso potrebbe anche farsi per il patrimonio naturale, in Italia troppo spesso malamente sfruttato e deturpato, fino a provocare più danni che benefici – come testimoniano alluvioni e frane – agli stessi insediamenti urbani. E' una fortuna che la Gola del Bottaccione, in Umbria, non sia stata ridotta ad una discarica o ad una cava per materiali edili, poichè forse potrebbe aver contribuito a salvare la nostra Terra da un'eventuale futura catastrofe. Fu infatti nei suoi sedimenti che una trentina d'anni fa, Walter Alvarez, geologo dell’Università di Berkeley in California, trovò le prime prove di quell'impatto meteorico che provocò l'estinzione dei dinosauri, 65 milioni di anni fa. Da quel momento, astronomi e astrofili dilettanti osservano il cielo con occhi diversi e gli enti spaziali di tutto il mondo discutono le diverse possibilità di deviare eventuali asteroidi minacciosi. I preziosi – scientificamente parlando - sedimenti naturali del Bottaccione, al pari di tante altre aree protette, sono comunque ancora lì a disposizione dei ricercatori presenti e futuri. Non così altre possibili testimonianze naturali in aree trasformate in discariche o in cemento.

Il futuro è un'incognita, ma lo studio del passato può fornirci risposte anche per le sfide che verranno. Paesaggi, monumenti, opere d'arte ed ogni altra piccola o grande testimonianza del passato può celare dettagli importanti per la scienza, destinati magari ad essere decifrati da chi verrà dopo di noi, con strumenti più adatti. La tutela e la conservazione di natura e cultura non dovrebbe dunque essere mai considerato uno spreco di risorse. Purtroppo solo chi ha un minimo di preparazione culturale ed una visione mentale “storica” (naturale ed umana) può comprenderlo. Rispetto a tanti altri Paesi del mondo in Italia ancora oggi, livello culturale e prospettiva storica sono insufficienti, e dunque proprio per questo tanti monumenti e paesaggi – di cui si stenta a riconoscerne il valore – vengono lasciati all'incuria e alla rovina. Forse dunque sarebbe opportuno diffondere con tutti i mezzi il reale valore della cultura, per cambiare prospettiva e atteggiamenti. Specie in chi detiene responsabilità e risorse.


Alla prossima !




VETRINA ARTICOLI RECENSIONI IL CAFFE' FORUM TECNICHE ALTRI SITI MISTERI