C a t a n i a C u l t u r a . c o m





















FAI




Documenti Umani

Documenti umani
di Federico De Roberto
Collana "Classici sommersi"
Bel-Ami Edizioni
Introduzione di Antonio Di Grado
Prefazione di Simona Camplone
Prezzo: € 10,00

Dall’autore de I Viceré, una raccolta di racconti che descrivono in maniera raffinata e incredibilmente moderna le misteriose facce dell’animo umano, in un continuo alternarsi di vizi e pentimenti. Federico De Roberto ci accompagna, con il suo passo critico e severo, in un percorso tortuoso tra uomini pazzi di gelosia, equivoche missive e duelli d’onore, mettendo in mostra le sottili debolezze della sua generazione e regalandoci uno spaccato impietoso della rigorosa società di fine Ottocento. I quattordici racconti che compongono l’antologia costituiscono una rara collezione di tecniche narrative che mescolano, con stile e disinvoltura, dialoghi dal ritmo incalzante a monologhi dal vigoroso impatto melodrammatico.
La straordinaria analisi psicologica dei personaggi lascerà stupiti di quante generazioni abbiano continuato a mantenere intatte certe prerogative “umane” anche dopo questa preziosa edizione del 1888.





       
FEDERICO DE ROBERTO, I VICERE' ED IL FILM DI ROBERTO FAENZA
di Ignazio Burgio.

Nelle sale cinematografiche il nuovo film del regista Roberto Faenza su I Vicerè, il capolavoro dello scrittore verista Federico De Roberto, napoletano di nascita ma catanese di adozione. L'evento è una prima assoluta dal momento che mai nessun regista prima d'ora ha mai portato sugli schermi cinematografici o televisivi il romanzo pubblicato nel 1894, a causa - secondo le parole del regista - degli ostacoli frapposti dalla Chiesa e dalla politica italiana.

Federico De Roberto Negli anni successivi alla pubblicazione della rivoluzionaria opera di Charles Darwin, “L'origine delle specie” nel 1859, il mondo culturale cominciò ad interrogarsi su quanta parte di natura e quanta di cultura vi fossero all'origine dei comportamenti, delle scelte, dei vizi e delle virtù di ogni essere umano. Se ad un estremo gli spiriti più conservatori, primi fra tutti gli uomini di Chiesa, rivendicavano il pressocchè totale ruolo del libero arbitrio, frutto dell'educazione morale, civile e religiosa come causa dell'agire umano buono o malvagio (nel caso tale educazione fosse stata carente), all'opposto i più fanatici cultori del positivismo e del razionalismo scientifico, come ad esempio lo psichiatra veronese Cesare Lombroso (1835-1909), erano più che certi che all'origine dei comportamenti immorali, corrotti e criminali di molti individui vi fossero tare e anomalìe fisiche o fisiologiche.
Il dibattito finì per coinvolgere anche il mondo artistico e letterario, e prima che in Europa ed in America sorgessero le prime grandi scuole della Psicologia moderna (la Psicoanalisi ed il Comportamentismo) diversi scrittori e intellettuali alla fine dell'Ottocento focalizzarono nelle loro opere la propria attenzione sull'aspetto psicologico e naturale dei propri personaggi. In Italia è quanto fece appunto lo scrittore verista Federico De Roberto.
Napoletano di nascita (1861), divenne catanese di adozione allorchè all'età di dieci anni tornò nella città etnea al seguito della madre, una nobildonna originaria di Catania. In questa città, all'epoca stracolma di fermenti culturali e “salotti buoni”, Il giovane De Roberto ebbe occasione di frequentare anche gli altri due importanti esponenti del Verismo, cioè Giovanni Verga e Luigi Capuana, assimilando da loro principi guida e forme stilistiche. L'incontro culturale più importante tuttavia lo fece a Palermo, allorchè conobbe lo scrittore e psicologo francese Paul Bourget (1842-1835) dal quale assimilò subito il gusto per l'analisi psicologica dei personaggi e dei protagonisti delle sue storie. Pur condividendo dunque i principi e lo stile del Verismo portandoli addirittura ad una forma estrema col privilegiarne soprattutto i dialoghi tra i personaggi (in nome del criterio dell'impersonalità, o come amava definirlo lui, dell'obiettività), inserì tuttavia un elemento nuovo – appunto l'indagine psicologica – che lo condusse ad una poetica diametralmente opposta alle convinzioni artistiche e letterarie di Verga e Capuana. Per questi ultimi infatti, i comportamenti e le scelte dei singoli personaggi erano sempre il risultato della pressione sociale e culturale – in special modo della forza costrittiva, ma anche rassicurante, della tradizione – esercitata dal “gruppo” all'interno del quale si era nati e si doveva vivere accettandone di buono o cattivo grado le regole. Ma per De Roberto l'agire umano veniva determinato anche e soprattutto dalla propria natura interiore e da quelle pulsioni psicologiche che, con un significativo strappo stilistico alle regole del Verismo, l'autore stesso prestava ai suoi personaggi analizzando la propria personale interiorità (“elemento subiettivo”, come definito dallo stesso De Roberto).
Nelle prime tre raccolte di novelle – La sorte (1887), Documenti umani (1888) e L'albero della scienza (1889) – l'influenza dello psicologismo di Paul Bourget si palesa già chiaramente nonostante le smentite dello stesso scrittore catanese. Ma è nei tre romanzi che compongono la trilogia degli Uzeda – L'illusione, I Vicerè e l'Imperio (incompiuto) – che la componente emotiva e psicologica dei personaggi viene profondamente analizzata e fortemente esaltata, quasi ad innestare nella letteratura verista il vecchio stile manzoniano (escludendo ovviamente il moralismo).
Pubblicato nel 1891, L'Illusione, primo romanzo della trilogia, è tutto basato sulla figura di Teresa, ricca esponente di una nobile famiglia immaginaria di Catania, gli Uzeda appunto, che dopo aver lasciato il marito ed il figlio per inseguire i suoi sogni d'amore, scopre il lato illusorio della vita.
Nel secondo romanzo – I Vicerè appunto –, pubblicato nel 1894 ed ambientato sempre a Catania, ricompare la figura di Teresa ma solo all'inizio, nel suo funerale: il suo testamento sembra la sua ultima beffa nei confronti delle regole, poichè privilegia il suo prediletto secondogenito, Raimondo, a discapito del maggiore, Giacomo. Questa sua scelta tuttavia pone le premesse di discordie e antagonismi in seno ai suoi familiari, quasi tutti avidi ed interessati più ad accumulare ricchezze che non a fare gli interessi della nobile famiglia. Gli Uzeda di Francalanza sono infatti una stirpe aristocratica di antiche origini spagnole, i cui antenati sono stati anche vicerè di Sicilia. Il loro orgoglio e la loro prepotenza – come chiarito dallo stesso autore – non deriva tanto dalla consapevolezza culturale di tali ascendenze, bensì dal loro stesso carattere ereditario, dal loro stesso sangue. Un'ereditarietà tuttavia evidentemente degeneratasi col tempo, dal momento che le loro discordie, macchinazioni e compromessi, sullo sfondo del passaggio dalla Sicilia borbonica all'Unità d'Italia, nulla hanno più di nobile e di elevato. Anzi finiscono col compromettere la stessa continuità della stirpe. Significativo è l'episodio del personaggio di Chiara, sorella del principe Giacomo, che dopo ripetuti tentativi di gravidanza, finalmente dà alla luce un feto che tuttavia non ha nulla di umano: solo una massa informe di cellule. Disperata e ossessionata dall'idea di maternità, costringe allora il marito a mettere incinta una domestica per poi adottarne il bambino. E' la metafora della decadenza non soltanto della famiglia Uzeda ma di tutta la nobiltà siciliana nella fase storica di passaggio dal vecchio predominio aristocratico-borbonico alle nuove opportunità della borghesia nella seconda metà dell'Ottocento.

Il film del regista Roberto Faenza rappresenta una novità assoluta, in quanto il romanzo di De Roberto non è mai stato portato fino ad ora sugli schermi cinematografici o televisivi. L'unico progetto in tal senso fu quello del regista Luchino Visconti, il quale poi preferì trasformare in pellicola il soggetto del Gattopardo. Secondo l'opinione dello stesso regista Faenza il motivo storico di un tale “boicottaggio” risiede tanto nella stroncatura critica che ne fece Benedetto Croce nel 1939, quanto ancor più negli ostacoli frapposti per tutto il XX secolo sia dalla Chiesa che da parte della politica italiana. Gli episodi scabrosi che il De Roberto ha ambientato nell'ex Monastero dei Benedettini di Catania provocarono infatti l'opposizione – sempre secondo il regista - delle autorità ecclesiastiche che promossero il boicottaggio del romanzo. Ma il De Roberto doveva conoscere bene le storie che giravano sul Monastero poichè proprio al suo interno lavorò per molto tempo come bibliotecario dopo la sua chiusura e la sua trasformazione in struttura civile. Come si affretta tuttavia a precisare lo stesso regista, tali episodi, certamente non limitati al monastero di Catania, come ci insegna anche il Manzoni, erano originati dalla mancanza di vocazione di molti esponenti delle famiglie aristocratiche che venivano chiusi a forza nei conventi per motivi di eredità.
Gli svariati governi e regimi dell'Italia unita da parte loro si sono sempre dimostrati poco, o per nulla, entusiasti che si desse risalto e diffusione ad un romanzo come I Vicerè che – come hanno osservato sia il regista Faenza sia altri importanti esponenti culturali (Antonio Di Grado, Giuseppe Giarrizzo, ed altri) - espone platealmente tutti gli atavici difetti della politica italiana: la corruzione, l'avidità, gli interessi privati, e non ultimo, il trasformismo. Eppure proprio tale impietosa “messa a nudo” dei politici contemporanei dello scrittore ci svela tutta l'amara modernità dell'opera di De Roberto, tanto da destare nel regista la preoccupazione che gli spettatori possano scambiare i dialoghi tratti fedelmente dal romanzo per delle libertà degli sceneggiatori. Le vicende di Consalvo, nipote della già citata principessa Teresa, ed interpretato da Alessandro Preziosi, che si butta in politica contro il volere del padre, il principe Giacomo (interpretato da Lando Buzzanca) non per spirito di servizio ma perchè animato da brama di potere e avidità di guadagni illeciti è emblematica per la sua perenne attualità. Egli tuttavia non fa che seguire le orme di Don Gaspare, zio di suo padre, che per conservare il proprio potere politico si era dichiarato liberale durante la rivoluzione antiborbonica, dopodichè nuovamente fedele ai Borboni dopo la restaurazione, per poi riuscire a farsi eleggere deputato nel neonato Parlamento italiano dopo l'unificazione, procurandosi oltretutto l'ammirazione degli altri Uzeda: “Quando c'erano i vicerè i nostri erano vicerè; adesso che abbiamo il Parlamento, lo zio è deputato!”, dice nel romanzo il principe Giacomo proprio a Consalvo. E dunque quest'ultimo non si fa scrupolo di legarsi a loschi trafficanti e faccendieri per riuscire a farsi eleggere. Non a caso il regista Faenza fa terminare il film con una scena tratta dal successivo romanzo incompiuto del De Roberto, cioè L'Imperio, allorchè Consalvo fa il suo primo ingresso in un Parlamento urlante e rissoso proprio come quello spesso ripreso dagli attuali telegiornali.
Un'altra nota di fresca attualità de I Vicerè consiste nella forma stilistica utilizzata dallo scrittore: tutti i personaggi del romanzo sono infatti sullo stesso piano, e il De Roberto passa a trattare ora le vicende dell'uno ora quelle di un altro, con una narrazione parallela che anticipa lo stile delle attuali telenovelas televisive. Una struttura narrativa così originale non può non incontrare il gusto di noi moderni utenti del telecomando e dello zapping, ma probabilmente fu anch'essa responsabile dello scarso successo del romanzo presso i lettori di fine Ottocento abituati a leggere racconti imperniati su di un protagonista principale.
Grande fu la delusione del De Roberto, come scrisse lui stesso nelle lettere indirizzate agli amici, anche in ragione dell'enorme fatica spesa per la stesura del romanzo, fatica che a causa del forte dispendio di energie gli procurò anche dei disturbi nervosi. Certamente anche questa concomitanza al contempo di delusione, demotivazione e debolezza nervosa fu all'origine della sospensione, come si è già detto, della composizione de L'Imperio - che nelle intenzioni di De Roberto avrebbe dovuto raccontare la fine della carriera politica e delle ambizioni dell'onorevole Consalvo Uzeda – e la riduzione dell'attività letteraria dello scrittore catanese alla stesura occasionale di qualche saggio critico e qualche opera teatrale fino alla sua morte (1927).
La faticosa rivalutazione di De Roberto e delle sue opere, ed in primo luogo de I Vicerè, iniziò tuttavia appena qualche anno dopo la sua scomparsa ad opera in primo luogo di Vitaliano Brancati che nel 1929 si laureò con una tesi proprio sullo scrittore catanese, e nel 1935 pubblicò su “Quadrivio” un articolo dal titolo “Uno scrittore dimenticato: Federico De Roberto”. E' però soprattutto negli anni '70, con l'articolo di Leonardo Sciascia “Perchè Croce non aveva ragione” (“Repubblica”, agosto 1977) che il romanzo sugli Uzeda torna ad avere i meriti che gli spettano da parte della critica letteraria. Tuttavia – come afferma lo stesso regista Roberto Faenza con amarezza “...scorre un brivido a pensare che in questo nostro paese, per essere considerati, si debba attendere più di cent’anni!”

Fonti di riferimento.

Vicere.pdf

www.girodivite.it/antenati/xixsec/_derober.htm

A. M. Bonfiglio, Ereditarietà e predestinazione nei personaggi de I Vicerè

Federico De Roberto - I Vicerè

L. Tripodaro, G. Bonghi, Federico De Roberto

Si veda anche la voce "Federico De Roberto" presso l'enciclopedia libera www.wikipedia.org

Nota. L'immagine fra il testo, di pubblico dominio, è tratta dall'enciclopedia libera www.wikipedia.org

Questo articolo è stato inserito il 26 ottobre 2007.



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